di Drew Pearce
Jodie Foster: «Sono una star per sbaglio»
Roberto Croci , di ROBERTO CROCI«Nella vita ho fatto una tale quantità di errori... ma ai miei figli oggi dico: fateli anche voi. È l’unico modo per crescere». Incontro con l'attrice premio Oscar, irriconoscibile nel nuovo Hotel Artemis
Los Angeles. «A 56 anni posso fare quello che voglio» dice Jodie Foster: ha uno sguardo sornione, difficile da decifrare,uno dei motivi che la rendono una brava giocatrice di poker. «Oggi accetto solo i ruoli che mi interessano, sono libera di scegliere i progetti senza dover pensare a un ritorno economico. È un grande privilegio, lo so, e non è solo merito mio, ma di tutti quelli che negli anni hanno sostenuto il mio lavoro davanti e dietro le quinte».
Una carriera, la sua, cominciata a tre anni con la celeberrima pubblicità della Coppertone, a cui la spinse la madre manager Evelyn “Brandy” Almond. Dopo una serie di apparizioni in serie tv come Gunsmoke e La famiglia Partridge, arriva Taxi Driver di Martin Scorsese, un ruolo che le cambia la vita facendole guadagnare una nomination agli Oscar a soli 15 anni. Si porta a casa due statuette come miglior attrice per Sotto accusa (1989) e per Il silenzio degli innocenti (1992) e n…
Una carriera, la sua, cominciata a tre anni con la celeberrima pubblicità della Coppertone, a cui la spinse la madre manager Evelyn “Brandy” Almond. Dopo una serie di apparizioni in serie tv come Gunsmoke e La famiglia Partridge, arriva Taxi Driver di Martin Scorsese, un ruolo che le cambia la vita facendole guadagnare una nomination agli Oscar a soli 15 anni. Si porta a casa due statuette come miglior attrice per Sotto accusa (1989) e per Il silenzio degli innocenti (1992) e n…
Los Angeles. «A 56 anni posso fare quello che voglio» dice Jodie Foster: ha uno sguardo sornione, difficile da decifrare,uno dei motivi che la rendono una brava giocatrice di poker. «Oggi accetto solo i ruoli che mi interessano, sono libera di scegliere i progetti senza dover pensare a un ritorno economico. È un grande privilegio, lo so, e non è solo merito mio, ma di tutti quelli che negli anni hanno sostenuto il mio lavoro davanti e dietro le quinte».
Una carriera, la sua, cominciata a tre anni con la celeberrima pubblicità della Coppertone, a cui la spinse la madre manager Evelyn “Brandy” Almond. Dopo una serie di apparizioni in serie tv come Gunsmoke e La famiglia Partridge, arriva Taxi Driver di Martin Scorsese, un ruolo che le cambia la vita facendole guadagnare una nomination agli Oscar a soli 15 anni. Si porta a casa due statuette come miglior attrice per Sotto accusa (1989) e per Il silenzio degli innocenti (1992) e nel frattempo dirige, a 29 anni, il suo primo film, Il mio piccolo genio. Dopo qualche anno passato lontano dalla recitazione (ora la sua carriera si concentra sulla produzione) torna sugli schermi con Hotel Artemis (dal primo agosto nelle sale), un thriller futuristico diretto da Drew Pearce e ambientato in una Los Angeles distopica del 2038, dove interpreta un medico che gestisce segretamente un ospedale per criminali.
Quando la incontriamo in un hotel di Los Angeles Jodie Foster ci saluta in perfetto italiano, senza alcun accento: «Ciao, come stai?». D’altronde, parla correttamente anche francese, spagnolo e tedesco e ha una laurea con lode alla Yale University in letteratura.
In Hotel Artemis è completamente trasformata da rughe e capelli grigi. Le sue colleghe fanno di tutto per rimanere giovani, perché lei ha accettato di invecchiare?
«Non sono un’eroina. Il ruolo prevedeva quelle sembianze e non ho fatto altro che adattarmi. Nel film sono un’infermiera di 70 anni che non esce nel mondo reale da 25, vivo con una dieta di tacos e pillole e sono completamente carente di vitamina D. Volevo questa trasformazione, anche se ho dovuto lottare per ottenerla, i produttori avevano paura che diventassi troppo brutta e irriconoscibile! Sono contenta del risultato».
