Il complottismo è nato sulla Luna. Cinquant'anni fa
Riccardo Staglianò , di RICCARDO STAGLIANÒHouston, abbiamo un problema. Prima delle bufale su 11 settembre, scie chimiche e Terra piatta c'erano le teorie sull'allunaggio mai avvenuto. Chi se le è inventate? E perché c'è chi ci crede ancora?
La madre di tutte le cospirazioni è sempre incinta. Lo sbarco sulla Luna è un fatto che genera testacoda logici a ciclo continuo. Un altoforno che viene alimentato di sospetti, fattoidi tendenziosi e gigantesche paranoie da mezzo secolo a questa parte. Veniali, perché non puntavano a screditare, anzi goffamente ad accreditare, come l'orma pubblicata sul Messaggero all'indomani del 20 luglio 1969, che invece di essere di Neil Armstrong sul suolo lunare potrebbe appartenere a uno stivale da pescatore sulla sabbia di Ostia. Oppure capitali, perché pretendevano invece di negare che fosse mai avvenuto, come Non siamo mai andati sulla Luna. Una truffa da 30 miliardi di dollari, il libro seminale del '76 di Bill Kaysing, che divenne l'Omero della specialità. Fino a scoprire, e arriviamo a oggi, che il biografo di Kaysing è Albino Galuppini, il portavoce dei terrapiattisti italiani, sconcertato dall'ingenuità della domanda s…
La madre di tutte le cospirazioni è sempre incinta. Lo sbarco sulla Luna è un fatto che genera testacoda logici a ciclo continuo. Un altoforno che viene alimentato di sospetti, fattoidi tendenziosi e gigantesche paranoie da mezzo secolo a questa parte. Veniali, perché non puntavano a screditare, anzi goffamente ad accreditare, come l'orma pubblicata sul Messaggero all'indomani del 20 luglio 1969, che invece di essere di Neil Armstrong sul suolo lunare potrebbe appartenere a uno stivale da pescatore sulla sabbia di Ostia. Oppure capitali, perché pretendevano invece di negare che fosse mai avvenuto, come Non siamo mai andati sulla Luna. Una truffa da 30 miliardi di dollari, il libro seminale del '76 di Bill Kaysing, che divenne l'Omero della specialità. Fino a scoprire, e arriviamo a oggi, che il biografo di Kaysing è Albino Galuppini, il portavoce dei terrapiattisti italiani, sconcertato dall'ingenuità della domanda sul perché si sia interessato al personaggio: "Beh, andare sulla Luna era un disperato tentativo di dimostrare che la Terra fosse rotonda. Ma, ovviamente, nessuno ci ha mai messo piede". E il cerchio, per così dire, si chiude.
Il tema è il contrario di nuovo. Ma il fatto che la Moon Landing Hoax, la presunta bufala dello sbarco, lastrichi il web di seguitissime repliche di un originale vecchio di cinquant'anni rende il fenomeno ancora più seducente. Perché offre uno spaccato nella psiche collettiva (il 7 per cento degli americani ancora ci crede, stando a Gallup, circa 20 milioni di persone) al contempo polverizzando la puerile pretesa che la post-verità sia un'invenzione trumpiana. Prima di immergerci in questo frizzante oceano di insensatezza, però, sbrighiamo la formalità dei capi di accusa. Sostengono i negazionisti che "il piccolo passo per l'uomo" non si sia mai posato sul nostro amato satellite perché: la bandiera americana garriva ma sulla Luna non c'è vento; in cielo non c'era una stella; le ombre di capsula e astronauti non tornavano; la temperatura avrebbe liquefatto qualsiasi pellicola; i razzi non avevano abbastanza forza per portare la capsule in orbita; e decine di altre presunte incongruenze che si metastatizzano in altrettante anomalie, in una vertigine di sfiducia sempre più patologica. Per le obiezioni, puntuali, basta la pagina di Wikipedia o, come mi suggerisce l'esperto Andrew Chaikin, una vecchia e disadorna pagina web a cui la stessa Nasa, stremata da troppi infruttuosi tentativi chiarificatori in proprio, linkava per smontare le fandonia (www.badastronomy.com/bad/tv/foxapollo.html).
