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Il lavoro di raccolta dei pomodori nei campi a Cerignola, Foggia (Dino Fracchia/ Buenavista) 

In Puglia, oro rosso, schiavi neri, criminali bianchi

Un altro ragazzo africano è morto nel ghetto di Borgo Mezzanone. Dove tutto funziona alla perfezione perché lo sfruttamento dia i suoi frutti migliori. Reportage
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BORGO MEZZANONE (Foggia). L'ultima trovata sono i contratti di affitto fasulli. Li vendono gli italiani alla stazione di Foggia: 6-700 euro e gli stranieri si comprano il pezzo di carta per avere il permesso di soggiorno. Arrivano qui,  in Capitanata, da San Ferdinando, dalla Sicilia o da Castel Volturno, e sanno dove andare. Vicino alla fontana della piazza, un cinquantenne tarchiato procura anche pezzi di carta che certificano un lavoro. Costano 3-400 euro e servono sempre per uscire dall'irregolarità. Si fa per dire, perché di regolare, nella filiera agricola della provincia di Foggia, dove operano oltre 350 mila aziende, c'è davvero poco.
"Il serbatoio dello sfruttamento è qui" sostiene il procuratore Ludovico Vaccaro. Un'area vastissima ostaggio di una criminalità impazzita che non risparmia gli innocenti, come il maresciallo dei carabinieri Vincenzo Di Gennaro, ucciso il 13 aprile a Cagnano Varano, o come Aurelio …
BORGO MEZZANONE (Foggia). L'ultima trovata sono i contratti di affitto fasulli. Li vendono gli italiani alla stazione di Foggia: 6-700 euro e gli stranieri si comprano il pezzo di carta per avere il permesso di soggiorno. Arrivano qui,  in Capitanata, da San Ferdinando, dalla Sicilia o da Castel Volturno, e sanno dove andare. Vicino alla fontana della piazza, un cinquantenne tarchiato procura anche pezzi di carta che certificano un lavoro. Costano 3-400 euro e servono sempre per uscire dall'irregolarità. Si fa per dire, perché di regolare, nella filiera agricola della provincia di Foggia, dove operano oltre 350 mila aziende, c'è davvero poco.
"Il serbatoio dello sfruttamento è qui" sostiene il procuratore Ludovico Vaccaro. Un'area vastissima ostaggio di una criminalità impazzita che non risparmia gli innocenti, come il maresciallo dei carabinieri Vincenzo Di Gennaro, ucciso il 13 aprile a Cagnano Varano, o come Aurelio e Luigi Luciani trucidati nel 2017. E che tollera i ghetti dei braccianti perché con loro fa ottimi affari: Rignano Garganico, risorto dopo lo sgombero di due anni fa, i casolari dell'ex ente agrario di Cerignola, Lesina, e poi Borgo Mezzanone, il più grande d'Italia, con cinquemila abitanti: un pezzo di inferno nell'ex pista dell'aeronautica militare accanto al Centro per richiedenti asilo del quale il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha annunciato lo sgombero. All'ingresso ci sono i cani malati di rabbia e una bandiera della Ue sulle lamiere. Un cancello di ferro dopo l'altro, la baraccopoli è divisa in quartieri: i musulmani, i cattolici, i francofoni, gli anglofoni.

GLI ITALIANI IN FILA PER JOY
"Oro nero / la gente giudica / e non sa neanche lei perché". La radio trasmette la voce di Giorgia nel mini-market di Giallo, 18 anni, del Gambia. Mohamed invece fa il barbiere, un altro gestisce il ristorante, un altro il bar, tutto funzionale al sistema di sfruttamento. "Un senegalese che viene da Rosarno porta cibo africano" racconta Giallo. "A Foggia compriamo roba scaduta, che voi buttate". Joy, stretta nel suo miniabito fucsia, abbassa gli occhi ed entra nel bordello, tappezzato dai cartelloni del "Gran galà di apertura". È sorto al posto di quello demolito a febbraio. In fila giovani italiani che festeggiano lauree e compleanni con party a base di droga e sesso, qui più economici che altrove: un rapporto costa 5-10 euro, marijuana e cocaina pure. Il mercato è in mano ai nigeriani, come sospettano le forze dell'ordine e come ha scritto il sociologo Leonardo Palmisano, docente del Politecnico di Bari, nel saggio Ascia Nera (Fandango): "La mafia nigeriana ha ottimi rapporti con quella locale della famiglia Romito. Importano sulla costa dagli albanesi, poi la droga raggiunge la parte anglofona del ghetto dominata da un feroce clan interno alla più imponente confraternita criminale centrafricana: quella dei Black Axe, le Asce Nere". Una mafia con la testa in Africa e le braccia in Italia, che a Borgo Mezzanone ha una cellula molto solida.