Nel film si parla delle conseguenze causate dagli errori umani, a volte inevitabili e necessari. Lei ne ha commessi tanti?
«Certamente. Nella mia carriera di sbagli ne ho commessi parecchi, ma fanno parte di un percorso, sono inevitabili».
E nella vita privata?
«Ho due figli giovani, uno di 20 e una di 17 anni, e come madre sento la necessità di lasciarli liberi di sperimentare e anche di sbagliare. Solo così, da adulti, potranno fare le scelte giuste. Mio figlio Charles ha iniziato l’università, e spesso devo trattenermi dall’aiutarlo: a volte arriva in aeroporto senza passaporto, altre si dimentica il cellulare e non sa neanche come chiamarmi per farsi aiutare. Mi verrebbe naturale aiutarlo, ma so che devo fare un passo indietro: essere in difficoltà lo farà crescere. Riuscire in questo mondo non è facile. Devo ringraziare mia madre che mi ha sempre sostenuto ma non mi ha mai aiutato nelle cose pratiche, e io ho dovuto imparare a cavarmela sempre da sola. È stata una bella lezione di vita e devo essere forte per trasmetterla ai miei figli, perché se vuoi che siano indipendenti devono imparare nel modo più difficile. Per rispondere alla sua domanda. Sì, penso che gli errori siano utilissimi».
Come attrice sceglie progetti diversi da quelli che sceglierebbe come regista o come produttrice?
«Sì, quando recito mi piacciono i ruoli nei thriller e nei film di fantascienza, ma questi non sono i generi che prediligo dirigere. Come regista generalmente preferisco il dramma, anche se poi la scelta sostanziale avviene in base alla qualità della scrittura dei dialoghi. In questo non sono molto pragmatica, mi fido del mio istinto».
Dopo aver diretto un episodio della serie Black Mirror, uno di House of Cards e uno di Orange is the New Black crede che la televisione on demand abbia aperto nuove opportunità creative?
«La nuova televisione offre la possibilità a chi ha un bel progetto sottomano di realizzarlo. Le cose sono cambiate anche per le minoranze etniche e per le donne. Quando avevo 20 anni, a parte le attrici, non c’erano donne sul set. Ogni tanto si vedeva qualche assistente alla sceneggiatura, ma erano rare. Da allora abbiamo fatto molti progressi, però ci sono ancora poche registe, soprattutto quando si tratta di film prodotti dai grandi Studios, perché pensano sia un rischio economico. Ma sono convinta che in futuro anche questo atteggiamento cesserà».
Crede ancora possibili i cambiamenti sociali?
«Sì, perché viviamo in un periodo di transizione, non abbiamo ancora risolto del tutto le conseguenze culturali della schiavitù, i diritti civili e l’uguaglianza di genere non sono pienamente realizzati. È difficile cambiare la mentalità delle persone e cambiare le leggi non basta. Non abbiamo ancora trovato il modo di sradicare la N-word (nigger, ndr.) quella maledetta parola che viene usata per insultare gli afroamericani. È un termine che è stato usato anche dalle istituzioni fino agli anni Sessanta, ma questo non vuol dire che non sia possibile cambiare. Dobbiamo cercare di integrare tutte le nostre identità e smetterla di combattere tra esseri umani».
Lei ha una laurea in letteratura, perché non ha mai scritto un suo film o una parte perfetta per lei?
«Me lo chiedo continuamente anch’io e dopo tanti anni non ho una spiegazione. Mi piacerebbe, e sarei anche brava, ma non ho mai scritto una sceneggiatura. Quando dirigo, l’80 per cento del mio lavoro consiste nel cambiare i dialoghi, in stretto contatto con gli scrittori. Quando scrivo invece sono molto lenta, forse mi spaventa il fatto che impiegherei anni a mettere su carta qualcosa che alla fine mi piaccia. E allora cerco di trovare quello che mi piace da qualche altra parte».