"Dico solo che la bandiera sta su perché a reggerla avevano messo un'asticella orizzontale e che le stelle non si vedono perché le macchine fotografiche erano regolate per la luce diurna" liquida Paolo Attivissimo, noto debunker di bufale d'ogni ordine e grado con una passione speciale per l'astronomia, nonché traduttore-collaboratore della Nasa. La ragione più profonda, spiega, è che "la popolazione non era preparata. Si era passati dal primo volo, sessantasei anni prima, ad andare sulla Luna. Un salto oggettivamente portentoso. Aggiungete le immagini sgranate, in bianco e nero, e si intuisce l'origine dell'incredulità. Per non dire che c'è sempre una percentuale fisiologica, direi del 6-7 per cento, di gente che tende a non credere ad alcuna versione ufficiale. D'altronde, stando a vari sondaggi, un americano su cinque crede alle streghe".
LEGGI ANCHE: INTERVISTA A PIERO E ALBERTO ANGELA
Sui tipi umani più inclini a essere boccaloni ho chiesto allo psicologo Rob Brotherton, autore di Menti sospettose (Bollati Boringhieri): "Da una parte gioca la personalità, il desiderio di sostenere posizioni non ortodosse che sfidano il mainstream e che ti danno una patente di pensatore originale. Dall'altra capacità cognitive più basse, che ti portano a vedere disegni preordinati laddove c'è solo una casualità. Insieme questi due elementi forniscono un'illusione di comprensione, ovvero la tendenza a sovrastimare il poco che si sa rispetto al tanto che non sappiamo". Miscela esplosiva e diffusissima.
Nello specifico, però, ci sono alcune pietre miliari. A partire dal già citato libro del '76 (rare prime edizioni si trovano su eBay a 500 dollari) di Bill Kaysing, allora redattore tecnico per la Rocketdyne poi acquisita dalla Boeing, che lavorava ai razzi di propulsione della missione Apollo. Un collega gli disse che con la tecnologia dell'epoca al più si poteva arrivare ma di certo non rientrare dalla spedizione. È l'innesco del libro, che diventerà un classico. In breve: lo sbarco non c'è mai stato e le riprese sono state girate in studio da Stanley Kubrick, fresco dell'esperienza di 2001: Odissea nello spazio (1968).
Il Kubrickgate è diventato anche il fulcro di The Dark Side of the Moon, un mockumentary del 2002 di William Karel, fatto di spezzoni veri montati in modo da sostenere una tesi finta. Film di recente riproposto su La7 in uno speciale di Atlantide da Andrea Purgatori, il quale ci ha giocato così tanto che, se uno si alzava per andare in bagno o semplicemente si distraeva con il cellulare dal minuto 69 e 38 secondi al minuto 70 e 35 secondi - in cui finalmente si svelava che NON era vero che la vedova Kubrick e Kissinger confermavano la tesi della macchinazione - finiva invece per crederci.
Tornando a Kaysing, lui è morto nel 2005, ma sua figlia Wendy, ex giornalista e oggi sceneggiatrice in cerca di produttori, ne custodisce riluttantemente la memoria. La nostra chiacchierata inizia nel peggiore dei modi. Dico: "Abbiamo deciso di fare una storia di copertina...". E lei: "Piano. Chi è "abbiamo"? L'editore, il direttore, chi ha deciso e perché?". Faticosamente usciti da queste secche, scopro una persona di una gentilezza disarmante, e ora mi si stringe il cuore a farla passare come una che addirittura non crede allo sbarco sulla Luna. Dice: "Ero molto legata a mio padre anche se all'epoca in cui ha scritto il libro lui stava con la seconda moglie e non ci vedevamo così spesso, anche perché vivevamo a cinquemila chilometri di distanza e io ero impegnata a crescere i miei quattro figli".
