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Che c'è in ballo a Tokyo

Prima dell’arrivo in Italia siamo andati a incontrare la compagnia nipponica Tokyo Ballet, erede di Béjart. E così abbiamo scoperto che i finanziamenti scarseggiano. anche da loro
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TOKYO. Meguro è un quartiere placido all’interno della metropoli, lontano dalla frenesia di Shibuya e dal brulicante viavai di Ginza, prediletto dagli artisti proprio per l’atmosfera tranquilla, i caffè bio, i ristoranti izakaya. Palazzine basse dal design minimal con ampie finestre; una scuola elementare maschile da cui sciamano i bambini più diligenti e ordinati del mondo, divisa blu, cartella rigida in spalla e bombetta in testa; alcuni si fermano nella Scuola internazionale di karate, dove, sorvegliati dalle mamme, si cambiano alla velocità della luce, indossano il tipico gi e combattono con maestri dieci volte più grandi.

L’edificio neoclassico, lì accanto, è una stonatura in questa scacchiera nel cuore di Tokyo: è “il tempio” che Tadatsugu Sasaki (1933-2016), che tutti continuano a chiamare Sasaki san (signor Sasaki), ha eletto a residenza del Tokyo Ballet. In uno slancio che l’avrebbe …
TOKYO. Meguro è un quartiere placido all’interno della metropoli, lontano dalla frenesia di Shibuya e dal brulicante viavai di Ginza, prediletto dagli artisti proprio per l’atmosfera tranquilla, i caffè bio, i ristoranti izakaya. Palazzine basse dal design minimal con ampie finestre; una scuola elementare maschile da cui sciamano i bambini più diligenti e ordinati del mondo, divisa blu, cartella rigida in spalla e bombetta in testa; alcuni si fermano nella Scuola internazionale di karate, dove, sorvegliati dalle mamme, si cambiano alla velocità della luce, indossano il tipico gi e combattono con maestri dieci volte più grandi.

L’edificio neoclassico, lì accanto, è una stonatura in questa scacchiera nel cuore di Tokyo: è “il tempio” che Tadatsugu Sasaki (1933-2016), che tutti continuano a chiamare Sasaki san (signor Sasaki), ha eletto a residenza del Tokyo Ballet. In uno slancio che l’avrebbe trasformato nel Diaghilev del Sol Levante, fondò la compagnia nel 1964, vi investì una gran parte delle sue ingenti finanze e ne diventò il general manager, trasformandola in pochi anni in una delle più prestigiose istituzioni internazionali: a tutt’oggi ha tenuto 750 rappresentazioni in 153 città di 30 diversi Paesi e ha ospitato in casa innumerevoli étoile, compreso il nostro Bolle. A proposito: quest’estate, a partire dal 26 giugno, il Tokyo Ballet sarà in Italia: a Caracalla, poi a Nervi e infine quattro giorni alla Scala con doppio programma).

Trattandosi di una metropoli evoluta e ambiziosa come Tokyo, tutto questo potrebbe anche sembrare normale. Ma se riuscissimo a spogliarci solo per un istante della presunzione occidentale, ci renderemmo conto che un ragazzino o una bimba giapponesi che manifestino l’intenzione di dedicarsi alla danza classica fanno lo stesso effetto di un nostro figliolo che decidesse di votarsi al kabuki. Forse Sasaki san non avrebbe completato la sua missione, e non avrebbe portato la sua compagnia fino al Bolshoi, al Mariinsky e alla Scala, se non avesse incrociato la sua katana da samurai con la spada celtica di Maurice Béjart (1927-2007). Il ballerino e coreografo francese non solo rimase folgorato dalla cultura locale ma stabilì col Tokyo Ballet un gemellaggio (culminato con la realizzazione di The Kabuki), meglio, una sorta di parentela: per volontà testamentaria, l’istituzione nipponica ha ereditato l’esclusiva dei suoi capolavori, come Le sacre du printemps (che vedremo a Roma e a Nervi), L’oiseau de feu e Boléro.

«Béjart era ossessionato da tutte le forme di teatro giapponese, il Kabuki, il Noh, il Bunraku. Più volte sono stata sua ospite a Bruxelles, una casa dai soffitti altissimi e poi libri, libri, libri ovunque. Una volta mi disse: “Su quella parete ci sono solo volumi che riguardano il Giappone”», racconta Yukari Saito, la signora elegante e riservata che prima di diventare il direttore artistico del Tokyo Ballet ne è stata la stella più luminosa. «Quello che più lo affascinava era la semplicità del nostro teatro, ma anche la modestia, la finezza e la passione inespressa delle donne giapponesi. Insisteva sempre su due parole, wabi e sabi; noi le usiamo per ribadire che la bellezza è figlia della semplicità e della povertà».


