James McAvoy: per salvarmi sono rimasto un mutante
Lorenzo Ormando , di LORENZO ORMANDOIn Dark Phoenix, nuovo capitolo della saga, l'attore inglese è ancora il Professor X. "Mi ha permesso di comprarmi casa e di scegliere i ruoli. E di non studiare più come un pazzo"
LONDRA. A 40 anni appena compiuti, più della metà dei quali trascorsa a recitare (ha debuttato, 15enne, nel film The Near Room), James McAvoy ha deciso di cambiare approccio rispetto al proprio mestiere: "Penso di essere diventato, negli anni, decisamente più pigro" ammette l'interprete scozzese con una risata. Tuttavia le ragioni hanno a che fare più con una raggiunta maturità che con l'indolenza di chi vuole starsene con le mani in mano. "Rispetto al passato mi diverto di più, quando sono sul set. Da giovane davo il massimo e prendevo il lavoro molto più seriamente: mi assicuravo di andare a dormire presto ogni sera e trascorrevo un'infinità di ore a studiare e a prepararmi" racconta davanti a un caffè. "Non avrei dovuto rinunciare a tante cose, sarei dovuto uscire un po' di più e frequentare gli amici. Anche se forse, se non mi fossi impegnato come ho fatto, oggi non sarei…
LONDRA. A 40 anni appena compiuti, più della metà dei quali trascorsa a recitare (ha debuttato, 15enne, nel film The Near Room), James McAvoy ha deciso di cambiare approccio rispetto al proprio mestiere: "Penso di essere diventato, negli anni, decisamente più pigro" ammette l'interprete scozzese con una risata. Tuttavia le ragioni hanno a che fare più con una raggiunta maturità che con l'indolenza di chi vuole starsene con le mani in mano. "Rispetto al passato mi diverto di più, quando sono sul set. Da giovane davo il massimo e prendevo il lavoro molto più seriamente: mi assicuravo di andare a dormire presto ogni sera e trascorrevo un'infinità di ore a studiare e a prepararmi" racconta davanti a un caffè. "Non avrei dovuto rinunciare a tante cose, sarei dovuto uscire un po' di più e frequentare gli amici. Anche se forse, se non mi fossi impegnato come ho fatto, oggi non sarei dove sono" spiega McAvoy, che ha un patrimonio stimato di 17 milioni di dollari.
Alzando le spalle continua: "All'epoca ero anche più inesperto, avevo il terrore di non riuscire a portare a termine i compiti che mi erano stati assegnati. Oggi mi sento più sicuro delle mie capacità, so che posso ottenere lo stesso risultato esercitandomi per un'ora, invece che per sei". Teme di apparire arrogante, prova ad aggiustare un po' il tiro: "Naturalmente ci sono anche giorni in cui non ho idea di quello che sto facendo, intendiamoci".
A giudicare dai traguardi sembrebbe più logico dire il contrario. Il 2019 è il suo anno, con tre progetti, attesissimi da pubblico e critica, legati dal filo rosso dei generi fantasy e horror. A gennaio è tornato a vestire i panni dello psicopatico Kevin Crumb, affetto da disturbo dissociativo dell'identità, in Glass, diretto da M. Night Shyamalan; dal 5 settembre sarà un adulto Bill in IT. Capitolo Due, conclusione dell'adattamento del cult di Stephen King, che arriva al cinema forte dei 700 milioni di dollari incassati dal primo capitolo. Ma tra poche settimane lo rivedremo indossare il costume di Professor X, alias Charles Xavier, in X-Men: Dark Phoenix (in sala dal 6 giugno).
"E sì, è stata un'annata impegnativa e ho vari titoli in uscita, ma di solito riesco a prendermi parecchio tempo libero. Sono padre, perciò quando sono lontano dai set mi occupo di mio figlio (Brendan, avuto dall'attrice Anne-Marie Duff, dalla quale ha divorziato nel 2016, ndr). Vivo a Londra, ma almeno tre o quattro volte l'anno torno in Scozia a trovare i parenti. Ho una vita piuttosto normale: se posso, quando sono in ferie, cerco soprattutto di recuperare un po' del sonno perduto" dice con un sorriso.