Guardi, nessuno pensa che suo padre fosse una cattiva persona, ma il libro... "Non l'ho letto tutto, non sono una specialista, ma tendo a essere d'accordo con lui. Quel che mi ha insegnato è un metodo: mettere in discussione ogni cosa perché i media e le autorità, se vogliono, possono farti credere di tutto. Perché gli astronauti hanno dato pochissime interviste? Perché sono accaduti tanti incidenti a varie persone coinvolte nella missione? Ecco, io dico: prima leggete tutto, come ha fatto lui, scavate in profondità e solo allora fatevi un'opinione".
Ora, posso sbagliare, ma è poco credibile: come se il figlio di J.D. Salinger non avesse letto "tutto" Il giovane Holden. E i suoi quattro figli adulti sono d'accordo anche loro col libro? "Bah, sinceramente, non lo so. Non era un argomento di conversazione in famiglia. Per loro era il nonno, che vedevano un paio di volte all'anno. Un essere umano meraviglioso, estremamente amorevole, con il quoziente intellettivo di un genio, misurato alla visita militare. Sono fiera di averlo avuto come papà".
In verità il sito memoriale billkaysing.com non lo gestisce lei, ma il bresciano Galuppini. Alla morte di Kaysing rimediò un'email cui offrire condoglianze, assistenza web e più tardi, con appunti e videocassette che Wendy gli ha affidato ("È un terrapiattista? Non lo so, non sono particolarmente interessata in ciò in cui crede. No comment" dice lei) è diventato l'autore dell'unica biografia di Kaysing, La penna più veloce del West, ora fatta tradurre anche in inglese.
"Per il momento ho venduto qualche decina di copie" dice Galuppini al telefono dall'azienda agricola che gestisce "però ora dovrei andare su Amazon. Ricevo tantissimi complimenti da mezzo mondo e, secondo me, prima o poi ci faranno un film, un po' come successe a Bill". Questo è un punto dolente. L'anno dopo l'uscita di We Never Went to the Moon arrivò nelle sale Capricorn One, il gagliardo film di Peter Hyams (lo trovate gratis su YouTube) che immagina come la Nasa, terrorizzata dalla possibilità del fallimento della missione, rapisca tre astronauti e li obblighi, sotto la minaccia di uccidere i familiari, a inscenare l'atterraggio su Marte da un set cinematografico nascosto nel deserto del Nevada. Ovvero, al netto della destinazione astrale finale, lo svolgimento hollywoodiano del soggetto kaysingiano. "Che infatti fece causa agli autori del film" giura il biografo, "tranne che loro se la cavarono puntando sul fatto che fosse Marte e non la Luna" (una metateoria del complotto, cui Galuppini aderisce, sostiene anche che riuscirono rocambolescamente a entrare nella Siae locale per manomettere la sceneggiatura, antedatandola per evitare la causa. La figlia Wendy, invece, nega che ci sia stata alcuna causa e dice che il padre, "come ogni autore, era solo arrabbiato per le tante somiglianze").
Quanto allo sbarco, sostiene Galuppini, è "ovviamente una finzione, una messinscena come tante altre. Anche perché quei razzi andavano a una velocità massima di 4 chilometri al secondo mentre per entrare in orbita bisognava raggiungere almeno gli 8, e quindi...". Neanche la metà. È evidente! Il mistero più profondo, per me, resta la bonomia e generosità con cui lui e Wendy si offrono a uno che non ha fatto niente per nascondere che, metaforicamente, li guarda come se avessero in testa un cappellino di stagnola. Soprattutto dopo aver ricevuto dall'antropologo Ian Tattersall, autore del monumentale Hoax, storia di 5.000 anni di bufale e contraffazioni, la risposta più stitica di sempre alla domanda "Ci vuole del coraggio a negare un evento in mondovisione?" ("A quanto pare no!"). Che straccia per concisione anche quella di un'altra autorità, Andrew Chaikin, autore della serie From the Earth to the Moon: "Pare che un certo tipo di persona sia attratto dalle teoria della cospirazione". Ma va?