Accanto al bordello, ecco la bottega del "Mercante dei sogni" e un ripara-biciclette. Chi, come Abdul, non può permettersi neanche la bici, usa i furgoncini dei caporali, che pure di domenica riportano al ghetto uomini stanchi. Li chiamano lavoratori ma sono schiavi dell'oro rosso, orgoglio del made in Italy, la cui raccolta viene pagata 4,5 euro a cassone. Per riempirne uno ne servono tre quintali e mezzo: significa stare piegati sotto il sole 10 ore al giorno. E, la sera, dare una parte del compenso al caporale e pagargli anche il passaggio. Il sistema paradossalmente funziona grazie alle sue irregolarità e tiene in vita quella filiera agricola che, nel 2018, ha coltivato 17 mila ettari di pomodori e 6.500 di asparagi, grazie al sudore di ventimila stranieri.

LE IMPRESE (IR)RESPONSABILI
Quasi tutti hanno il permesso di soggiorno, ma i contratti regolari di lavoro sono rari. "Il ghetto è il serbatoio di disperati a cui attingere, per questo cerchiamo di demolirlo" ripete il procuratore Vaccaro, regista insieme al prefetto Massimo Mariani degli abbattimenti che a febbraio e marzo hanno colpito bordelli e market e, ad aprile, anche venti case. Ma il pugno duro dello Stato non basta, continua il procuratore: "Gli imprenditori devono fare la loro parte, assumersi le loro responsabilità", cioè fornire alloggio nelle aziende e non lasciar vivere i migranti a Borgo Mezzanone, dove le condizioni igienico-sanitarie sono da favelas e la morte è sempre in agguato, con bombole del gas disseminate ovunque e pronte a uccidere: è successo a novembre a Bakary Secka, ed  è successo di nuovo la notte tra il 25 e il 26 aprile a Saho Famara, nato in Gambia il 1° gennaio di 26 anni fa.

"È vero, fanno schifo" ammette Amhed  portando via pochi abiti dalla baracca su cui incombe la ruspa del Genio militare, "ma almeno sono posti dove dormire". Posti da radere al suolo, ha deciso il Comitato (che raggruppa forze dell'ordine, prefettura, associazioni, sindacati, Regione e Procura), da sostituire con villaggi di prefabbricati in altri comuni, un servizio di trasporto e un assiduo controllo sulle aziende. "Almeno si è capito che i tre aspetti devono essere risolti insieme" spiega Raffaele Falcone, segretario della Flai-Cgil di Foggia. "I ghetti si formano perché c'è richiesta di manodopera e con il decreto sicurezza ci saranno molti irregolari in più". Il primo tentativo, fatto dopo le demolizioni di aprile, non ha però dato i risultati sperati, perché dei 60 posti letto, individuati in tre strutture tra Foggia e San Severo, pochi sono stati occupati. La maggior parte dei braccianti è rimasta a Borgo Mezzanone, dove i caporali-autisti pescano ogni mattina manodopera da sfruttare. Il più famoso è "il marocchino", con la sua squadra di senegalesi, ghanesi, nigeriani, ognuno con la propria "riserva" di connazionali.

L'anno scorso due furgoni si sono schiantati mentre tornavano dai campi: sedici raccoglitori sono morti, tra loro pure i caporali. Le inchieste per omicidio colposo sono state sepolte con loro. Restano in piedi invece le indagini sul lavoro irregolare, coordinate dalla procuratrice Francesca Romana Pirrelli. Gli accertamenti sono complicati, perché i braccianti non hanno voglia né interesse a denunciare. E perché i reati di caporalato e riduzione in schiavitù sono difficili da dimostrare, come si è visto al processo di Lecce: 11 condanne in primo grado, tra imprenditori e caporali, spazzate via dalla sentenza d'appello del 7 aprile. "Ai lavoratori sfruttati resta solo il senso dell'inutilità della denuncia" ha commentato Yvan Sagnet, che capeggiò lo sciopero del 2011 e oggi, laureato al Politecnico di Torino, è tra i fondatori dell'associazione No-Cap.

MARIA E MICHELE
Di denunce da fare, invece, ce ne sarebbero a bizzeffe. Per esempio a Borgo Tre Titoli, 13 chilometri da Cerignola, dove le case dell'ex ente agrario sono l'albergo diffuso dei disperati. Nell'edificio rosso abitano in 38, d'estate in 150. James viene dal Ghana e sotto il letto ha gli stivali che "il padrone" gli ha dato trattenendo una parte di paga. Accanto a lui Adina, Costa d'Avorio. E poi altre sagome nere, stese sui materassi. Per lavarsi usano l'acqua fetida delle taniche, i bisogni li fanno sotto il cielo. Lavorare per mandare i soldi alle famiglie è l'unica ragione di vita. Spediscono in Africa anche i vestiti portati loro da Michele Raffaele e Maria Santomartino, 78 anni lui e 73 lei, promotori dell'associazione Don Palladino: "Li ho visti bere dalle ciotole dei cani" racconta Maria, "non potevo più stare con le mani in mano".

Sul Venerdì del 10 maggio 2019