Non è una battuta: girare un blockbuster come X-Men richiede fino a 18 ore di lavoro al giorno. Diretto da Simon Kinberg, qui al debutto dietro la macchina da presa, il nuovo capitolo della saga sui mutanti è basato su uno degli archi narrativi più noti dell'universo a fumetti: quello legato alla trasformazione in Fenice Nera della giovane Jean Grey (Sophie Turner), colpita da un'energia misteriosa durante una missione nello spazio. Dark Phoenix si preannuncia come il capitolo conclusivo della saga, che tra effetti speciali sorprendenti e scene ad alto tasso di adrenalina ha sempre raccontato il modo in cui la società tratta i più deboli.
Creati nel 1963 da Stan Lee, che si ispirò al movimento per i diritti civili negli Stati Uniti (in molti hanno intravisto Martin Luther King e Malcolm X nei personaggi di Professor X e Magneto), gli X-Men incarnano il punto di vista di coloro che sono considerati malati e pericolosi da un mondo che ha paura delle differenze.
"Professor X" spiega McAvoy "ha dedicato la vita ad aiutare i mutanti ad integrarsi, ma stavolta sembra più interessato a soddisfare alcune ambizioni personali. Abbiamo voluto giocare un po' con il tema della vanità" prosegue l'attore che interpreta per la quarta volta il telepate a capo della scuola per giovani mutanti: un personaggio amatissimo, tanto che il sito IGN lo ha inserito al 22° posto nella classifica dei cento più grandi eroi nella storia dei fumetti. "In Dark Phoenix Charles somiglia più ad un politico che al leader di un movimento sociale. Io non mi fido davvero di nessun politico, mi sembra che abbiano tutti un rapporto poco sano con il loro ego: è gente che viene pagata per dire la verità e guidare il Paese, eppure passa il tempo a fingere. Non riesco a prenderli sul serio" dice scuotendo la testa.
Se potesse sfruttare i poteri del suo personaggio per controllare la mente di qualcuno, su chi punterebbe? "Sui capi dei governi di tutto il mondo. Li richiamerei all'ordine ogni volta che mentono. Sarebbe fantastico, li smaschererei di continuo pubblicando le loro bufale sul web" dice ritrovando il sorriso. Quali sono, invece, le bufale più grandi che ha letto sul suo conto negli anni? Ci pensa su: "Mentre giravo l'action Wanted, nel 2007, dicevano che stavo cercando di rubare Angelina Jolie a Brad Pitt. Quello è stato un gossip particolarmente divertente".
In quanto a vanità, spiega di esserne immune. O forse no. "Quando fai questo mestiere ti abitui a renderti ridicolo o a fallire miseramente sotto gli occhi di tutti. Magari devo salire sul palco completamente nudo o conciato in modo improbabile, ma non è un problema perché si tratta di lavoro. E poi, magari, un giorno vedo una mia foto su internet e vado in crisi perché penso di avere un aspetto orribile. La mia vanità va e viene: mi piace pensare di tenerla sotto controllo, ma a volte salta fuori a sorpresa".
Il personaggio di Charles Xavier gli ha regalato, nel corso dell'ultimo decennio, la libertà di scegliere i progetti per passione e mai per necessità: "Ho potuto comprare casa, sono fortunato: questa saga è stata la spina dorsale della mia carriera. Quando sei supportato da un titolo così solido puoi assumerti dei rischi e sperimentare. È stato un lusso fare parte di questi film, che toccano argomenti attuali all'interno di una cornice fantasy" spiega l'attore, che continua ad alternare cinema, tv e teatro (i suoi ultimi spettacoli, tra cui Macbeth e La classe dirigente, gli sono valsi la candidatura al Laurence Olivier Award come miglior interprete).