Tornando agli sbugiardamenti nostrani, è stato Attivissimo a denunciare, dieci anni fa, l'affaire Messaggero. Lo spunto era una lettera al mensile Fotografia Reflex che faceva notare come sarebbe stato impossibile pubblicare una foto la cui pellicola era ancora in orbita. Per non dire della differenza macroscopica tra l'impronta a righe orizzontali dei copriscarpe degli astronauti e quelle a lisca di pesce, da stivale da cacciatore o pescatore, pubblicata sul quotidiano romano. L'ipotesi che fosse stata scattata "al lido di Ostia" è invece di Giulio Forti, direttore della rivista. Paolo D'Angelo, ufficio stampa dell'Agenzia spaziale italiana e fanatico collezionatore di oltre 800 giornali sulla missione Apollo, la liquida come fake ormai notorio e aggiunge un errore (un po' da specialisti) e un falso: "Paese Sera titolò che Lunik 15 avrebbe trasmesso dalla faccia nascosta della Luna (non si può, non ci sono satelliti!) e l'Unione Sarda sparò "La prima fotografia dalla Luna" quando si trattava della foto di un'esercitazione: gli astronauti scattavano su pellicola, e per svilupparla si è dovuto attendere che rientrassero a terra".
Chiedo all'allora capo degli esteri del Messaggero della finta fotografia: "È ancora controverso" esordisce, per poi dire che forse era "una foto di maniera" e quindi spazientirsi e dettare la seguente dichiarazione ufficiale: "Per la prima volta sento dire che qualcuno mette in dubbio l'autenticità della foto. Non non ne so assolutamente nulla, era un problema che riguardava i grafici e la direzione" (l'ironia sta nel fatto che il pensionato collega, prolifico autore di 27 libri, tiene seminari su Le false notizie nella scienza ieri e oggi).
Non voglio farla lunga, erano altri tempi, c'erano pochi mezzi e la creatività suppliva anche dove non avrebbe dovuto. D'altronde quella prima pagina fece storia, con il suo "LUNA" composto a mano per superare i limiti imposti dalla tipografia a piombo, e andò a finire anche in varie hall of fame internazionali. C'è anche uno scatto, naturalmente compreso nella collezione D'Angelo, con Buzz Aldrin e signora immortalati davanti a una sua versione incorniciata.
Ma, alla fine, ci sarà qualcuno che sa esattamente com'è andata? chiedo a un certo numero di veterani del foglio romano. Uno di loro risale a un probabile esecutore materiale che, a sorpresa, gli racconta che lui e un collega si erano limitati a fotografare la diretta tv. Il che non torna, per i motivi che abbiamo già detto e per la diversissima risoluzione di quella che fu poi pubblicata. Magari fecero ciò che dice, ma all'ultimo qualcuno optò per una soluzione più scenografica. Quella finita in pagina. Sta di fatto che a me, a più riprese, il vecchio fotografo si è negato. L'unica cosa certa è che ben dodici esseri umani hanno calcato il suolo lunare. E, ritornati a Terra, tra loro un discreto numero ha caracollato tra derive alcoliche, svolte mistiche e sprofondi depressivi. La madre delle cospirazioni, coniglio scatenato, continua a figliare.
