Georges Simenon, il mago della pioggia
Ezio Mauro , di EZIO MAUROI caffè fumosi, gli uomini ruvidi e sconfitti, le donne sole e misteriose... Un grande appassionato racconta il fascino irresistibile dei romanzi di "Sim"
Di solito escono dall’Hotel des Voyageurs per infilarsi in strade di paese, stringendo la cintura dell’impermeabile che li dovrebbe proteggere dalle intemperie della vita più che dalla pioggia. Oppure scendono le scale di una pensione che si chiama Lotus, sul mare, e camminano tra i rumori del porto, col vento che fa sbattere le reti sulle barche in attesa di uscire, e i gabbiani che volano basso per il maltempo che si avvicina.
Sono gli uomini di Simenon, che adesso sono arrivati nel solito caffè con le tende a righe del dehors oggi arrotolate perché c’è aria di pioggia. Fumano appena seduti sulla poltrona di vimini dietro il vetro, e sembra che non abbiano niente da fare mentre guardano i movimenti della cameriera e controllano ogni tanto i colpi secchi della partita dei quattro attorno al biliardo, giù in fondo.
In realtà sta per cominciare la fatica della vita, quando prende un giro oscuro, improvviso anche se non impre…
Sono gli uomini di Simenon, che adesso sono arrivati nel solito caffè con le tende a righe del dehors oggi arrotolate perché c’è aria di pioggia. Fumano appena seduti sulla poltrona di vimini dietro il vetro, e sembra che non abbiano niente da fare mentre guardano i movimenti della cameriera e controllano ogni tanto i colpi secchi della partita dei quattro attorno al biliardo, giù in fondo.
In realtà sta per cominciare la fatica della vita, quando prende un giro oscuro, improvviso anche se non impre…
Di solito escono dall’Hotel des Voyageurs per infilarsi in strade di paese, stringendo la cintura dell’impermeabile che li dovrebbe proteggere dalle intemperie della vita più che dalla pioggia. Oppure scendono le scale di una pensione che si chiama Lotus, sul mare, e camminano tra i rumori del porto, col vento che fa sbattere le reti sulle barche in attesa di uscire, e i gabbiani che volano basso per il maltempo che si avvicina.
Sono gli uomini di Simenon, che adesso sono arrivati nel solito caffè con le tende a righe del dehors oggi arrotolate perché c’è aria di pioggia. Fumano appena seduti sulla poltrona di vimini dietro il vetro, e sembra che non abbiano niente da fare mentre guardano i movimenti della cameriera e controllano ogni tanto i colpi secchi della partita dei quattro attorno al biliardo, giù in fondo.
In realtà sta per cominciare la fatica della vita, quando prende un giro oscuro, improvviso anche se non imprevedibile. Tra poco si aprirà la porta e nel fumo entrerà una donna, probabilmente bionda, tenendo chiuso con la mano il bavero di una vecchia pelliccia un po’ lunga, che però lascia indovinare due gambe ancora perfette. Si siede da sola, sistema la borsa e toglie i guanti, chiede un caffè. Adesso si guardano, e il romanzo può incominciare, proprio mentre il macellaio che è venuto a bere un bicchiere di fretta, col grembiule arrotolato, sta sussurrando qualcosa al barista, guardandoli.
Gli odori hanno già occupato i loro spazi e poiché ritornano quasi uguali ogni mattina funzionano da elementi di identità, da conferma. La verdura umida ancora nelle casse appena scaricate; il pesce spruzzato d’acqua davanti al marmo del negozio; la zuppa ai porri che bolle nella cucina della trattoria dietro il porto; la carne rossa sul bancone nella macelleria che conserva l’impronta del sangue; il brie e la mostarda che mescolano la loro traccia nel corridoio stretto del mercato, dove il profumo del caffè arriva prima ancora della curva che porta al bar interno.
