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Macchine, le migliori nemiche dell’uomo

Se è vero che le tecnorivoluzioni del passato hanno sempre portato benefici, perché dovremmo preoccuparci dei robot? Carl Frey una risposta ce l’ha. E non è molto confortante
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Ormai la maggioranza degli studi differisce sul quanto, non sul se i robot sostituiranno un crescente numero di lavori. Il paper più citato è targato Oxford, si chiama The future of employment e sostiene che entro il 2033 quasi metà delle occupazioni «saranno automatizzabili». Il che non significa che verranno automatizzate, ma che ci sarà la tecnologia per farlo. Il suo autore (con Michael Osborne) è lo storico dell’economia Carl Benedikt Frey che da allora è diventato l’oracolo inaggirabile di ogni dibattito sul tema e ha appena dato alle stampe The Technology Trap: Capital, Labor, and Power in the Age of Automation (Princeton University Press, pp. 480, 29,95 dollari), un’appassionante e vasta ricognizione per rispondere all’obiezione facilona di chi si mette il cuore in pace dicendo che la tecnologia sostituisce il lavoro dalla prima Rivoluzione industriale, eppure siamo sempre qui a ridere e scherzare. Oltre che per illuminare l’inquietante correlazione tra disoccupazione tecnolog…

Ormai la maggioranza degli studi differisce sul quanto, non sul se i robot sostituiranno un crescente numero di lavori. Il paper più citato è targato Oxford, si chiama The future of employment e sostiene che entro il 2033 quasi metà delle occupazioni «saranno automatizzabili». Il che non significa che verranno automatizzate, ma che ci sarà la tecnologia per farlo. Il suo autore (con Michael Osborne) è lo storico dell’economia Carl Benedikt Frey che da allora è diventato l’oracolo inaggirabile di ogni dibattito sul tema e ha appena dato alle stampe The Technology Trap: Capital, Labor, and Power in the Age of Automation (Princeton University Press, pp. 480, 29,95 dollari), un’appassionante e vasta ricognizione per rispondere all’obiezione facilona di chi si mette il cuore in pace dicendo che la tecnologia sostituisce il lavoro dalla prima Rivoluzione industriale, eppure siamo sempre qui a ridere e scherzare. Oltre che per illuminare l’inquietante correlazione tra disoccupazione tecnologica e trionfo dei populisti.

"L'ia ci licenzierà? dipende"


Cosa non la convince del presunto argomento storico?
«Che ci vollero circa settant’anni di salari stagnanti o in calo prima che cominciassero a crescere per tutti. È quella che gli storici chiamano la “pausa di Engel” in cui tutti i vantaggi dell’aumentata produttività finirono subito nelle tasche degli industriali, che raddoppiarono i profitti, e solo dopo il 1840 in quelle dei lavoratori. Per non parlare delle pietose condizioni di vita e lavoro nelle città industriali. Non c’è da meravigliarsi quindi che gli operai si ribellassero alle macchine»

Parla dei vituperati luddisti?
«Sì, e dal loro punto di vista avevano ragione a combattere la fabbrica meccanizzata perché non sono vissuti abbastanza per cogliere i benefici che ha portato. In questa discussione ciò che si tende a sottovalutare è che, nel lungo periodo, gli effetti per l’economia sono stati positivi. Ma il breve periodo per alcuni può durare tutta una vita. Oggi possiamo dire che fermare l’orologio tecnologico nel 1900 sarebbe stato un errore, ma chi viveva quegli sconquassi non poteva saperlo. E anche essere persuasi che in un domani remoto la società migliorerà per l’innovazione non è di grande sollievo per chi perde il lavoro a causa di un robot. Così come non lo è sapere che nascerà un nuovo lavoro che non sa fare, magari in una città lontana».

Altre differenze o somiglianze tra ieri e oggi?
«La dialettica tecnica/lavoro è sempre stata aspra. L’imperatore Vespasiano si rifiutò di adottare macchinari per trasportare le colonne sul Campidoglio per non scatenare le rimostranze dei manovali. E per spegnere nel sangue le proteste dei luddisti, Londra mandò 12 mila soldati, ovvero più di quelli a disposizione di Wellington nella guerra d’indipendenza spagnola contro Napoleone. Nel 1965, quando i primi computer entrarono negli uffici, il filosofo Eric Hoffer sul New York Times denunciava che “una popolazione competente privata della propria identità e della sensazione di essere utile sarebbe il contesto ideale per un Hitler americano”. D’altronde trentadue anni prima anche il vero Führer, per bocca dei capi del Fronte tedesco del lavoro, chiarì che non avrebbe consentito alle macchine di rubare i posti dei lavoratori. Non c’è politico, di ogni epoca e schieramento, che non abbia intuito quanto questo tema sia esplosivo».