Sul Venerdì del 31 maggio 2019
Il tema è il contrario di nuovo. Ma il fatto che la Moon Landing Hoax, la presunta bufala dello sbarco, lastrichi il web di seguitissime repliche di un originale vecchio di cinquant'anni rende il fenomeno ancora più seducente. Perché offre uno spaccato nella psiche collettiva (il 7 per cento degli americani ancora ci crede, stando a Gallup, circa 20 milioni di persone) al contempo polverizzando la puerile pretesa che la post-verità sia un'invenzione trumpiana. Prima di immergerci in questo frizzante oceano di insensatezza, però, sbrighiamo la formalità dei capi di accusa. Sostengono i negazionisti che "il piccolo passo per l'uomo" non si sia mai posato sul nostro amato satellite perché: la bandiera americana garriva ma sulla Luna non c'è vento; in cielo non c'era una stella; le ombre di capsula e astronauti non tornavano; la temperatura avrebbe liquefatto qualsiasi pellicola; i razzi non avevano abbastanza forza per portare la capsule in orbita; e decine di altre presunte incongruenze che si metastatizzano in altrettante anomalie, in una vertigine di sfiducia sempre più patologica. Per le obiezioni, puntuali, basta la pagina di Wikipedia o, come mi suggerisce l'esperto Andrew Chaikin, una vecchia e disadorna pagina web a cui la stessa Nasa, stremata da troppi infruttuosi tentativi chiarificatori in proprio, linkava per smontare le fandonia (www.badastronomy.com/bad/tv/foxapollo.html).
"Dico solo che la bandiera sta su perché a reggerla avevano messo un'asticella orizzontale e che le stelle non si vedono perché le macchine fotografiche erano regolate per la luce diurna" liquida Paolo Attivissimo, noto debunker di bufale d'ogni ordine e grado con una passione speciale per l'astronomia, nonché traduttore-collaboratore della Nasa. La ragione più profonda, spiega, è che "la popolazione non era preparata. Si era passati dal primo volo, sessantasei anni prima, ad andare sulla Luna. Un salto oggettivamente portentoso. Aggiungete le immagini sgranate, in bianco e nero, e si intuisce l'origine dell'incredulità. Per non dire che c'è sempre una percentuale fisiologica, direi del 6-7 per cento, di gente che tende a non credere ad alcuna versione ufficiale. D'altronde, stando a vari sondaggi, un americano su cinque crede alle streghe".
LEGGI ANCHE: INTERVISTA A PIERO E ALBERTO ANGELA
Sui tipi umani più inclini a essere boccaloni ho chiesto allo psicologo Rob Brotherton, autore di Menti sospettose (Bollati Boringhieri): "Da una parte gioca la personalità, il desiderio di sostenere posizioni non ortodosse che sfidano il mainstream e che ti danno una patente di pensatore originale. Dall'altra capacità cognitive più basse, che ti portano a vedere disegni preordinati laddove c'è solo una casualità. Insieme questi due elementi forniscono un'illusione di comprensione, ovvero la tendenza a sovrastimare il poco che si sa rispetto al tanto che non sappiamo". Miscela esplosiva e diffusissima.
Nello specifico, però, ci sono alcune pietre miliari. A partire dal già citato libro del '76 (rare prime edizioni si trovano su eBay a 500 dollari) di Bill Kaysing, allora redattore tecnico per la Rocketdyne poi acquisita dalla Boeing, che lavorava ai razzi di propulsione della missione Apollo. Un collega gli disse che con la tecnologia dell'epoca al più si poteva arrivare ma di certo non rientrare dalla spedizione. È l'innesco del libro, che diventerà un classico. In breve: lo sbarco non c'è mai stato e le riprese sono state girate in studio da Stanley Kubrick, fresco dell'esperienza di 2001: Odissea nello spazio (1968).
Il Kubrickgate è diventato anche il fulcro di The Dark Side of the Moon, un mockumentary del 2002 di William Karel, fatto di spezzoni veri montati in modo da sostenere una tesi finta. Film di recente riproposto su La7 in uno speciale di Atlantide da Andrea Purgatori, il quale ci ha giocato così tanto che, se uno si alzava per andare in bagno o semplicemente si distraeva con il cellulare dal minuto 69 e 38 secondi al minuto 70 e 35 secondi - in cui finalmente si svelava che NON era vero che la vedova Kubrick e Kissinger confermavano la tesi della macchinazione - finiva invece per crederci.