È uno scenario che tra poco diventerà abituale, con le urla dei garzoni a mezzogiorno, il buio del ristorante sul molo vuoto nel pomeriggio, il bisticcio dei merli, la tettoia di vetro del cortile piena di polvere che non lascia mai passare il sole, ma diventa gialla sotto i raggi di aprile. Talmente abituale che a pagina 25 si può già girare a destra per entrare nel negozio del barbiere, sedersi sulla poltrona di pelle e leggere le scritte col gesso sullo specchio, poi uscire per guardare dentro le case dalle finestre illuminate, controllare che il flacone dello sciroppo in quel tinello d’angolo sia sempre sul camino, fermarsi alla latteria che è un buon posto quando si è soli, e all’ora in cui le strade stanno per svuotarsi suonare alla pensione, farsi consegnare le chiavi da un portiere in pantofole e salire al quarto piano per affrontare la notte. Oppure restare un attimo in ascolto al mattino, appena svegli, e indovinare dai suoni i movimenti al piano di sotto: quei colpi di attizzatoio sulla stufa, quindi il carbone versato sul fuoco, i primi passi sul pavimento che scricchiola, ed ecco che qualcuno in cucina sta già macinando il caffè.
Sono paesaggi microurbani in cui la topografia si stringe e s’imbottiglia fino a diventare rivelatrice, perfetta come un set e insieme così familiare da risultare claustrofobica nella normalità fredda di ottobre, quando salgono le maree e la luce dura poco. Quel ponte girevole che si apre per far rientrare i pescherecci mentre i vecchi a terra guardano dalla riva del canale ma in realtà stanno aspettando che passi il tempo, la sala da ballo con le ragazze che si radunano intorno all’ultimo venuto e ai suoi vestiti da città, la corriera di provincia che il sabato porta solo donne di ritorno dal mercato, quell’angolo dove si ritrovano i due amanti, dopo che lei ha lasciato l’auto in place du Marché e lui ha appena parcheggiato il furgone in rue de Sorbes. Ogni volta uno spazio minimo della vita quotidiana ingigantito dall’attesa di quel che sta per accadere, come nel cielo elettrico quando si aspetta lo scarico di un lampo, e quella luce rivelerà ogni cosa. Un universo chiuso, dove dopo 12 pagine ci si può già muovere da soli, afferrando il mancorrente umido per scendere dal ponte battuto dalle onde del Polarys fino al fumoir, dove il secondo ufficiale stasera non lascerà sola la ragazza della cabina numero 16.
Il segreto della scrittura è tutto nella creazione di quell’atmosfera che dopo poche righe è già un’abitudine quieta, e nel prossimo capitolo diventerà un incubo, rovesciando la sua quotidiana banalità in un’angoscia che dilata la scena, senza neanche un preavviso: e il normale e l’eccezionale si troveranno a convivere nella stessa pagina, in quel salotto con le finestre alte e strette che era stato arredato per confortare e rassicurare, e dove invece adesso la vita deraglia un giovedì qualunque, al mattino.
Come i colori passati dal pennello, o come il calore di una casa d’inverno, quel clima avvolge e cattura, sembra che nasca dagli oggetti, o forse dalla proporzione domestica tra il divano, il letto e l’inquietudine, qualche volta addirittura da un minimo particolare che si è caricato il peso intero di un’ossessione: la maglia rossa che sa di naftalina, e lui non riesce più a guardare lei mentre la indossa, la targa verde soltanto con tre iniziali sulla porta del vicino misterioso, J.K.C., la smagliatura nella calza della giovane viennese che ha chiesto un altro whisky, quel campanello con la boccia di ceramica bianca davanti all’ingresso del primo piano, dove si accumula per 167 pagine lo strazio per il dubbio di un tradimento: e non si sa.
Sembra una narrazione di tutti i giorni fatta apposta per quel giorno speciale in cui l’equilibrio del consueto si romperà squarciando l’esistenza, senza l’esprit de géometrie inevitabile nel racconto poliziesco, temperato dall’umanità di Maigret, che deve comunque aprire il meccanismo della storia, capire il guasto, e poi riordinarla secondo il bandolo che ha trovato, prima della fine. Nel romanzo no. Lo sguardo viene da dentro e non da fuori, l’enigma è interiore, tutto si consuma in forma autonoma corrompendosi, semplicemente seguendo la deriva dell’umano, il nostro arrenderci alla tentazione insopportabile che ci spinge a passare nella zona d’ombra, giocando tutto tra l’azzardo, la passione, la fortuna e la tragedia che sta già aspettando il saldo dell’inevitabile.
