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L'ultimo libro di Jonathan Lethem è Il detective selvaggio (edizioni La nave di Teseo, in uscita il 4 luglio). L’autore sarà il 30 giugno a Milano per la Milanesiana, il 1° luglio a Firenze alla scuola Fenysia, il 2 a Roma a Massenzio (foto Gary Friedman/ Los Angeles Times via Getty Images) 

Lethem, detective selvaggio negli Usa di Trump

Intervista allo scrittore americano, in arrivo in Italia con il nuovo libro: "Per capire la politica di oggi meglio leggere Orwell o Ballard che ascoltare i candidati"
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HUDSON (New York). Santi patroni: Calvino («Adoro la sperimentalità di uno che non si guardava l’ombelico ma prendeva e trasformava i materiali più diversi»), Tolkien e la trilogia di Philip Pullman («Il fenomenale racconto di esseri umani che si muovono nello Spazio, con tutto ciò che succede nel viaggio»), ovviamente J.G. Ballard e Philip K. Dick, di cui gli piace pensare di essere «il figlio bastardo». Quanto a Roberto Bolaño, è stata la casa editrice a suggerire di scippargli il titolo, perché i sinonimi in italiano suonavano male e lui, che pure ha un enorme rispetto per l’autore cileno, non lo collocherebbe nell’orbita più vicina della sua cosmogonia.

Parliamo di Il detective selvaggio (La nave di Teseo, pp. 224, euro 19, traduzione di Andrea Silvestri) con Jonathan Lethem in un bar a tema motociclistico con piccola officina sul retro sulla via principale di Hudson, due ore a …
HUDSON (New York). Santi patroni: Calvino («Adoro la sperimentalità di uno che non si guardava l’ombelico ma prendeva e trasformava i materiali più diversi»), Tolkien e la trilogia di Philip Pullman («Il fenomenale racconto di esseri umani che si muovono nello Spazio, con tutto ciò che succede nel viaggio»), ovviamente J.G. Ballard e Philip K. Dick, di cui gli piace pensare di essere «il figlio bastardo». Quanto a Roberto Bolaño, è stata la casa editrice a suggerire di scippargli il titolo, perché i sinonimi in italiano suonavano male e lui, che pure ha un enorme rispetto per l’autore cileno, non lo collocherebbe nell’orbita più vicina della sua cosmogonia.

Parliamo di Il detective selvaggio (La nave di Teseo, pp. 224, euro 19, traduzione di Andrea Silvestri) con Jonathan Lethem in un bar a tema motociclistico con piccola officina sul retro sulla via principale di Hudson, due ore a nord di New York. La location giusta per la versione attuale dell’autore di Brooklyn senza madre e La fortezza della solitudine che, invecchiando, ha imboccato un vigoroso processo di ringiovanimento ancora non registrato dall’iconografia reperibile online. T-shirt al posto delle giacche, barbetta hipster (versione corta) e un buonumore che sfida la gravità della situazione che anche quest’ultimo romanzo, il primo dichiaratamente ambientato nel nuovo evo trumpiano, assevera. La trama, tagliando con l’accetta, è la seguente: Phoebe Siegler, trentenne giornalista che si è licenziata dal New York Times perché lo riteneva troppo dialogante col nuovo presidente, si offre di andare a cercare la figlia scomparsa di un’amica. L’unico indizio è Mount Baldy, malmostosa località della California dove viveva il maestro zen di Leonard Cohen, che la giovane Arabella idolatra. Phoebe ingaggia un enigmatico detective. Si destreggiano tra bande rivali di survivalists, quei paranoici per cui domani potrà solo piovere, e saranno cavallette. Che la quête abbia inizio.

Phoebe fugge da New York dopo l’elezione di Trump. E stata anche una sua tentazione?
«Le mie reazioni sono state molteplici. A livello personale, l’intima repulsione nei confronti di un tipo di concittadino così antico che mi ricorda il vecchio spot di Crazy Eddy, un imbonitore trash che prometteva improbabili affaroni. Per il mondo, invece, è una specie di segno che siamo collettivamente fottuti, che il capitalismo è divenuto un’area disastrata dove tutto è in vendita, compresa la democrazia che, a quanto pare, gode di sempre peggior salute. E ciò, pur rifulgendo nell’attuale inquilino della Casa bianca, sarebbe stato purtroppo vero anche con altri esiti…».

Mi sta dicendo che Hillary non era la sua tazza di tè? Meglio i nuovi candidati democratici?
«Hillary avrebbe perpetuato le stesse strutture di potere. Dico di più: Obama, che ha giustamente acceso le migliori speranze, è stato recordman di omicidi con i droni e ha dimostrato una singolare inabilità a confrontare il potere economico. Resta il valore simbolico della sua vittoria (un nero) che sarebbe stato vero anche per la Clinton (una donna). Quanto a oggi, se dovessi indicare un candidato, probabilmente direi Elizabeth Warren, la più concreta nelle proposte. Biden, per come la vedo io, è quasi sempre nel torto. Sanders dice alcune cose che mi smuovono, ma non riesco a non notare l’elemento nostalgico. Molto meglio la sua allieva Alexandria Ocasio-Cortez, ma lei non corre per la presidenza. Ideologicamente sono più radicale, dalle parti di Noam Chomsky: bisogna smascherare le strutture del potere».