Perché continua a recitare? Non preferisce produrre o dirigere?
«Recitare mi dà l’opportunità di imparare dai registi più bravi della nostra generazione. Martin Scorsese mi ha insegnato come dirigere gli attori quando avevo solo 13 anni! Per lui un bravo regista è come un bravo genitore, ti sostiene ma ti sprona a fare sempre di meglio. Un bravo genitore non si accontenta mai, ma gioisce dei tuoi successi. In tutti i miei film, con i miei attori ho sempre adottato questo metodo».
Una curiosità: è vero che è brava a giocare a poker?
«Me la cavo... Con Mel Gibson partecipo spesso ai tornei di celebrity poker per Mending Kids International, un’organizzazione che contribuisce a pagare i conti esorbitanti degli ospedali per correggere i difetti congeniti dei bambini economicamente svantaggiati. Sono molto orgogliosa di far parte di questo programma, e di vedere i bambini e le famiglie felici. Però mi sono accorta che, se sto lavorando su un film, al tavolo verde perdo molti più soldi, perché faccio fatica a concentrarmi. Mel mi conosce e lo sa... Non voglio accusarlo, ma forse è più bravo di me a barare!».
Sul Venerdì del 12 luglio 2019
Una carriera, la sua, cominciata a tre anni con la celeberrima pubblicità della Coppertone, a cui la spinse la madre manager Evelyn “Brandy” Almond. Dopo una serie di apparizioni in serie tv come Gunsmoke e La famiglia Partridge, arriva Taxi Driver di Martin Scorsese, un ruolo che le cambia la vita facendole guadagnare una nomination agli Oscar a soli 15 anni. Si porta a casa due statuette come miglior attrice per Sotto accusa (1989) e per Il silenzio degli innocenti (1992) e nel frattempo dirige, a 29 anni, il suo primo film, Il mio piccolo genio. Dopo qualche anno passato lontano dalla recitazione (ora la sua carriera si concentra sulla produzione) torna sugli schermi con Hotel Artemis (dal primo agosto nelle sale), un thriller futuristico diretto da Drew Pearce e ambientato in una Los Angeles distopica del 2038, dove interpreta un medico che gestisce segretamente un ospedale per criminali.
Quando la incontriamo in un hotel di Los Angeles Jodie Foster ci saluta in perfetto italiano, senza alcun accento: «Ciao, come stai?». D’altronde, parla correttamente anche francese, spagnolo e tedesco e ha una laurea con lode alla Yale University in letteratura.
In Hotel Artemis è completamente trasformata da rughe e capelli grigi. Le sue colleghe fanno di tutto per rimanere giovani, perché lei ha accettato di invecchiare?
«Non sono un’eroina. Il ruolo prevedeva quelle sembianze e non ho fatto altro che adattarmi. Nel film sono un’infermiera di 70 anni che non esce nel mondo reale da 25, vivo con una dieta di tacos e pillole e sono completamente carente di vitamina D. Volevo questa trasformazione, anche se ho dovuto lottare per ottenerla, i produttori avevano paura che diventassi troppo brutta e irriconoscibile! Sono contenta del risultato».
Nel film si parla delle conseguenze causate dagli errori umani, a volte inevitabili e necessari. Lei ne ha commessi tanti?
«Certamente. Nella mia carriera di sbagli ne ho commessi parecchi, ma fanno parte di un percorso, sono inevitabili».
E nella vita privata?
«Ho due figli giovani, uno di 20 e una di 17 anni, e come madre sento la necessità di lasciarli liberi di sperimentare e anche di sbagliare. Solo così, da adulti, potranno fare le scelte giuste. Mio figlio Charles ha iniziato l’università, e spesso devo trattenermi dall’aiutarlo: a volte arriva in aeroporto senza passaporto, altre si dimentica il cellulare e non sa neanche come chiamarmi per farsi aiutare. Mi verrebbe naturale aiutarlo, ma so che devo fare un passo indietro: essere in difficoltà lo farà crescere. Riuscire in questo mondo non è facile. Devo ringraziare mia madre che mi ha sempre sostenuto ma non mi ha mai aiutato nelle cose pratiche, e io ho dovuto imparare a cavarmela sempre da sola. È stata una bella lezione di vita e devo essere forte per trasmetterla ai miei figli, perché se vuoi che siano indipendenti devono imparare nel modo più difficile. Per rispondere alla sua domanda. Sì, penso che gli errori siano utilissimi».