Se qualcuno scattasse una fotografia alle creature di Simenon, sarebbe di solitudine, in bianco e nero, magari coi profili forti e marcati di Yves Montand. Ci fosse un quadro, sarebbe Hopper, quei due tra le tinte tenui, inquadrati da una finestra in una stanza qualunque e in una sospensione del tempo, purché prima di qualcosa. Se poi partisse la musica, sarebbe evidentemente quella di Paolo Conte: con gli stessi uomini ruvidi e sconfitti, anzi battuti dalla vita, pieni di lividi nell’anima come degli ex pugili dell’esistenza e tuttavia ancora affascinanti, eterni dilettanti ma con una storia di avventure da raccontare, se solo ne avessero voglia, stasera. Ma adesso lei sta scendendo, lo stringerà sottobraccio sul marciapiede appena usciti. Bisogna prendere l’impermeabile: perché intorno tutto è pioggia, pioggia, pioggia e Francia.
Sul Venerdì del 17 maggio 2019
Sono gli uomini di Simenon, che adesso sono arrivati nel solito caffè con le tende a righe del dehors oggi arrotolate perché c’è aria di pioggia. Fumano appena seduti sulla poltrona di vimini dietro il vetro, e sembra che non abbiano niente da fare mentre guardano i movimenti della cameriera e controllano ogni tanto i colpi secchi della partita dei quattro attorno al biliardo, giù in fondo.
In realtà sta per cominciare la fatica della vita, quando prende un giro oscuro, improvviso anche se non imprevedibile. Tra poco si aprirà la porta e nel fumo entrerà una donna, probabilmente bionda, tenendo chiuso con la mano il bavero di una vecchia pelliccia un po’ lunga, che però lascia indovinare due gambe ancora perfette. Si siede da sola, sistema la borsa e toglie i guanti, chiede un caffè. Adesso si guardano, e il romanzo può incominciare, proprio mentre il macellaio che è venuto a bere un bicchiere di fretta, col grembiule arrotolato, sta sussurrando qualcosa al barista, guardandoli.
Gli odori hanno già occupato i loro spazi e poiché ritornano quasi uguali ogni mattina funzionano da elementi di identità, da conferma. La verdura umida ancora nelle casse appena scaricate; il pesce spruzzato d’acqua davanti al marmo del negozio; la zuppa ai porri che bolle nella cucina della trattoria dietro il porto; la carne rossa sul bancone nella macelleria che conserva l’impronta del sangue; il brie e la mostarda che mescolano la loro traccia nel corridoio stretto del mercato, dove il profumo del caffè arriva prima ancora della curva che porta al bar interno.
È uno scenario che tra poco diventerà abituale, con le urla dei garzoni a mezzogiorno, il buio del ristorante sul molo vuoto nel pomeriggio, il bisticcio dei merli, la tettoia di vetro del cortile piena di polvere che non lascia mai passare il sole, ma diventa gialla sotto i raggi di aprile. Talmente abituale che a pagina 25 si può già girare a destra per entrare nel negozio del barbiere, sedersi sulla poltrona di pelle e leggere le scritte col gesso sullo specchio, poi uscire per guardare dentro le case dalle finestre illuminate, controllare che il flacone dello sciroppo in quel tinello d’angolo sia sempre sul camino, fermarsi alla latteria che è un buon posto quando si è soli, e all’ora in cui le strade stanno per svuotarsi suonare alla pensione, farsi consegnare le chiavi da un portiere in pantofole e salire al quarto piano per affrontare la notte. Oppure restare un attimo in ascolto al mattino, appena svegli, e indovinare dai suoni i movimenti al piano di sotto: quei colpi di attizzatoio sulla stufa, quindi il carbone versato sul fuoco, i primi passi sul pavimento che scricchiola, ed ecco che qualcuno in cucina sta già macinando il caffè.