Fino a Trump, notorio sfruttatore di maestranze, che si è proposto come il difensore dei lavoratori dimenticati...
«Ci sono studi, sia in America (io, Berger e Chen) che in Europa (vedi i bocconiani Anelli, Colantone e Stanig), che hanno dimostrato come il richiamo del populismo sia stato più seducente dove i lavori erano più minacciati dalle macchine. L’improvvisa svolta repubblicana di Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, che avevano sempre votato democratico in tutte le presidenziali dal 1992, si spiega con i loro forti tassi di adozione di robot. E altrove tanti camionisti, ultimi campioni della classe media, hanno visto le loro sicurezze scricchiolare alla prospettiva del camion che si guida da solo».

Un altro contenzioso con i negazionisti riguarda il fatto che oggi non saremmo in grado di immaginare i nuovi lavori che saranno creati: cosa risponde?
«Che è una questione mal posta. Più che preoccuparmi l’eventualità futura se riusciremo o meno a creare nuovi lavori, mi preoccupa il dato presente e passato secondo il quale i salari dei lavoratori non qualificati vanno giù da trent’anni. E che, se guardiamo ai loro tassi di occupazione, quelli di mezz’età che prima lavoravano nelle fabbriche oggi hanno molto meno probabilità di trovare un lavoro. Se guardate alla Bay Area sono nate un sacco di nuove industrie tecnologiche. Ma molte di quelle innovazioni hanno licenziato lavoratori a Detroit. Ciò segnala una forte disuguaglianza regionale tra aree ad alta e bassa specializzazione».

Eppure le aziende tecnologiche hanno già creato lavori che prima non esistevano…
«Sì, peccato che la percentuale della forza lavoro americana occupata in aziende nate dopo il 2000, quindi tutte le Big Tech, equivalga a un misero 0,5 per cento. Se questo è un indicatore per il futuro, c’è poco da stare tranquilli».

Dopo il vostro studio altri hanno rivisto al ribasso le percentuali di posti a rischio. L’Ocse, ad esempio, dice che solo il 14 per cento dei lavori sarà sostituito mentre il 20 per cento radicalmente cambiato. Chi ha ragione?
«La mia impressione è che poche persone abbiano davvero letto il nostro studio. Dicendo 47 per cento ad alto rischio noi parlavamo di automazione potenziale. E aggiungevamo che il ritmo reale della sostituzione varierà e dipenderà da molti fattori oltre alla disponibilità della tecnologia. Per dire: i camion senza pilota non rimpiazzeranno gli autisti sin quando la legge non consentirà loro di circolare».

Nelle scorse settimane l’Economist ha titolato in copertina The great jobs boom. Sanno qualcosa che lei ignora?
«Hanno ragione a dire che il mercato del lavoro americano è molto cresciuto negli ultimi anni, ma l’aumento dei salari dal 2015 è minuscolo in confronto al calo costante subìto dal 1980 da chi ha solo le superiori come titolo di studio. Soprattutto faccio notare che non abbiamo ancora visto niente. Gli effetti dell’intelligenza artificiale (Ia) di cui parlavamo nello studio del 2013, devono ancora trovare un’applicazione di massa. Anche all’inizio della Rivoluzione industriale i motori a vapore erano usati solo per drenare le miniere di rame, poi sono diventati la principale tecnologia multiuso per tutta l’industria».

Però lei stesso parla di due paradossi, che limiterebbero l’impiego dell’Ia: ce li spiega?
«Uno è il paradosso di Moravec, dall’ingegnere Hans che l’ha formulato, per cui i computer sono bravissimi nel fare cose difficili per l’uomo e molto scarsi nel compiere gesti che anche bambini di un anno sanno fare, tipo camminare. Il secondo è invece intitolato al filosofo Michael Polanyi e dice che “sappiamo di più di quanto riusciamo a dire”, ovvero che per fare le cose attingiamo a un deposito tacito di conoscenze che diamo per scontate e che è massimanente difficile articolare, per filo e per segno, per insegnarle alle macchine. Ostacoli che, per il momento, funzionano come una sorta di assicurazione sulla vita di molti lavoratori».

Quanto a strategie di sopravvivenza di più lungo periodo, invece, cosa consiglia?
«Ci sono molte cose che possiamo fare, come collettività. Intanto investire sull’istruzione, a partire dalle elementari. Chi rimane indietro subito fatica a recuperare. E poi, considerate le differenze geografiche nello sviluppo, connettere le città. Malmö, vicino a dove sono nato, era specializzata nella cantieristica navale andata in crisi negli anni 80. Ma la costruzione del ponte Øresund ha aperto un nuovo mercato del lavoro in Danimarca. Attualmente c’è uno studio di fattibilità per connettere Cleveland e Chicago attraverso un treno Hyperloop che trasformerebbe un viaggio da 6 ore in uno da 28 minuti rendendo possibile il pendolariato in giornata. Nel libro elenco poi molte altre politiche. Di certo in pochi anni la consapevolezza sul tema è aumentata. Andrew Yang, candidato democratico alle presidenziali Usa, ha centrato la sua campagna sul proteggere i lavori dall’automazione. A lui, a tutti, ricordo una vecchia battuta di Churchill: “Più si riesce a guardare indietro, più avanti si riuscirà a vedere”. A patto di guardare bene, senza truccare le carte né indossare lenti deformanti».

Sul Venerdì del 14 giugno 2019

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