Perbacco, ma in pratica?
«In pratica per affrontare il mondo in cui viviamo mi sembrano più utili certi scrittori che certi politici. Penso alle precognizioni distopiche di Orwell, Dick e J. G. Ballard che, lette da ragazzo, mi hanno preparato a questo presente. I problemi che dovremo gestire – lei è italiano, sa chi arriva coi barconi ogni giorno – sono ben più rilevanti delle fantasie dei candidati democratici. Trattasi di rivoluzioni globali. Ha letto Exit West di Mohsin Amid? Lui è uno che vede le cose! Dice, provocatoriamente ma con precisione, che se vogliamo che le nazioni sopravvivano non possiamo permetterci di aiutare o accogliere i profughi, e nemmeno limitarci a mandarli indietro, ma addirittura dovremmo ucciderli tutti subito. Quale candidato parlerebbe con questo livello di brutalità? Eppure bisognerebbe ammettere, se fossimo onesti, che siamo noi i cattivi della Storia, i Darth Vader e non i Luke Skywalker. Un impero, ma un impero in frantumi».

Capisco la provocazione, ma urge un’alternativa meno cruenta. Negli stessi giorni in cui Trump veniva eletto moriva Leonard Cohen. Difficile immaginare due esseri umani più diversi: che avrebbe detto il secondo del primo?
«Sono state due cose durissime da digerire. Continuavo a ripetere che non era possibile che Trump avesse vinto e, due giorni dopo, che Cohen fosse morto. Viviamo in un mondo di incommensurabilità. Forse, semplicemente, la coesistenza dei due sullo stesso pianeta era impossibile».

A un certo punto Phoebe, la protagonista, si mette a leggere un libro di Elena Ferrante: è una risposta radical chic alla dozzinalità di Trump?
«Mi spiace deluderla ma per il tipo di donna urbana che Phoebe rappresenta leggere Ferrante, con tutto il rispetto per lei, non ha niente di radicale, è quasi un obbligo. Come mettere i vestiti invece di andare in giro nuda. Una cosa buona, ma ordinaria, quasi automatica. Non è una cosa che la contraddistingue, piuttosto il contrario: ne conferma la natura di buon soldatino della tollerante, istruita Manhattan. L’unica cosa che la rende speciale rispetto al suo milieu è la decisione di andare via».

Un sotto-tema del libro riguarda le relazioni di genere. Il tutto prima che scoppiasse il #metoo, sempre sia lodato ma non privo di eccessi. L’editore di Harper’s mi ha raccontato di non aver mai subìto così tanto ostracismo come quando ha osato pubblicare il punto di vista di un molestatore: non è troppo?
«È utile tornare a ciò che Freud chiamava “il narcisismo delle piccole differenze”, per cui tendiamo a distruggere le cose che ci stanno più vicine, lo stesso impulso che spiega perché i serbi fanno voluttuosamente guerra ai croati e non a popoli lontani. Nello stesso modo i lettori democratici sanno di non poter abbattere Trump, che sulle donne dice o si vanta di fare cose terribili, ma sanno di potersela prendere col loro simile di Harper’s. O con Woody Allen, in una sorta di nuovo orribile maccartismo. L’ha detto benissimo anche la femminista Vivian Gornick quando le hanno chiesto di commentare il #metoo: una rivoluzione non produce santi, ma assassini. Perché toglie la briglia alla rabbia degli oppressi. Tuttavia resta una rivoluzione positiva. Aggiungo che una caratteristica della sinistra è proprio il settarismo e la distruzione dei propri simili».

Il paradosso di questa vicenda è che alcuni critici hanno accusato lei di aver tratteggiato un personaggio femminile troppo vittima di cliché maschili. Anche a me la sua arrendevolezza col detective pare sospetta: cosa risponde?
«Che il fatto di scrivere libri sempre diversi, eccentrici, mi mette di fronte a questo rischio. È come preparare cene sempre nuove: non possono piacere a tutti, ma io invito tutti a tavola. Per quel che vale ho mail di lettrici che mi dicono: “sono proprio come lei”, ma ciò non costituisce una difesa. I miei personaggi non sono persone reali, sono invenzioni linguistiche composte di frammenti di conoscenti, amici e di me stesso: come potrebbero piacere a tutti?».

Lei ha rilevato la cattedra di scrittura creativa lasciata tragicamente vacante da David Foster Wallace: come crede che lui commenterebbe l’America attuale?
«La verità? Non ne ho idea. Lo ammiravo enormemente per il suo spirito e per la sua attitudine filosofica introspettiva. Possedeva una specie mostruosa di genialità ma non ho mai pensato che ciò gli abbia dato un vantaggio supremo nel cogliere le strutture sociali del mondo in cui viviamo, né tantomeno i suoi movimenti politici. E questo che intendo quando dico che, leggendo un libro di Ballard del ‘68, sento di leggere delle breaking news. Mentre non mi rivolgo a Wallace con la stessa aspettativa. Non l’ho mai conosciuto. Ci siamo sfiorati. Avremmo dovuto avere più tempo».

Sul Venerdì del 28 giugno 2019