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I ragazzi e le ragazze dell’associazione Piccolo America in piazza San Cosimato, a Trastevere. Al centro, il portavoce Valerio Carocci (Alessandro Serranò/ Agf) 

La scoperta dell'America

Quattro di loro sono stati picchiati per una "maglietta antifascista". Ora tutta italia li conosce. O quasi. Ma chi sono davvero i ragazzi che portano il cinema in piazza a Roma?
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ROMA. Un gruppetto di gitanti bresciani che si trascinano sotto il caldo assassino di Trastevere indicano il Cinema America: "Lì vivono quei ragazzi picchiati dai fascisti". Una comitiva di americani chiede alla guida cosa proiettano sullo schermo in piazza San Cosimato: "Non so, ma purtroppo i film sono in italiano". Un'amica che lavora nel cinema sentenzia: "Sono svegli, han fatto una bella cosa. Certo è più facile quando il capetto è figlio di uno del Pd, no?". No, il padre è un prof del liceo. E no (il cinema è chiuso). E no (le pellicole sono in lingua originale e sottotitolate). Girano un po' di fregnacce sul collettivo che gestisce tre celebri arene estive romane e che è diventato un caso nazionale per un paio di ravvicinate aggressioni squadriste. Fattoidi inaccurati, mezze verità, illazioni cui il ponentino dei social non fa mai toccar terra. Aggiungete il sospetto endemico nell'…
ROMA. Un gruppetto di gitanti bresciani che si trascinano sotto il caldo assassino di Trastevere indicano il Cinema America: "Lì vivono quei ragazzi picchiati dai fascisti". Una comitiva di americani chiede alla guida cosa proiettano sullo schermo in piazza San Cosimato: "Non so, ma purtroppo i film sono in italiano". Un'amica che lavora nel cinema sentenzia: "Sono svegli, han fatto una bella cosa. Certo è più facile quando il capetto è figlio di uno del Pd, no?". No, il padre è un prof del liceo. E no (il cinema è chiuso). E no (le pellicole sono in lingua originale e sottotitolate). Girano un po' di fregnacce sul collettivo che gestisce tre celebri arene estive romane e che è diventato un caso nazionale per un paio di ravvicinate aggressioni squadriste. Fattoidi inaccurati, mezze verità, illazioni cui il ponentino dei social non fa mai toccar terra. Aggiungete il sospetto endemico nell'Urbe per qualsiasi cosa che malauguratamente funzioni, e la conspiracy theory è servita. Ma chi sono, chi non sono e chi si credono di essere i ventenni che da sette anni animano l'associazione Piccolo America?

Per rispondere abbiamo organizzato un censimento sul loro presunto radicalscicchismo. Quasi venti interviste, una via l'altra, come dal medico della mutua. Ma partiamo dal ventisettenne Valerio Carocci. Barbetta e capelli corti e neri, una passione per le sneakers e tre pilastri: "La famiglia, lo scoutismo e la nonna". I genitori di sinistra, docenti al liceo, hanno insegnato a lui e sorella (laureanda in filosofia, membro del gruppo) a "riflettere". Di Baden-Powell, il fondatore degli scout, cita la massima: "Lasciate i posti meglio di come li avete trovati". E la nonna è Mirella D'Arcangeli, già assessore alla Sanità nella giunta comunista Vetere, con Renato Nicolini alla Cultura: "Mi ha fatto amare la politica". A riprova dell'eternità dei problemi della metropoli mi mostra un incantevole spot da lei commissionato con Falcão, Conti, Pruzzo e altri della Roma anni 80 che fanno a gara per tirare una lattina in un cassonetto. Segue riassunto estremo di come questo ragazzo che al cinema andava ogni morte di papa solo per vedere blockbuster tipo Spider-Man sia diventato uno che Sorrentino, Garrone e Bertolucci chiamano sul cellulare per mettersi d'accordo su quando venire a presentare i loro film in piazza e che ora è tra i selezionatori della Festa del cinema.