Come attrice sceglie progetti diversi da quelli che sceglierebbe come regista o come produttrice?
«Sì, quando recito mi piacciono i ruoli nei thriller e nei film di fantascienza, ma questi non sono i generi che prediligo dirigere. Come regista generalmente preferisco il dramma, anche se poi la scelta sostanziale avviene in base alla qualità della scrittura dei dialoghi. In questo non sono molto pragmatica, mi fido del mio istinto».
Dopo aver diretto un episodio della serie Black Mirror, uno di House of Cards e uno di Orange is the New Black crede che la televisione on demand abbia aperto nuove opportunità creative?
«La nuova televisione offre la possibilità a chi ha un bel progetto sottomano di realizzarlo. Le cose sono cambiate anche per le minoranze etniche e per le donne. Quando avevo 20 anni, a parte le attrici, non c’erano donne sul set. Ogni tanto si vedeva qualche assistente alla sceneggiatura, ma erano rare. Da allora abbiamo fatto molti progressi, però ci sono ancora poche registe, soprattutto quando si tratta di film prodotti dai grandi Studios, perché pensano sia un rischio economico. Ma sono convinta che in futuro anche questo atteggiamento cesserà».
Crede ancora possibili i cambiamenti sociali?
«Sì, perché viviamo in un periodo di transizione, non abbiamo ancora risolto del tutto le conseguenze culturali della schiavitù, i diritti civili e l’uguaglianza di genere non sono pienamente realizzati. È difficile cambiare la mentalità delle persone e cambiare le leggi non basta. Non abbiamo ancora trovato il modo di sradicare la N-word (nigger, ndr.) quella maledetta parola che viene usata per insultare gli afroamericani. È un termine che è stato usato anche dalle istituzioni fino agli anni Sessanta, ma questo non vuol dire che non sia possibile cambiare. Dobbiamo cercare di integrare tutte le nostre identità e smetterla di combattere tra esseri umani».
Lei ha una laurea in letteratura, perché non ha mai scritto un suo film o una parte perfetta per lei?
«Me lo chiedo continuamente anch’io e dopo tanti anni non ho una spiegazione. Mi piacerebbe, e sarei anche brava, ma non ho mai scritto una sceneggiatura. Quando dirigo, l’80 per cento del mio lavoro consiste nel cambiare i dialoghi, in stretto contatto con gli scrittori. Quando scrivo invece sono molto lenta, forse mi spaventa il fatto che impiegherei anni a mettere su carta qualcosa che alla fine mi piaccia. E allora cerco di trovare quello che mi piace da qualche altra parte».
Perché continua a recitare? Non preferisce produrre o dirigere?
«Recitare mi dà l’opportunità di imparare dai registi più bravi della nostra generazione. Martin Scorsese mi ha insegnato come dirigere gli attori quando avevo solo 13 anni! Per lui un bravo regista è come un bravo genitore, ti sostiene ma ti sprona a fare sempre di meglio. Un bravo genitore non si accontenta mai, ma gioisce dei tuoi successi. In tutti i miei film, con i miei attori ho sempre adottato questo metodo».
Una curiosità: è vero che è brava a giocare a poker?
«Me la cavo... Con Mel Gibson partecipo spesso ai tornei di celebrity poker per Mending Kids International, un’organizzazione che contribuisce a pagare i conti esorbitanti degli ospedali per correggere i difetti congeniti dei bambini economicamente svantaggiati. Sono molto orgogliosa di far parte di questo programma, e di vedere i bambini e le famiglie felici. Però mi sono accorta che, se sto lavorando su un film, al tavolo verde perdo molti più soldi, perché faccio fatica a concentrarmi. Mel mi conosce e lo sa... Non voglio accusarlo, ma forse è più bravo di me a barare!».
Sul Venerdì del 12 luglio 2019