Mizuka Ueno, 41 anni, principal dancer della compagnia in partenza per la tournée italiana, incarna perfettamente tutte le qualità che Béjart apprezzava in un’artista giapponese: talento, passione, sobrietà, modestia. «Conoscevo il maestro, ho trascorso molto tempo con lui l’ultima volta che venne a Tokyo. Era una forza della natura, un maniaco dei dettagli, pignolo, mai autoritario. Mi impressionava il suo sguardo profondo e pieno di comprensione. Diceva: “Devi guardarmi negli occhi per capire quello che voglio”. Io lo facevo, nuotavo nei suoi occhi, e qualche volta mi ci perdevo» racconta Mizuko, che da sempre è la prima ballerina di The Kabuki, occhi bassi sotto la frangetta, unica civetteria un paio di Louboutin color cipria. «Ci raccomandava sempre: ricordate, la danza classica è il fondamento, tutto il resto viene dopo».

Il più giovane principal Arata Miyagawa, 27 anni, arriva dalle prove trafelato. «Io purtroppo non l’ho mai conosciuto, ma posso intuirne la passione attraverso il Boléro e Le sacre, che per la prima volta ho ballato a Cagliari e rifarò a Caracalla. In Béjart c’è un’energia sconvolgente e primitiva totalmente estranea al balletto classico». Arata ha fatto sacrifici inenarrabili per diventare un numero uno: ragazzo di provincia, indirizzato all’arte dai genitori e diventato una celebrità in paese per le sue capacità acrobatiche, vinse una borsa alla John Cranko Schule di Stoccarda. «Avevo solo undici anni, sono rimasto lontano dalla famiglia più di cinque, fino al diploma; finché non ho imparato il tedesco è stata durissima» ricorda. A diciassette anni era a Mosca, infine in Nuova Zelanda. «Il mio idolo è Vladimir Malakhov, forse perché a Stoccarda ho studiato col suo allievo Ethan Stiefel». Raccontandosi, Arata rivela la sua anima di rocchettaro, un amore sconfinato per Eric Clapton e per la chitarra. «Suonare mi rilassa. È il mio unico hobby».


«Io invece sono cresciuta all’ombra di Yoko Morishita, la prima grande ballerina giapponese, ero incantata dal suo carisma. A cinque anni, quando cominciai a prendere lezioni di danza, non avevo le idee chiare. Mia madre avrebbe voluto che studiassi piano, ma io trovavo le lezioni noiose. Mi chiedevano, cosa vuoi fare da grande? Io rispondevo: sposarmi. Sognavo l’abito di tulle all’occidentale e di camminare tra gli ospiti sottobraccio al mio principe azzurro» racconta Mizuka, che più volte ha lavorato alla Scala. «A Milano ho conosciuto Alessandra Ferri. La stimo come ballerina e come donna, mi ha dato consigli preziosi».

Yukari Saito non fa mistero delle difficoltà che incontra per gestire un’istituzione privata non ancora riconosciuta a pieno titolo dal governo. «Abbiamo ballerini straordinari e maestri eccellenti, ma siamo funestati dai problemi finanziari; nessuna fondazione artistica può sostenersi senza denaro. È triste che oggi, in Giappone, il numero dei ballerini che possano vivere con i proventi del loro lavoro siano pochissimi». Arata, che ha una passione per le automobili, ancora non ne possiede una. «Un’utilitaria sarebbe alla mia portata» dice, «ma poi non potrei permettermi l’affitto di un posto macchina, a Tokyo costano un occhio». «Molti ragazzi si autofinanziano facendo altri lavori, anche umili, qui è normale» conferma Mizuka. «Anche noi che siamo arrivati a un certo livello non riusciremmo a sbarcare il lunario se non partecipassimo come ospiti a spettacoli di altre compagnie in giro per il mondo. E un lavoretto part-time è impossibile quando sei impegnato in sala prove ogni giorno dalle undici alle diciotto e sei sempre in viaggio», aggiunge Arata.

Possono contare solo sulla loro energia, sul talento che si alimenta con costanza, studio e lavoro e ha illuminato carriere come quella del loro direttore artistico, che è stata magnifica in La Sylphide, Giselle e Carmen suite oltre che un’indimenticabile Tatiana nell’Onegin. A proteggerli, le vecchie mura in cui Sasaki san diede inizio al suo sogno. Al primo piano, sopra gli uffici e la scuola, c’è un sontuoso appartamento usato per i ricevimenti che sembra trasportato in volo da San Pietroburgo come la casetta di Loreto: tra arazzi e argenteria e cristalli e specchi molati, cimeli e foto autografate da artisti leggendari come Carlos Kleiber. All’ultimo piano il Diaghilev di Tokyo creò un appartamento in rigoroso stile giapponese (il contrasto è scioccante) per ospitare “il fratello” Maurice. Ma Béjart all’improvviso, troppo malato per affrontare il viaggio, non vi mise mai piede. Essenziale, sacro, sublime. Profuma ancora di nuovo.

Sul Venerdì del 21 giugno 2019