La transumanza sai è come il vento
Paolo Rumiz , di PAOLO RUMIZUna famiglia molisana, i Colantuono, ha dato una seconda vita a un rito che rischiava di scomparire e che ora attrae anche parecchi turisti. Un fotografo, Massimo Di Nonno, e uno scrittore, Paolo Rumiz, si sono messi sulle sue tracce. Dal Gargano ai monti
Le bestie più anziane sanno perfettamente quando è il momento. Lo sanno meglio e prima dei loro rancheros. Fiutano il profumo del monte, le nuove fioriture di primavera. Si strusciano una con l'altra, scalpitano, giocano con le corna. Chiedono di transumare. Hanno già fatto altre volte quel viaggio dal Gargano al Molise, lo hanno mandato a memoria, potrebbero tornare a casa anche da sole. Il ponte sul Fortore, il torrente Tona da risalire, Santa Croce Magliano, la Femmina Morta, Ripalimosani, la taverna di Torella, le chiesette tratturali con i resti di antiche locande, il paese di Acquevive con sopra i grandiosi pascoli di Montagnola. Quattro giorni di viaggio, da compiere quasi tutto di notte, come da tradizione.
Le vacche più giovani non capiscono il motivo di tutto quel fermento animale e di quell'andirivieni di umani con i loro cani pastori attorno al recinto, ma si fanno contagiare dal concerto dei campanacci che sveglia la contrada. Poi, ver…
Le vacche più giovani non capiscono il motivo di tutto quel fermento animale e di quell'andirivieni di umani con i loro cani pastori attorno al recinto, ma si fanno contagiare dal concerto dei campanacci che sveglia la contrada. Poi, ver…
Le bestie più anziane sanno perfettamente quando è il momento. Lo sanno meglio e prima dei loro rancheros. Fiutano il profumo del monte, le nuove fioriture di primavera. Si strusciano una con l'altra, scalpitano, giocano con le corna. Chiedono di transumare. Hanno già fatto altre volte quel viaggio dal Gargano al Molise, lo hanno mandato a memoria, potrebbero tornare a casa anche da sole. Il ponte sul Fortore, il torrente Tona da risalire, Santa Croce Magliano, la Femmina Morta, Ripalimosani, la taverna di Torella, le chiesette tratturali con i resti di antiche locande, il paese di Acquevive con sopra i grandiosi pascoli di Montagnola. Quattro giorni di viaggio, da compiere quasi tutto di notte, come da tradizione.
Le vacche più giovani non capiscono il motivo di tutto quel fermento animale e di quell'andirivieni di umani con i loro cani pastori attorno al recinto, ma si fanno contagiare dal concerto dei campanacci che sveglia la contrada. Poi, verso sera, i cancelli si aprono e le bestie vanno. Davanti le vecchie, dietro le più giovani, secondo una gerarchia imposta da madre natura. È come la rottura di una diga. Un fiume in piena che anziché scendere, sale. Quieto, lento, inesorabile, sorvegliato da italici cow boy a cavallo, ragazzi bruni dall'occhio andaluso, quasi arabo, con in testa al plotone un uomo più anziano a piedi che fa l'andatura con un passo antichissimo, corto e ancheggiante. Lo stesso di Abramo e di Mosè. Sono i Colantuono, figli di Nicola e nipoti di Felice, gli ultimi patriarchi di una lunga discendenza di conduttori di armenti. Cinque fratelli più una sorella, Carmelina, nati tutti di marzo, perché da secoli è a giugno, nove mesi prima, che i pastori tornano al monte e mettono incinte le loro donne.
Che festa dell'anima ritrovare i Colantuono, la "tribù" molisana che ha rilanciato la transumanza alla faccia di chi la guarda come un rito antiquato e contrario alla modernità. Una risposta, la loro, al ritorno di ostilità dei sedentari contro tutto ciò che è nomade e libero. Che meraviglia ritrovarli con l'entusiasmo intatto, a gestire un evento stagionale che è anche un grandioso rito identitario delle popolazioni italiche.
Li ho conosciuti in un giorno di pioggia di tredici anni fa, nella loro grande casa di Acquevive, dove mamma Vittoria cucinava per venti, cazzuolate di carne, di pasta e di fave dentro piatti enormi, grande madre appenninica dispensatrice di cibo, padrona assoluta di uno spazio domestico dove gli uomini erano presenze effimere, stagionali e itineranti. Chi ha transumato anche una sola volta, magari solo come accompagnatore, sa che l'esperienza ti cambia la vita. La natura attorno si trasfigura, si carica di leggenda, di energia metaforica. Il ritmo regolare dell'andare mette in moto una macchina dei pensieri che il nostro andare ricurvi sugli smartphone ha completamente anchilosato. Il silenzio, il respiro delle bestie, il sentirsi parte di un branco dà una picconata al tuo ego ma nello stesso tempo ti fa sentire, potentemente amplificato, il fragore della tua anima. La transumanza diventa un modo per transumanare.
Quattro giorni per passare dal mare al monte. Cento chilometri, ma è come andare dalla Grecia all'Irlanda. Non esiste terra al mondo dove questo millenario trasloco si consumi in uno spazio così corto. Non esiste spazio temperato dove da una cresta montuosa si possano vedere due mari, se non addirittura tre, come capita in Basilicata. È qui la grande differenza e la grande ricchezza (dimenticata) del nostro Paese. La facilità del passaggio dai pascoli in quota, profumati di fiori, e le radure costiere dove l'erba salata rigenera gli animali e dona sapidità al loro latte. Se migliaia di anni fa popoli migranti venuti dall'Asia si sono sistemati qui nonostante l'asperità labirintica del terreno e i continui terremoti, è perché avevano capito al volo la formidabile occasione di ricchezza che tutto questo rappresentava. Qualcosa che in Asia era impensabile. Una caratteristica tutta europea, e italiana in particolare.