Sono paesaggi microurbani in cui la topografia si stringe e s’imbottiglia fino a diventare rivelatrice, perfetta come un set e insieme così familiare da risultare claustrofobica nella normalità fredda di ottobre, quando salgono le maree e la luce dura poco. Quel ponte girevole che si apre per far rientrare i pescherecci mentre i vecchi a terra guardano dalla riva del canale ma in realtà stanno aspettando che passi il tempo, la sala da ballo con le ragazze che si radunano intorno all’ultimo venuto e ai suoi vestiti da città, la corriera di provincia che il sabato porta solo donne di ritorno dal mercato, quell’angolo dove si ritrovano i due amanti, dopo che lei ha lasciato l’auto in place du Marché e lui ha appena parcheggiato il furgone in rue de Sorbes. Ogni volta uno spazio minimo della vita quotidiana ingigantito dall’attesa di quel che sta per accadere, come nel cielo elettrico quando si aspetta lo scarico di un lampo, e quella luce rivelerà ogni cosa. Un universo chiuso, dove dopo 12 pagine ci si può già muovere da soli, afferrando il mancorrente umido per scendere dal ponte battuto dalle onde del Polarys fino al fumoir, dove il secondo ufficiale stasera non lascerà sola la ragazza della cabina numero 16.
Il segreto della scrittura è tutto nella creazione di quell’atmosfera che dopo poche righe è già un’abitudine quieta, e nel prossimo capitolo diventerà un incubo, rovesciando la sua quotidiana banalità in un’angoscia che dilata la scena, senza neanche un preavviso: e il normale e l’eccezionale si troveranno a convivere nella stessa pagina, in quel salotto con le finestre alte e strette che era stato arredato per confortare e rassicurare, e dove invece adesso la vita deraglia un giovedì qualunque, al mattino.
Come i colori passati dal pennello, o come il calore di una casa d’inverno, quel clima avvolge e cattura, sembra che nasca dagli oggetti, o forse dalla proporzione domestica tra il divano, il letto e l’inquietudine, qualche volta addirittura da un minimo particolare che si è caricato il peso intero di un’ossessione: la maglia rossa che sa di naftalina, e lui non riesce più a guardare lei mentre la indossa, la targa verde soltanto con tre iniziali sulla porta del vicino misterioso, J.K.C., la smagliatura nella calza della giovane viennese che ha chiesto un altro whisky, quel campanello con la boccia di ceramica bianca davanti all’ingresso del primo piano, dove si accumula per 167 pagine lo strazio per il dubbio di un tradimento: e non si sa.
Sembra una narrazione di tutti i giorni fatta apposta per quel giorno speciale in cui l’equilibrio del consueto si romperà squarciando l’esistenza, senza l’esprit de géometrie inevitabile nel racconto poliziesco, temperato dall’umanità di Maigret, che deve comunque aprire il meccanismo della storia, capire il guasto, e poi riordinarla secondo il bandolo che ha trovato, prima della fine. Nel romanzo no. Lo sguardo viene da dentro e non da fuori, l’enigma è interiore, tutto si consuma in forma autonoma corrompendosi, semplicemente seguendo la deriva dell’umano, il nostro arrenderci alla tentazione insopportabile che ci spinge a passare nella zona d’ombra, giocando tutto tra l’azzardo, la passione, la fortuna e la tragedia che sta già aspettando il saldo dell’inevitabile.
Se qualcuno scattasse una fotografia alle creature di Simenon, sarebbe di solitudine, in bianco e nero, magari coi profili forti e marcati di Yves Montand. Ci fosse un quadro, sarebbe Hopper, quei due tra le tinte tenui, inquadrati da una finestra in una stanza qualunque e in una sospensione del tempo, purché prima di qualcosa. Se poi partisse la musica, sarebbe evidentemente quella di Paolo Conte: con gli stessi uomini ruvidi e sconfitti, anzi battuti dalla vita, pieni di lividi nell’anima come degli ex pugili dell’esistenza e tuttavia ancora affascinanti, eterni dilettanti ma con una storia di avventure da raccontare, se solo ne avessero voglia, stasera. Ma adesso lei sta scendendo, lo stringerà sottobraccio sul marciapiede appena usciti. Bisogna prendere l’impermeabile: perché intorno tutto è pioggia, pioggia, pioggia e Francia.
Sul Venerdì del 17 maggio 2019