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Alcune mamme No Pfas e, dietro, la fabbrica ora chiusa (Luigi Narici/ Agf) 

Viva le mamme anti Pfas

Una fabbrica inquinante, una molecola cancerogena, un pezzo di Nordest a rischio. Nessuno faceva nulla. Poi sono scese in campo loro. Che ora possono dire di avere vinto
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LONIGO (Vicenza). Quando Michela Piccoli si sporge dalla sua finestra, non vede quello che vediamo noi: boschi, vigneti, l'armonia dei Colli Berici, uno dei tipici scorci che meritano all'Italia il titolo di Belpaese. Bello, certo, ma Michela vede acqua: "Siamo sospesi su una falda immensa, grande come il Lago di Garda". Nella Bassa veneta, tra le provincie di Vicenza, Verona e Padova, l'acqua è dappertutto, anche dove non scorre più: superata la coda di camion all'uscita del casello di Montecchio, ci si ritrova in piazzetta Risorgiva, poco più avanti c'è via Acque, tutt'attorno è un dedalo di fiumi, ruscelli, canali. E falde: "La nostra è una delle più estese d'Europa, e alimenta un acquedotto che serve oltre 200 mila persone".

Non che sia sempre stata un'esperta di idrodinamica. In fondo Michela fa l'infermiera domiciliare. Un lavoro duro, che non ne richiederebbe un altro: &quo…
LONIGO (Vicenza). Quando Michela Piccoli si sporge dalla sua finestra, non vede quello che vediamo noi: boschi, vigneti, l'armonia dei Colli Berici, uno dei tipici scorci che meritano all'Italia il titolo di Belpaese. Bello, certo, ma Michela vede acqua: "Siamo sospesi su una falda immensa, grande come il Lago di Garda". Nella Bassa veneta, tra le provincie di Vicenza, Verona e Padova, l'acqua è dappertutto, anche dove non scorre più: superata la coda di camion all'uscita del casello di Montecchio, ci si ritrova in piazzetta Risorgiva, poco più avanti c'è via Acque, tutt'attorno è un dedalo di fiumi, ruscelli, canali. E falde: "La nostra è una delle più estese d'Europa, e alimenta un acquedotto che serve oltre 200 mila persone".

Non che sia sempre stata un'esperta di idrodinamica. In fondo Michela fa l'infermiera domiciliare. Un lavoro duro, che non ne richiederebbe un altro: "Ma da due anni appena finisco il turno mi dedico all'acqua con impegno disumano". Ride Michela, e con l'aiuto di quattro faldoni fitti di documenti ci introduce a uno scandalo ambientale dai tratti quasi grotteschi: un'unica azienda di 120 dipendenti che contamina l'acqua e il sangue di decine di migliaia di persone. Ma con la stessa energia da attivista per necessità,  ci svela anche il segreto di uno dei movimenti civici più efficaci degli ultimi anni. Se in queste settimane al ministero dell'Ambiente si stanno finalmente stabilendo limiti nazionali alla presenza dei temibili acidi perfluoroalchilici (i cosiddetti Pfas), è anche perché due anni fa Michela e le sue amiche hanno dato vita all'ancor più temibile movimento delle Mamme No Pfas.

Gli acidi perfluoroalchilici sono molecole sintetiche diventate d'uso comune per un'infinita serie di prodotti: dalle pelli ai tessuti, dalle pentole alle schiume antincendio. Hanno il pregio di essere ultraresistenti all'acqua, al fuoco e ai grassi, e hanno il difetto di continuare a esserlo anche quando non servirebbe più: molecole sono state rinvenute fino in Antardide, nel fegato di balena, nelle uova di pinguino. In Italia se ne comincia a parlare nel 2013, quando una squadra del Cnr si mette a caccia di Pfas nei grandi fiumi: "Trovammo concentrazioni elevate nel Po, nell'Arno, nel Tevere" dice il chimico Stefano Polesello che guidò le ricerche. "Ma quando passammo all'acqua di rubinetto di Albaredo d'Adige, l'asticella schizzò di venti, anche cinquanta volte sopra la media della contaminazione".

Albaredo non prende l'acqua dal Po, e rientra nel monitoraggio quasi per caso, o meglio per uno scrupolo last minute di Polesello: "In un rapporto dell'Ocse avevo letto di un'azienda chiamata Miteni che produceva Pfas in provincia di Vicenza". Basta un bicchiere d'acqua fresca per capire che qui più del fiume è direttamente la falda a essere avvelenata: dopo decenni di onorato inquinamento, oggi Miteni è in procedura fallimentare, mentre Albaredo rientra nella zona rossa dell'emergenza Pfas decretata dalla Regione Veneto. Come Lonigo, dove vive Michela Piccoli; e come Cologna Veneta, dove ha casa Piergiorgio Boscagin, presidente del locale circolo di Legambiente: "Adesso anche a Roma riconoscono l'entità del disastro" sospira. "Ma noi ambientalisti ne parliamo dal 2014: per anni siamo stati derisi e accusati di inutile allarmismo".

In tutto il Veneto si smette di ridere all'inizio del 2017, a casa di Michela Piccoli. È martedì 7 marzo: "Quel giorno ricevemmo il responso delle analisi di mia figlia quindicenne" ricorda con foga. "E i valori di Pfoa, il più nocivo dei Pfas, superavano di 58 volte i livelli minimi, di dieci i livelli massimi di riferimento". Era partito lo screening sulla popolazione dell'area contaminata, e con le molecole che passavano dall'acqua di falda al sangue dei figli il cruccio da ambientalisti si trasformava in patema di popolo: "Sono una mamma fortunata perché la mia primogenita è libera da Pfas, la seconda supera la soglia massima solo di cinque volte" dice Carmen Chiarello, nella sua bella casa di Brendola. "Ma nei nostri corpi non deve più entrare nemmeno un nanogrammo di quella roba: ormai beviamo e cuciniamo solo con acqua di bottiglia".