Tornando a Kaysing, lui è morto nel 2005, ma sua figlia Wendy, ex giornalista e oggi sceneggiatrice in cerca di produttori, ne custodisce riluttantemente la memoria. La nostra chiacchierata inizia nel peggiore dei modi. Dico: "Abbiamo deciso di fare una storia di copertina...". E lei: "Piano. Chi è "abbiamo"? L'editore, il direttore, chi ha deciso e perché?". Faticosamente usciti da queste secche, scopro una persona di una gentilezza disarmante, e ora mi si stringe il cuore a farla passare come una che addirittura non crede allo sbarco sulla Luna. Dice: "Ero molto legata a mio padre anche se all'epoca in cui ha scritto il libro lui stava con la seconda moglie e non ci vedevamo così spesso, anche perché vivevamo a cinquemila chilometri di distanza e io ero impegnata a crescere i miei quattro figli".
Guardi, nessuno pensa che suo padre fosse una cattiva persona, ma il libro... "Non l'ho letto tutto, non sono una specialista, ma tendo a essere d'accordo con lui. Quel che mi ha insegnato è un metodo: mettere in discussione ogni cosa perché i media e le autorità, se vogliono, possono farti credere di tutto. Perché gli astronauti hanno dato pochissime interviste? Perché sono accaduti tanti incidenti a varie persone coinvolte nella missione? Ecco, io dico: prima leggete tutto, come ha fatto lui, scavate in profondità e solo allora fatevi un'opinione".
Ora, posso sbagliare, ma è poco credibile: come se il figlio di J.D. Salinger non avesse letto "tutto" Il giovane Holden. E i suoi quattro figli adulti sono d'accordo anche loro col libro? "Bah, sinceramente, non lo so. Non era un argomento di conversazione in famiglia. Per loro era il nonno, che vedevano un paio di volte all'anno. Un essere umano meraviglioso, estremamente amorevole, con il quoziente intellettivo di un genio, misurato alla visita militare. Sono fiera di averlo avuto come papà".
In verità il sito memoriale billkaysing.com non lo gestisce lei, ma il bresciano Galuppini. Alla morte di Kaysing rimediò un'email cui offrire condoglianze, assistenza web e più tardi, con appunti e videocassette che Wendy gli ha affidato ("È un terrapiattista? Non lo so, non sono particolarmente interessata in ciò in cui crede. No comment" dice lei) è diventato l'autore dell'unica biografia di Kaysing, La penna più veloce del West, ora fatta tradurre anche in inglese.
"Per il momento ho venduto qualche decina di copie" dice Galuppini al telefono dall'azienda agricola che gestisce "però ora dovrei andare su Amazon. Ricevo tantissimi complimenti da mezzo mondo e, secondo me, prima o poi ci faranno un film, un po' come successe a Bill". Questo è un punto dolente. L'anno dopo l'uscita di We Never Went to the Moon arrivò nelle sale Capricorn One, il gagliardo film di Peter Hyams (lo trovate gratis su YouTube) che immagina come la Nasa, terrorizzata dalla possibilità del fallimento della missione, rapisca tre astronauti e li obblighi, sotto la minaccia di uccidere i familiari, a inscenare l'atterraggio su Marte da un set cinematografico nascosto nel deserto del Nevada. Ovvero, al netto della destinazione astrale finale, lo svolgimento hollywoodiano del soggetto kaysingiano. "Che infatti fece causa agli autori del film" giura il biografo, "tranne che loro se la cavarono puntando sul fatto che fosse Marte e non la Luna" (una metateoria del complotto, cui Galuppini aderisce, sostiene anche che riuscirono rocambolescamente a entrare nella Siae locale per manomettere la sceneggiatura, antedatandola per evitare la causa. La figlia Wendy, invece, nega che ci sia stata alcuna causa e dice che il padre, "come ogni autore, era solo arrabbiato per le tante somiglianze").
