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L’impiegato Jack Lemmon e l’ascensorista Shirley McLaine in L’appartamento di Billy Wilder (Contrasto/ Everett) 

Tra un piano e l'altro c'è da farsi un film

Negli ascensori del cinema si chiacchiera, ci si innamora, si fa sesso, si ammazza. Da Metropolis a Fantozzi, ecco che succede sullo schermo quando si chiudono le porte della cabina
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Al cinema, l'ascensore porta dappertutto: ai piani alti o nel profondo dell'inconscio. Perché una cabina coi bottoni che si muove nel vuoto è un dispositivo molto versatile: funziona come mezzo di trasporto, come intermezzo narrativo, location di chiacchiere o rivelazioni, alcova, scena del delitto, dell'orrore e del terrore, metafora sociale-psichica-filosofica-politica (magari anche sessuale, con tutto quel su e giù) e chissà quant'altro. Nei film americani in bianco e nero l'ascensore negli uffici evoca la modernità, la verticalità del potere insediato nei grattacieli e l'ubiquità del suo sguardo che controlla gli impiegati disposti secondo lo schema carcerario del panopticon, ma esprime anche i pretesi valori democratici di una società che, salvo eccezioni consente a tutti l'ascesa.

Patiboli e uffici
Però gli ascensori precipitano anche, già dai tempi di Metropolis (Fritz Lang, 1927)…
Al cinema, l'ascensore porta dappertutto: ai piani alti o nel profondo dell'inconscio. Perché una cabina coi bottoni che si muove nel vuoto è un dispositivo molto versatile: funziona come mezzo di trasporto, come intermezzo narrativo, location di chiacchiere o rivelazioni, alcova, scena del delitto, dell'orrore e del terrore, metafora sociale-psichica-filosofica-politica (magari anche sessuale, con tutto quel su e giù) e chissà quant'altro. Nei film americani in bianco e nero l'ascensore negli uffici evoca la modernità, la verticalità del potere insediato nei grattacieli e l'ubiquità del suo sguardo che controlla gli impiegati disposti secondo lo schema carcerario del panopticon, ma esprime anche i pretesi valori democratici di una società che, salvo eccezioni consente a tutti l'ascesa.

Patiboli e uffici
Però gli ascensori precipitano anche, già dai tempi di Metropolis (Fritz Lang, 1927). Sprofondano, quelle macchine infernali adibite al trasporto degli operai della città sotterranea: la rivolta degli sfruttati provoca un'esplosione catastrofica che anticipa di mezzo secolo L'inferno di cristallo (John Guillermin, 1974).

Sarà lo spirito del tempo, ma nell'arco di due anni, dal 1958 al 1960, due film indimenticabili hanno molto a che fare con gli ascensori. Il primo a partire dal titolo, Ascensore per il patibolo, è l'esordio noir di Luis Malle che gioca con il tradimento, la dark lady (Jeanne Moreau) il delitto, la trappola, il caso, per non dir la sfiga: due amanti decidono di uccidere il ricco marito di lei, fingendo un suicidio nel suo ufficio, ma poi l'omicida rimane bloccato nell'ascensore aziendale e il commissario Lino Ventura indovina tutto. L'altro film è L'appartamento di Billy Wilder: Shirley MacLaine è l'ascensorista di una società di assicurazioni sedotta e bidonata dal capo del personale, Jack Lemmon è un contabile che arrotonda lo stipendio affittando a ore casa sua ai dirigenti in fregola. Lei vede il mondo passare nella sua cabina e lui nella sua camera da letto. Sono tristi, anonimi, soli, poi l'amore li riscatta.

Comici in ascesa
Un riscatto più plateale, in puro stile anni Ottanta, è quello che si svolge nell'ascensore di Una donna in carriera (Mike Nichols, 1988). Una struggente Melanie Griffith, segretaria di periferia con il pallino della finanza, sputtana davanti al big boss quell'antipatica di Sigourney Weaver, la sua capetta prepotente che le ha fregato l'idea di un grande affare.