La nostra storia è figlia della transumanza breve. La nostra fortuna anche. Il Pil italiano si generava in montagna, non in pianura. Un Pil che ha accumulato capitali enormi. Monte dei Paschi significa Monte dei Pascoli, ma oggi non lo sa nemmeno chi ci lavora. Non lo sanno i politici, che abbandonano la montagna perché non porta voti. Una montagna che si spopola e che, per la prima volta dopo millenni, nessuno ricostruisce più dopo un terremoto. La gente fugge sulla costa, e tutto la scoraggia a tornare. Per ignoranza, sordità burocratica e smemoratezza è saltato in aria un equilibrio.
Per questo transumare oggi, riappropriarsi dei tratturi minacciati dalla speculazione, non è uno spettacolo per turisti ma un atto di resistenza. E dà speranza vedere che, al Sud come al Nord, giovani (anche donne!) di stirpe italica scelgono di riprendere in mano il mestiere nonostante le transenne, i confini e i reticolati tornati di moda.
Sul Venerdì del 17 maggio 2019
Le vacche più giovani non capiscono il motivo di tutto quel fermento animale e di quell'andirivieni di umani con i loro cani pastori attorno al recinto, ma si fanno contagiare dal concerto dei campanacci che sveglia la contrada. Poi, verso sera, i cancelli si aprono e le bestie vanno. Davanti le vecchie, dietro le più giovani, secondo una gerarchia imposta da madre natura. È come la rottura di una diga. Un fiume in piena che anziché scendere, sale. Quieto, lento, inesorabile, sorvegliato da italici cow boy a cavallo, ragazzi bruni dall'occhio andaluso, quasi arabo, con in testa al plotone un uomo più anziano a piedi che fa l'andatura con un passo antichissimo, corto e ancheggiante. Lo stesso di Abramo e di Mosè. Sono i Colantuono, figli di Nicola e nipoti di Felice, gli ultimi patriarchi di una lunga discendenza di conduttori di armenti. Cinque fratelli più una sorella, Carmelina, nati tutti di marzo, perché da secoli è a giugno, nove mesi prima, che i pastori tornano al monte e mettono incinte le loro donne.
Che festa dell'anima ritrovare i Colantuono, la "tribù" molisana che ha rilanciato la transumanza alla faccia di chi la guarda come un rito antiquato e contrario alla modernità. Una risposta, la loro, al ritorno di ostilità dei sedentari contro tutto ciò che è nomade e libero. Che meraviglia ritrovarli con l'entusiasmo intatto, a gestire un evento stagionale che è anche un grandioso rito identitario delle popolazioni italiche.
Li ho conosciuti in un giorno di pioggia di tredici anni fa, nella loro grande casa di Acquevive, dove mamma Vittoria cucinava per venti, cazzuolate di carne, di pasta e di fave dentro piatti enormi, grande madre appenninica dispensatrice di cibo, padrona assoluta di uno spazio domestico dove gli uomini erano presenze effimere, stagionali e itineranti. Chi ha transumato anche una sola volta, magari solo come accompagnatore, sa che l'esperienza ti cambia la vita. La natura attorno si trasfigura, si carica di leggenda, di energia metaforica. Il ritmo regolare dell'andare mette in moto una macchina dei pensieri che il nostro andare ricurvi sugli smartphone ha completamente anchilosato. Il silenzio, il respiro delle bestie, il sentirsi parte di un branco dà una picconata al tuo ego ma nello stesso tempo ti fa sentire, potentemente amplificato, il fragore della tua anima. La transumanza diventa un modo per transumanare.
Quattro giorni per passare dal mare al monte. Cento chilometri, ma è come andare dalla Grecia all'Irlanda. Non esiste terra al mondo dove questo millenario trasloco si consumi in uno spazio così corto. Non esiste spazio temperato dove da una cresta montuosa si possano vedere due mari, se non addirittura tre, come capita in Basilicata. È qui la grande differenza e la grande ricchezza (dimenticata) del nostro Paese. La facilità del passaggio dai pascoli in quota, profumati di fiori, e le radure costiere dove l'erba salata rigenera gli animali e dona sapidità al loro latte. Se migliaia di anni fa popoli migranti venuti dall'Asia si sono sistemati qui nonostante l'asperità labirintica del terreno e i continui terremoti, è perché avevano capito al volo la formidabile occasione di ricchezza che tutto questo rappresentava. Qualcosa che in Asia era impensabile. Una caratteristica tutta europea, e italiana in particolare.
La nostra storia è figlia della transumanza breve. La nostra fortuna anche. Il Pil italiano si generava in montagna, non in pianura. Un Pil che ha accumulato capitali enormi. Monte dei Paschi significa Monte dei Pascoli, ma oggi non lo sa nemmeno chi ci lavora. Non lo sanno i politici, che abbandonano la montagna perché non porta voti. Una montagna che si spopola e che, per la prima volta dopo millenni, nessuno ricostruisce più dopo un terremoto. La gente fugge sulla costa, e tutto la scoraggia a tornare. Per ignoranza, sordità burocratica e smemoratezza è saltato in aria un equilibrio.
Per questo transumare oggi, riappropriarsi dei tratturi minacciati dalla speculazione, non è uno spettacolo per turisti ma un atto di resistenza. E dà speranza vedere che, al Sud come al Nord, giovani (anche donne!) di stirpe italica scelgono di riprendere in mano il mestiere nonostante le transenne, i confini e i reticolati tornati di moda.
Sul Venerdì del 17 maggio 2019