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Karl Marx su un poster (Getty Images) 

L'ascensore sociale si muove. Però solo in giù

Così la classe media sta scivolando verso quella operaia. Parola del sociologo Marzio Barbagli. E di Carlo Marx
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Più lento. Traballante. E se spingi un pulsante per salire, le porte potrebbero aprirsi a sorpresa su un pianerottolo più basso. L'ascensore sociale si muove ancora. Non si è bloccato fra i piani, come in una paradossale sitcom televisiva francese di qualche anno fa. Ma se funziona peggio non è colpa della crisi economica ormai decennale. E soprattutto: non ci sono tecnici per sbloccare la panne. Decenni di dati alla mano, il sociologo Marzio Barbagli ha demolito diversi luoghi comuni sulla metafora più suggestiva della mobilità sociale, in un capitolo scritto assieme a Maurizio Pisati che uscirà nel volume Diseguaglianze e classi sociali dell'Accademia nazionale dei Lincei.

Professor Barbagli, la società è un ascensore?
"La metafora dell'ascensore sociale rotto non ci aiuta a descrivere e a spiegare cosa è avvenuto nel nostro Paese riguardo alla mobilità sociale: può essere anzi fuor…
Più lento. Traballante. E se spingi un pulsante per salire, le porte potrebbero aprirsi a sorpresa su un pianerottolo più basso. L'ascensore sociale si muove ancora. Non si è bloccato fra i piani, come in una paradossale sitcom televisiva francese di qualche anno fa. Ma se funziona peggio non è colpa della crisi economica ormai decennale. E soprattutto: non ci sono tecnici per sbloccare la panne. Decenni di dati alla mano, il sociologo Marzio Barbagli ha demolito diversi luoghi comuni sulla metafora più suggestiva della mobilità sociale, in un capitolo scritto assieme a Maurizio Pisati che uscirà nel volume Diseguaglianze e classi sociali dell'Accademia nazionale dei Lincei.

Professor Barbagli, la società è un ascensore?
"La metafora dell'ascensore sociale rotto non ci aiuta a descrivere e a spiegare cosa è avvenuto nel nostro Paese riguardo alla mobilità sociale: può essere anzi fuorviante. Quando i media parlano di ascensore sociale bloccato intendono tre cose molto diverse. La prima: che la nostra società è ferma, perché i figli restano nella stessa posizione sociale del padre. La seconda: che i figli arrivano sempre meno frequentemente a una classe sociale più elevata dei genitori. La terza: che le diseguaglianze fra le diverse posizioni sociali di origine in termini di opportunità di mobilità sociale sono aumentate. Bene, se consideriamo la prima, l'ascensore sociale non sembra essersi affatto bloccato. La maggioranza degli italiani è sempre stata mobile. Ancora oggi sei italiani su dieci si trovano a vivere in un ceto diverso da quello dei loro genitori. È una quota non così lontana da quella degli anni in cui la maturazione della struttura industriale italiana aveva sconvolto le classi sociali: 63 per cento nel 1968, 69 per cento nel 1975. Il tasso complessivo di mobilità sociale, tuttavia, è diminuito nell'ultimo quarantennio. E quel che sorprende, da vent'anni circa, è che la mobilità ha cominciato anche a funzionare nel senso opposto, discendente. Per la prima volta in modo statisticamente sensibile i figli della classe media impiegatizia scivolano spesso nella classe operaia urbana".

Colpa della crisi? L'espressione "ascensore sociale" entra nel vocabolario Treccani nel 2008. L'anno dell'inizio della crisi economica.
"Appunto: vuol dire che la preoccupazione per l'andamento della mobilità sociale esisteva già prima della crisi. No, il rallentamento della mobilità è un fenomeno che comincia molto prima del 2008. Ne abbiamo trovato traccia a partire dalla metà degli anni Ottanta del Novecento, ed è stato provocato dal rallentamento della crescita dell'offerta di posti di lavoro più elevati: quelli della borghesia e della classe media impiegatizia. Ceti che non "chiamano" più come in passato. Con buona pace di vari commentatori, la lunga crisi economica degli ultimi dieci anni non è la causa della minore fluidità della struttura sociale italiana. La diseguaglianza delle opportunità è probabilmente un meccanismo profondo, legato alla struttura del mercato del lavoro, che avrà conseguenze di lunga durata".

Non ci sarà mai più una stagione di "liberi tutti" come negli anni Sessanta?
"L'improvvisa mobilità sociale negli anni dell'industrializzazione, del cosiddetto boom economico, dipendeva dal legame fortissimo con il cambiamento della struttura del mercato del lavoro. Occupazioni di tipo tradizionale, quelle contadine, bracciantili, scomparivano letteralmente dalla scena, mentre l'espansione industriale nelle grandi città chiedeva urgentemente operai. Masse di lavoratori erano praticamente costrette a cambiare classe sociale per poter lavorare. Si trattò molto meno di una promozione individuale che di una ristrutturazione generale delle classi".

In Italia ora si sono appannate le differenze fra le classi?
"Al contrario, le differenze sociali fra le classi sociali esistono ancora, semmai si sono rafforzate. La classe operaia si è ristretta, è cambiata, ma è più omogenea di prima. E gli operai di oggi sono sempre più frequentemente figli di operai. Questo succede non solo perché non si riesce più a salire verso posizioni sociali migliori, ma anche perché la classe operaia non riceve più dalle classi rurali ormai ridotte al minimo fisiologico. In parole più semplici: la mobilità sociale rallenta perché la geografia delle opportunità di lavoro a disposizione dei figli somiglia sempre di più a quella che avevano a disposizione i padri".

Significa che ci sono sempre meno occasioni di uscire individualmente dal proprio destino prestabilito?
"Non è cambiato molto, in questo. La diseguaglianza delle opportunità, cioè il peso delle origini sui destini sociali degli individui, è rimasto sostanzialmente invariato. Nascere in una famiglia più o meno benestante ha influito sulle opportunità di mobilità degli uomini nati alla fine degli anni Settanta nella stessa misura in cui ha inciso sulle opportunità dei loro padri. Ma quello che conta è che non c'è nulla che una politica possa fare per cambiare la situazione. La speranza di agevolare la crescita sociale delle classi subalterne agendo sulle leve dell'istruzione si è rivelata molto meno efficace del previsto. Le riforme e politiche pubbliche realizzate in Italia nel secondo dopoguerra per ridurre le diseguaglianze, penso soprattutto alle riforme scolastiche, non hanno avuto alcuna efficacia".

I capaci e i meritevoli, come si diceva una volta, devono rassegnarsi?
"Non necessariamente. Possono sempre sperare che vi siano interventi pubblici più efficaci, capaci almeno di individuare e favorire, fin dai primi anni della carriera scolastica, i capaci e meritevoli privi di mezzi".

Cosa può accadere in una società quando la speranza di poter migliorare la propria condizione sociale di origine viene frustrata?
"Be', questo ce lo raccontò Marx. La classe operaia diventa combattiva politicamente quando non può più migliorare la propria condizione individualmente".

Sul Venerdì del 14 giugno 2019