Uno dei temi di X-Men è legato alla scoperta e alla celebrazione delle proprie potenzialità, ma McAvoy è convinto che la società ci spinga nella direzione opposta: "Prendiamo il sistema scolastico inglese, di cui posso parlare perché lo conosco bene. Mi sembra disegnato solo per insegnare a rispettare le regole. Non mi pare che si trasmetta alle persone come imparare, né tantomeno come esprimere la propria identità. Da ragazzo ho frequentato una scuola di Glasgow e, all'epoca, non mi sentivo manipolato. Tuttavia, se osservo quello che stanno facendo i giovani di oggi nel mondo e ripenso all'educazione che ho ricevuto io, sono arrabbiato. La scuola era un sistema atto a trasformarci negli ingranaggi di una macchina più grande".
Fa una pausa, cerca le parole e riprende: "Credo che i governi e le istituzioni abbiano paura dell'individualismo e del potenziale della gente". Oggi McAvoy ha una filosofia di vita che lo aiuta a tenere a mente le sue priorità: "Ho sempre pensato che sarei stato soddisfatto se fossi arrivato vivo ai 70 anni. Oggi che ne ho 40, però, mi rendo conto che me ne restano solo 30. Visto che il tempo avanza, è sempre più importante fare ciò che desidero e seguire l'istinto".
Sul Venerdì del 10 maggio 2019
Alzando le spalle continua: "All'epoca ero anche più inesperto, avevo il terrore di non riuscire a portare a termine i compiti che mi erano stati assegnati. Oggi mi sento più sicuro delle mie capacità, so che posso ottenere lo stesso risultato esercitandomi per un'ora, invece che per sei". Teme di apparire arrogante, prova ad aggiustare un po' il tiro: "Naturalmente ci sono anche giorni in cui non ho idea di quello che sto facendo, intendiamoci".
A giudicare dai traguardi sembrebbe più logico dire il contrario. Il 2019 è il suo anno, con tre progetti, attesissimi da pubblico e critica, legati dal filo rosso dei generi fantasy e horror. A gennaio è tornato a vestire i panni dello psicopatico Kevin Crumb, affetto da disturbo dissociativo dell'identità, in Glass, diretto da M. Night Shyamalan; dal 5 settembre sarà un adulto Bill in IT. Capitolo Due, conclusione dell'adattamento del cult di Stephen King, che arriva al cinema forte dei 700 milioni di dollari incassati dal primo capitolo. Ma tra poche settimane lo rivedremo indossare il costume di Professor X, alias Charles Xavier, in X-Men: Dark Phoenix (in sala dal 6 giugno).
"E sì, è stata un'annata impegnativa e ho vari titoli in uscita, ma di solito riesco a prendermi parecchio tempo libero. Sono padre, perciò quando sono lontano dai set mi occupo di mio figlio (Brendan, avuto dall'attrice Anne-Marie Duff, dalla quale ha divorziato nel 2016, ndr). Vivo a Londra, ma almeno tre o quattro volte l'anno torno in Scozia a trovare i parenti. Ho una vita piuttosto normale: se posso, quando sono in ferie, cerco soprattutto di recuperare un po' del sonno perduto" dice con un sorriso.
Non è una battuta: girare un blockbuster come X-Men richiede fino a 18 ore di lavoro al giorno. Diretto da Simon Kinberg, qui al debutto dietro la macchina da presa, il nuovo capitolo della saga sui mutanti è basato su uno degli archi narrativi più noti dell'universo a fumetti: quello legato alla trasformazione in Fenice Nera della giovane Jean Grey (Sophie Turner), colpita da un'energia misteriosa durante una missione nello spazio. Dark Phoenix si preannuncia come il capitolo conclusivo della saga, che tra effetti speciali sorprendenti e scene ad alto tasso di adrenalina ha sempre raccontato il modo in cui la società tratta i più deboli.
Creati nel 1963 da Stan Lee, che si ispirò al movimento per i diritti civili negli Stati Uniti (in molti hanno intravisto Martin Luther King e Malcolm X nei personaggi di Professor X e Magneto), gli X-Men incarnano il punto di vista di coloro che sono considerati malati e pericolosi da un mondo che ha paura delle differenze.