Lo screening di massa viene avviato dopo che nel novembre 2016 un documento della Regione segnala "significativi eccessi di mortalità" per cardiopatie ischemiche, malattie cerebrovascolari, diabete mellito e Alzheimer nei 21 comuni (poi saliti a 30) della zona rossa. Niente di sorprendente per Vincenzo Cordiano, fino allo scorso dicembre ematologo dell'ospedale di Valdagno, che è stato il primo medico a dare l'allarme sulla contaminazione da acidi perfluoroalchilici: "Mi aveva colpito la flemma con cui nel 2013 Regione e Istituto Superiore di Sanità avevano reagito ai primi dati sull'inquinamento delle falde" ricorda senza rabbia. "Mi misi a studiare, trovai importanti precedenti in America, e cominciai a parlare pubblicamente dei rischi non solo ambientali ma sanitari degli acidi perfluoroalchilici". La sua presa di posizione suscitò scherno, invettive, e due richiami formali a non presentarsi più in pubblico come medico della sua Asl di appartenenza: "Il sindaco di un paese coinvolto arrivò a maledire chi gli aveva dato la laurea" conferma l'ambientalista Boscagin. Ma il tempo è galantuomo: qualche anno fa chi parlava di contaminazione rischiava il licenziamento, recentemente è stato il governatore Luca Zaia a chiedere al governo la proroga dello stato d'emergenza.

In Veneto non c'è più nessuno che abbia voglia di minimizzare: accerchiata da società civile, magistratura e politica, la Miteni ha interrotto la produzione e presentato istanza di fallimento. Tra gli ex dirigenti c'è chi parla di complotto, ma i carabinieri del Nucleo operativo ecologico hanno appena consegnato in Procura una relazione che fa risalire addirittura al 2005 la consapevolezza dell'inquinamento. Tutto si è mosso lentamente finché non sono scese in campo le mamme: "È frustrante, perché se avessero ascoltato anche noi ambientalisti la contaminazione sarebbe stata contrastata con tre anni d'anticipo" sbotta Boscagin. E invece: il 6 settembre 2017 le mamme No Pfas ottengono un incontro con il governatore Zaia. Si presentano con le analisi dei loro figli e con una richiesta lapidaria: o si abbassano i livelli di Pfas in acquedotto, o si mandano le autobotti nei paesi.

Non passa neanche un mese e la Regione impone i limiti più restrittivi d'Europa, con l'obiettivo di azzerare completamente i valori di Pfas almeno per gli utenti della zona rossa, ovvero per chi negli ultimi anni ne ha fatta indigestione suo malgrado: "Le molecole di Pfas si intercettano con speciali filtri a carboni attivi" spiega Nicola Dell'Acqua, commissario governativo all'emergenza. "Solo per la loro manutenzione Regione Veneto spende due milioni di euro all'anno".

I Pfas sono degli interferenti endocrini potenzialmente cancerogeni. Lo screening di massa sta rilevando che la loro incidenza media in zona rossa supera di almeno otto volte i valori accettabili per noi umani contaminati del XXI secolo. Eppure a sei anni dalle prime analisi, e a pochi mesi dalla chiusura della Miteni, nell'aprile scorso la storia è tornata al punto di partenza. Sul Delta del Po sono state rilevate quantità enormi di C604, una molecola perfluoroalchilica di ultima generazione. Non è come averla in falda, ma è un gran brutto segno per l'ecosistema del grande fiume: "Il Veneto è l'unica regione ad aver imposto limiti tassativi alla presenza di Pfas negli scarichi industriali e nell'acqua potabile" spiega Dell'Acqua. "Ma se a monte non ci seguono, la nostra acqua continuerà a essere contaminata". Non per nulla il governatore Zaia ha parlato di "questione ambientale nazionale" invitando il governo a "intervenire ponendo limiti zero". Il presidente di Legambiente non avrebbe potuto dirlo meglio.

Siamo un Paese lungo anche in tema di disastri ambientali. Nel sito della Regione Campania non si fa menzione del dramma della Terra dei Fuochi, in quello della Regione Veneto l'emergenza Pfas spicca a colori accesi in homepage. Tanta attenzione nasce da una politica appiccicata al territorio, certo, ma è merito soprattutto degli ambientalisti e di un drappello di mamme in allarme: "Mi faccio in quattro, mando i miei figli a basket, dal dentista, a ripetizione di inglese" si scalda Michela Piccoli. "Come posso accettare che me li avvelenino dal rubinetto?".

A mani nude, con un megafono montato sulla jeep, a fine 2017 le mamme portarono in piazza più di diecimila persone. Sono diventate esperte di chimica, idrologia, diritto ambientale: "I carabinieri hanno fatto un ottimo lavoro, ma ora si deve arrivare rapidamente al processo perché su tutto incombe il rischio della prescrizione". In due anni sono andate nei comuni, in  Regione, in Parlamento, presto pure dal Papa: "E pensare che i primi sindaci ci dissero di stare tranquille perché i Pfas non fanno più danni della caffeina..." sorride Carmen Chiarello.

Quando le chiedo come siano riuscite a farsi ascoltare, Michela ha come un cedimento nella voce: "Lavorando giorno e notte, passando due anni che non auguro a nessuno". Poi però si riprende, va alla finestra e la spalanca su una meraviglia di campi e campanili: "Ma la vedi anche tu tutta quest'acqua?".

Sul Venerdì del 7 giugno 2019