Quanto allo sbarco, sostiene Galuppini, è "ovviamente una finzione, una messinscena come tante altre. Anche perché quei razzi andavano a una velocità massima di 4 chilometri al secondo mentre per entrare in orbita bisognava raggiungere almeno gli 8, e quindi...". Neanche la metà. È evidente! Il mistero più profondo, per me, resta la bonomia e generosità con cui lui e Wendy si offrono a uno che non ha fatto niente per nascondere che, metaforicamente, li guarda come se avessero in testa un cappellino di stagnola. Soprattutto dopo aver ricevuto dall'antropologo Ian Tattersall, autore del monumentale Hoax, storia di 5.000 anni di bufale e contraffazioni, la risposta più stitica di sempre alla domanda "Ci vuole del coraggio a negare un evento in mondovisione?" ("A quanto pare no!"). Che straccia per concisione anche quella di un'altra autorità, Andrew Chaikin, autore della serie From the Earth to the Moon: "Pare che un certo tipo di persona sia attratto dalle teoria della cospirazione". Ma va?
Tornando agli sbugiardamenti nostrani, è stato Attivissimo a denunciare, dieci anni fa, l'affaire Messaggero. Lo spunto era una lettera al mensile Fotografia Reflex che faceva notare come sarebbe stato impossibile pubblicare una foto la cui pellicola era ancora in orbita. Per non dire della differenza macroscopica tra l'impronta a righe orizzontali dei copriscarpe degli astronauti e quelle a lisca di pesce, da stivale da cacciatore o pescatore, pubblicata sul quotidiano romano. L'ipotesi che fosse stata scattata "al lido di Ostia" è invece di Giulio Forti, direttore della rivista. Paolo D'Angelo, ufficio stampa dell'Agenzia spaziale italiana e fanatico collezionatore di oltre 800 giornali sulla missione Apollo, la liquida come fake ormai notorio e aggiunge un errore (un po' da specialisti) e un falso: "Paese Sera titolò che Lunik 15 avrebbe trasmesso dalla faccia nascosta della Luna (non si può, non ci sono satelliti!) e l'Unione Sarda sparò "La prima fotografia dalla Luna" quando si trattava della foto di un'esercitazione: gli astronauti scattavano su pellicola, e per svilupparla si è dovuto attendere che rientrassero a terra".
Chiedo all'allora capo degli esteri del Messaggero della finta fotografia: "È ancora controverso" esordisce, per poi dire che forse era "una foto di maniera" e quindi spazientirsi e dettare la seguente dichiarazione ufficiale: "Per la prima volta sento dire che qualcuno mette in dubbio l'autenticità della foto. Non non ne so assolutamente nulla, era un problema che riguardava i grafici e la direzione" (l'ironia sta nel fatto che il pensionato collega, prolifico autore di 27 libri, tiene seminari su Le false notizie nella scienza ieri e oggi).
Non voglio farla lunga, erano altri tempi, c'erano pochi mezzi e la creatività suppliva anche dove non avrebbe dovuto. D'altronde quella prima pagina fece storia, con il suo "LUNA" composto a mano per superare i limiti imposti dalla tipografia a piombo, e andò a finire anche in varie hall of fame internazionali. C'è anche uno scatto, naturalmente compreso nella collezione D'Angelo, con Buzz Aldrin e signora immortalati davanti a una sua versione incorniciata.
Ma, alla fine, ci sarà qualcuno che sa esattamente com'è andata? chiedo a un certo numero di veterani del foglio romano. Uno di loro risale a un probabile esecutore materiale che, a sorpresa, gli racconta che lui e un collega si erano limitati a fotografare la diretta tv. Il che non torna, per i motivi che abbiamo già detto e per la diversissima risoluzione di quella che fu poi pubblicata. Magari fecero ciò che dice, ma all'ultimo qualcuno optò per una soluzione più scenografica. Quella finita in pagina. Sta di fatto che a me, a più riprese, il vecchio fotografo si è negato. L'unica cosa certa è che ben dodici esseri umani hanno calcato il suolo lunare. E, ritornati a Terra, tra loro un discreto numero ha caracollato tra derive alcoliche, svolte mistiche e sprofondi depressivi. La madre delle cospirazioni, coniglio scatenato, continua a figliare.
Sul Venerdì del 31 maggio 2019