"Professor X" spiega McAvoy "ha dedicato la vita ad aiutare i mutanti ad integrarsi, ma stavolta sembra più interessato a soddisfare alcune ambizioni personali. Abbiamo voluto giocare un po' con il tema della vanità" prosegue l'attore che interpreta per la quarta volta il telepate a capo della scuola per giovani mutanti: un personaggio amatissimo, tanto che il sito IGN lo ha inserito al 22° posto nella classifica dei cento più grandi eroi nella storia dei fumetti. "In Dark Phoenix Charles somiglia più ad un politico che al leader di un movimento sociale. Io non mi fido davvero di nessun politico, mi sembra che abbiano tutti un rapporto poco sano con il loro ego: è gente che viene pagata per dire la verità e guidare il Paese, eppure passa il tempo a fingere. Non riesco a prenderli sul serio" dice scuotendo la testa.
Se potesse sfruttare i poteri del suo personaggio per controllare la mente di qualcuno, su chi punterebbe? "Sui capi dei governi di tutto il mondo. Li richiamerei all'ordine ogni volta che mentono. Sarebbe fantastico, li smaschererei di continuo pubblicando le loro bufale sul web" dice ritrovando il sorriso. Quali sono, invece, le bufale più grandi che ha letto sul suo conto negli anni? Ci pensa su: "Mentre giravo l'action Wanted, nel 2007, dicevano che stavo cercando di rubare Angelina Jolie a Brad Pitt. Quello è stato un gossip particolarmente divertente".
In quanto a vanità, spiega di esserne immune. O forse no. "Quando fai questo mestiere ti abitui a renderti ridicolo o a fallire miseramente sotto gli occhi di tutti. Magari devo salire sul palco completamente nudo o conciato in modo improbabile, ma non è un problema perché si tratta di lavoro. E poi, magari, un giorno vedo una mia foto su internet e vado in crisi perché penso di avere un aspetto orribile. La mia vanità va e viene: mi piace pensare di tenerla sotto controllo, ma a volte salta fuori a sorpresa".
Il personaggio di Charles Xavier gli ha regalato, nel corso dell'ultimo decennio, la libertà di scegliere i progetti per passione e mai per necessità: "Ho potuto comprare casa, sono fortunato: questa saga è stata la spina dorsale della mia carriera. Quando sei supportato da un titolo così solido puoi assumerti dei rischi e sperimentare. È stato un lusso fare parte di questi film, che toccano argomenti attuali all'interno di una cornice fantasy" spiega l'attore, che continua ad alternare cinema, tv e teatro (i suoi ultimi spettacoli, tra cui Macbeth e La classe dirigente, gli sono valsi la candidatura al Laurence Olivier Award come miglior interprete).
Uno dei temi di X-Men è legato alla scoperta e alla celebrazione delle proprie potenzialità, ma McAvoy è convinto che la società ci spinga nella direzione opposta: "Prendiamo il sistema scolastico inglese, di cui posso parlare perché lo conosco bene. Mi sembra disegnato solo per insegnare a rispettare le regole. Non mi pare che si trasmetta alle persone come imparare, né tantomeno come esprimere la propria identità. Da ragazzo ho frequentato una scuola di Glasgow e, all'epoca, non mi sentivo manipolato. Tuttavia, se osservo quello che stanno facendo i giovani di oggi nel mondo e ripenso all'educazione che ho ricevuto io, sono arrabbiato. La scuola era un sistema atto a trasformarci negli ingranaggi di una macchina più grande".
Fa una pausa, cerca le parole e riprende: "Credo che i governi e le istituzioni abbiano paura dell'individualismo e del potenziale della gente". Oggi McAvoy ha una filosofia di vita che lo aiuta a tenere a mente le sue priorità: "Ho sempre pensato che sarei stato soddisfatto se fossi arrivato vivo ai 70 anni. Oggi che ne ho 40, però, mi rendo conto che me ne restano solo 30. Visto che il tempo avanza, è sempre più importante fare ciò che desidero e seguire l'istinto".
Sul Venerdì del 10 maggio 2019