Nel 2011 Valerio, nato e cresciuto nella periferia di Colli Aniene, è rappresentante d'istituto al liceo Cavour, vicino al Colosseo. Fonda il gruppo Studenti in centro. In polemica con la ministra Gelmini, che ha disposto la chiusura pomeridiana delle scuole, mappano online i luoghi pubblici inutilizzati (romabbandonata.org). Perlopiù caserme e cinema. Individuano una sala storica a Trastevere. Col sostegno dei residenti occupano l'America alla fine del 2012. Ci allestiscono un'aula studio aperta tutto il giorno, tutti i giorni. Di cinema sanno pochino, ma visto che c'è uno schermo e tante poltrone cominciano a usarli. La rottura con l'ala più movimentista si consuma quando Valerio non si oppone alle perquisizioni anti-spaccio della polizia ("pagavamo anche le bollette dell'Acea e del telefono").

Nel settembre 2014 il cinema viene sgomberato: i proprietari vogliono demolire e fare appartamenti e parcheggi. I ragazzi organizzano un'arena estiva nella vicina piazza San Cosimato, pagando 10 mila euro di occupazione di suolo pubblico. Gran successo. Il ministro della cultura Franceschini interviene in loro favore, mettendo un vincolo sulla destinazione dell'America. Seguono contenziosi legali. Luca Bergamo, vice della Raggi, chiede che partecipino al bando per l'Estate Romana. Carocci non ci sta: "Noi non chiediamo soldi, quindi basta pagare il suolo pubblico". Niente da fare. Si spostano nel cortile del vicino liceo Kennedy. Il bando va deserto. Bergamo torna a Canossa e dall'anno successivo non solo l'America torna a San Cosimato ma nel frattempo ha ottenuto un'arena alla Cervelletta, zona Tor Sapienza, e un'altra al Porto di Ostia, in un bene confiscato.

Cinque stagioni, 950 film e oltre 320 mila spettatori gratuiti dopo, siamo a oggi. L'associazione può permettersi tre stipendi pieni e di pagare chi lavora una trentina di euro netti a serata. Main sponsor, Siae e Bnl. Più un'infinità di realtà locali, come il sofisticato forno Le Levain che li sfama a brioche salate (voilà il momento Maria Antonietta). Hanno chiuso il 2018 con un utile di 900 euro e dall'inizio ne hanno messi da parte 180 mila. Ma Carocci non svela il fatturato, che immagino importante, "per non alimentare le strumentalizzazioni. Lo diremo a suo tempo per dimostrare quante cose buone si possono fare con relativamente poche risorse".

Altri numeri: 55 mila euro pagati ogni stagione ai distributori (che però non li amano). Diecimila euro sborsati per rifare le tende e aggiustare le lampade dei banchetti in piazza, come gesto di buon vicinato. Magliette a offerta libera (in media 10-15 euro). Un milione di euro del bando Mibac che si sono aggiudicati per ristrutturare e gestire la vicina Sala Troisi, dove intendono dimostrare che una monosala con annessi spazi sociali (il progetto prevede un'aula studio con 40 computer e wifi) può resistere alla dittatura delle multisale.

Valerio è un politico naturale. Nel quartiere saluta tutti, ricambiato con affetto (la giornalista del Nouvel Observateur Marcelle Padovani l'ha idealmente candidato a sindaco) e ci tiene a ringraziare uno a uno i poliziotti che pattugliano le arene dopo che membri di CasaPound e Blocco Studentesco hanno spaccato il naso a un ragazzo reo di indossare la "maglietta antifascista" e che l'ex fidanzata di Carocci è stata malmenata. Vicinanza, questa con gli sbirri, che ha attirato loro altre critiche dalla sinistra radicale.

Nelle due stanze al pianterreno dove hanno la sede, sfila il nucleo operativo dell'associazione, tutti tra i 21 e i 28 anni. C'è Giulia, di Cinecittà, che dopo un paio di approcci universitari lavora nel casting e qui è quasi stipendiata. Mario, campione di nomadismo liceale e tra i pochi trasteverini, è figlio di un prof universitario (ce n'è solo un altro, Lorenzo, che studia Fisica). Quanto a cinema stanno quasi a zero (il Kassovitz dell'Odio lui, Sulla mia pelle lei, più per il tema che per altro). Sergio di Primavalle aveva un papà regista tv morto quando lui era ancora alle medie e ora prova a diventare cantautore, tendenza anarchica ("Amo lo spirito delle osterie") tendenza De André o primo Guccini.