Che siano supersonici o ansimanti, questi scatoloni di vetro e metallo appesi a un filo hanno un potenziale simbolico che torna sempre buono alla regia. Possono alludere ai saliscendi della fortuna, ai repentini passaggi dal progresso alla barbarie, dalla quiete alla tempesta, dalla calma al terrore, infatti è lunga la serie di film horror, thriller o catastrofici che si snodano fra un piano e l'altro. Claustrofobico e grondante metafore, Il silenzio degli innocenti (Jonathan Demme, 1992) fa un cospicuo uso di ascensori: in una delle prime scene Jodie Foster, recluta di Quantico, l'accademia Fbi, ne affronta intidimidita uno pieno di maschi più alti di lei: si capisce che non è preparata alla corvée tra serial killer che le appiopperanno i superiori. Verso il finale, per evadere dalla sua cella di lusso nel tribunale di Memphis, Hannibal the Cannibal - Anthony Hopkins, piazza il cadavere di una guardia che ha ammazzato nel controsoffitto dell'elevator e prende il suo posto sull'ambulanza.

Scriveva Don Milani: "L'ascensore è una macchina per ignorare gli inquilini". Più che vero, infatti l'invisibilità del prossimo che riesce a generare una salita affollata dal primo al quarantesimo piano ha qualcosa di soprannaturale. Ma questa potrebbe anche essere una reazione all'innaturale promiscuità imposta dai mezzi della modernità: treni, bus, metropolitane e ascensori, appunto.

Sulla sindrome da scatola di sardine c'è una gag incantevole in Il mattatore di Hollywood, diretto e interpretato nel 1961 da Jerry Lewis, che è uno stupidotto assunto dagli studios Paramount con mansioni da spia. Strizzato in ascensore, ha quasi uno scambio di stuzzicadenti (masticati) con un signore con cui si trova in posizione da bacio; si gira e viene affumicato dal sigaro di un altro passeggero; striscia di fronte a una bella signorina che non fuma, ma mastica vistosamente la gomma e gli fa scoppiare un mostruoso pallone che gli incolla la faccia. Invece Fantozzi, nell'ascensore gremito di un grande magazzino - non dell'ufficio - fa una puzza tremenda: è in regressione trasgressiva perché il medico gli ha detto che sta per morire (Fantozzi in paradiso, Neri Parenti, 1993).

Il dolce su e giù
Paradiso e inferno sono mete ricorrenti per i passeggeri in verticale. In Harry a pezzi (1997) Woody Allen impila le bolge in una sorta di palazzo di uffici, e l'altoparlante annuncia i dipartimenti. "Quinto piano: borseggiatori della metropolitana, mendicanti aggressivi e critici letterari. Sesto piano: estremisti di destra, serial killer, avvocati che vanno in tv". All'ultimo piano chiede a un dannato la sua colpa: "Ho inventato gli infissi di alluminio anodizzato".

Amore e morte. Tantissime le scene di sesso ascensoriale. Per restare in ambito aziendale, niente di meglio della fellatio una tantino esibizionistica, viste le pareti trasparenti della cabina, durante una delle indiavolate feste negli uffici di The Wolf of Wall Street (Martin Scorsese, 2013). Andando incontro alla morte, o sfuggendola, si entra infine nei territori della suspense, perfettamente a suo agio negli spazi angusti di una cabina sospesa. Intrigo internazionale (Alfred Hitchcock, 1959) piazza l'inconsapevole pubblicitario Cary Grant in un pasticciaccio di spie. E anche in un ascensore del Plaza di New York. Con lui c'è la mamma e, confusi nelle folla, due killer che vogliono fargli la pelle. "Voi non volete sul serio uccidere mio figlio, vero?" esclama la signora scatenando un'ilarità generale che depotenzia i sicari, costretti a ridere anche loro come idioti. Intanto il suo bambinone può prendere la fuga. Tra le sliding doors.

Sul Venerdì del 14 giugno 2019