Federico Croce è il braccio destro di Valerio, nato a Tor Tre Teste (c'è bisogno di specificare che non è centro?) e poi trasferitosi coi suoi, commercianti di scarpe, nel gentrificato Monti. Giulio viene da un classico di Milano, famiglia bene (architetto e fotografa: "Forse rientrano tra i radical chic"), venuto a Roma per Lettere moderne. Luca è il tuttofare, nato e vissuto alla Magliana, ha iniziato Fisica, poi ha abbandonato un tempo indeterminato come disegnatore tecnico per l'America, con la speranza che quando la vicenda Sala Troisi si sbloccherà (udienza a ottobre per ricorsi vari) magari si accaserà lì. Politicamente prima di "estrema sinistra, poi nichilista, quindi pro Bartolo, il medico di Lampedusa". Andrea, ingegnere informatico, che funge da fotografo ufficiale (sarà sua l'idea di usare grandangoli così spinti da far sembrare San Cosimato il Maracanà?), ha frequentato la scuola di politica di Enrico Letta.

L'umbra Sara è una mosca bianca: abbonata al Cahiers du cinéma, conduce solitarie battaglie per portare la nouvelle vague di fronte a spettatori ghiotti di supplì. En attendant Godard se la prende col conformismo estetico di Netflix. Lorenzo, papà settantasettino, della Magliana; Flaminia, figlia di sindacalista di Cinecittà, "antifascista, antirazzista, per chi è più fragile"; Veronica, neo ingegnere chimico della Garbatella che ha preso il certificato Hccp per spillare la birra al gazebo; Gelsomina, aspirante attrice ("ma a teatro non va nessuno") che fa parte dei magnifici otto che decidono la programmazione; Lorenzo, suo fidanzato aspirante montatore cresciuto a Campo dè Fiori con mamma e nonna ("che ha casa lì da una vita, accanto ai ricchi"). E poi Alessio, studente di Economia di Primavalle che l'anno scorso è andato a fare il servizio di sicurezza a Ostia per evitare che qualcuno si fregasse le sedie, si è fidanzato con un'indigena e quest'anno c'è tornato anche se non stanno più insieme. Per finire con Alessandro, il fisico già citato, che sta all'Esquilino e rivendica il fatto che loro "dialogano con le istituzioni". Che è il mantra, contestato dai centri sociali e rivendicato da Carocci: "Tantopiù se chi ci accusa è l'Acrobax, che prende soldi pubblici ma fa finta di niente".

Le istituzioni, quanto a loro, hanno un nome e cognome: Nicola Zingaretti, versante governatore del Lazio più che che segretario Pd. Giurano che li ha sempre "sostenuti senza chiedere niente in cambio" tranne il fatto, ovvio, di costruirsi un serbatoio di consenso. Alimentato anche da belle iniziative come Torno subito, che finanzia esperienze di studio/lavoro anche all'estero per 18-35enni. Qui auspicano che il fratello di Montalbano porti il partito a sinistra.

Nell'unica pausa della giornata, in una delle deliziose osterie convertite da sempre alla tovaglia fiscale in alternativa allo scontrino, un vecchio del quartiere chiama sul cellulare il braccio destro Federico. È rimasto fuori di casa: conoscono un fabbro? "Stai lì, veniamo noi" lo rassicurano. Cura del territorio, servizi di prossimità. E anche furbizia, certo ("Il nostro ufficio stampa? Lo paghiamo, come l'avvocato, perché son cose che non sappiamo fare"); ma da quando è un reato? Le botte hanno giovato ai follower: quasi raddoppiati su Instagram e aumentati di un quinto su Facebook. E moltiplicato i Daje per strada, dal ristoratore al vecchietto che non apprezza necessariamente il cruentissimo Kim Ki-duk ma di certo una piazza piena e allegra. È la prosecuzione della lezione di Baden-Powell con altri mezzi. Politica, dal basso. Non escludo che qualcuno, a un certo punto, vorrà farla di mestiere. Ma non è un male. Intanto il sogno resta (la riapertura dell'America). Conquistato quello, il resto è in discesa.

Sul Venerdì del 5 luglio 2019