✕
(Getty Images) 

La tecnologia ci provoca nuove emozioni

Solitudine, vanità, noia, rabbia... Ecco come il nostro modo di sentire (e sentirci) è cambiato dopo l'arrivo di alcune grandi invenzioni: dalla fotografia alla radio fino al web
4 minuti di lettura
Lo smartphone ci mette in contatto col mondo e allo stesso tempo sembra isolarci sempre più dagli altri. Twitter permette alle notizie di diffondersi in tempo reale, e però è anche un’arena di insulti e fake news. Con Google otteniamo in pochi secondi qualsiasi informazione, e però c’è chi, come Nicholas Carr (Internet ci rende stupidi?), si domanda se non ci stia facendo diventare più superficiali e distratti. Sembrano questioni nuove, ma in realtà in ogni epoca le innovazioni hanno provocato dubbi e reazioni di segno opposto a proposito del loro effetto sulla nostra psiche. Lo spiegano due docenti della Utah State University, Susan Matt, che insegna storia, e Luke Fernandez, professore di informatica, nel saggio Bored, Lonely, Angry, Stupid. Changing Feelings about Technology from the Telegraph to Twitter (Annoiati, soli, arrabbiati, stupidi. I mutevoli sentimenti nei confronti della tecnologia dal telegrafo a Twitter, Har…
Lo smartphone ci mette in contatto col mondo e allo stesso tempo sembra isolarci sempre più dagli altri. Twitter permette alle notizie di diffondersi in tempo reale, e però è anche un’arena di insulti e fake news. Con Google otteniamo in pochi secondi qualsiasi informazione, e però c’è chi, come Nicholas Carr (Internet ci rende stupidi?), si domanda se non ci stia facendo diventare più superficiali e distratti. Sembrano questioni nuove, ma in realtà in ogni epoca le innovazioni hanno provocato dubbi e reazioni di segno opposto a proposito del loro effetto sulla nostra psiche. Lo spiegano due docenti della Utah State University, Susan Matt, che insegna storia, e Luke Fernandez, professore di informatica, nel saggio Bored, Lonely, Angry, Stupid. Changing Feelings about Technology from the Telegraph to Twitter (Annoiati, soli, arrabbiati, stupidi. I mutevoli sentimenti nei confronti della tecnologia dal telegrafo a Twitter, Harvard University Press).

«Le nostre reazioni emotive dipendono non soltanto da processi automatici del nostro corpo ma anche dalla realtà culturale, e perciò dal luogo e dal tempo in cui si vive» osserva Susan Matt. «Un esempio chiaro è quello della vanità: nell’800 era considerata disdicevole, da reprimere e temperare con la consapevolezza di quanto l’esistenza umana sia effimera e passeggera. Ora invece si stima che tanto i millennial (nati tra il 1980 e il 1995) quanto la generazione Z (nati dal 1995 al 2010) nel corso della loro vita collezioneranno oltre 25 mila selfie».

Questa trasformazione ha radici lontane. «Già con l’invenzione del dagherrotipo (1839) abbiamo iniziato a preoccuparci davvero, e su larga scala, di come ci vedano gli altri» spiega Susan Matt. «Grazie alla macchina fotografica anche i più poveri potevano permettersi di avere una raffigurazione di sé, più precisa e fedele di quelle che i re commissionavano agli artisti. Negli Stati Uniti entro il 1853 ben tre milioni di americani (su 23) avevano una loro fotografia». E c’era chi si allarmava: «Un editoriale sul giornale tedesco Leipziger Anzeiger ammoniva: “L’uomo è creato a immagine di Dio, e l’immagine di Dio non può essere catturata da alcuna macchina creata dall’uomo”. Come se la fotografia fosse un rischioso affronto al creatore» nota Fernandez. «Altri invece vedevano la fotografia come una cura per l’egocentrismo: mentre i ritrattisti tendono a non evidenziare i difetti fisici dei loro committenti, l’obiettivo, freddo e imparziale, ci mostra per quello che siamo».

Fin dall’inizio si escogitò qualche trucco per migliorare il risultato. «Lo storico Geoffrey Batchen in un saggio cita un fotografo dell’800 che suggeriva addirittura di drogare i soggetti: “Una buona dose di laudano (tintura d’oppio) eviterà che la persona sia troppo consapevole di sé o dell’obiettivo, e la renderà più trattabile. Anche se la procedura comporta una certa perdita di animazione”» racconta Fernandez. «Molti dei primi fotografi disponevano anche di una serie di vestiti, orpelli e oggetti scenici per rendere più fotogenici i clienti». E se oggi ci affidiamo a Photoshop o ai filtri di Instagram, a fine ‘800 si ricorreva a sistemi più ruspanti. Un articolo del 1892 del quotidiano Omaha Daily Bee racconta di un fotografo di Chicago che offriva alle donne dalla caviglia grossa la possibilità di posare con delle caviglie snellissime, di legno. «Le donne che riescono a tenere nascosti i propri piedi, grazie a una corda che li tira indietro, sono soddisfatte dei loro ritratti» recita l’articolo, «ma a volte ci si dimentica di nascondere le gambe e nell’immagine resta lo strano spettacolo di una donna con quattro piedi».

La fotografia liberò anche l’esibizione del sorriso. «Nei dipinti e nei primi dagherrotipi il soggetto aveva l’aria seria: l’arte occidentale considerava perfetto il ritratto in cui il soggetto mostrava una bocca piccola (che l’odierna “duck face” su Instagram sia un revival di questo imperativo?). Sorrisi e  risate erano ritenute espressioni tipiche dei bambini e dei malati di mente» osserva Matt. «Invece, quando nel 1900 con l’uscita della Kodak Brownie, la prima fotocamera di massa, la Kodak iniziò a dare consigli su come scattare foto, suggerì di ritrarre momenti felici. E di non fotografare più i defunti, un’abitudine che in America era diffusa fino all’inizio del Novecento».

Questi cambiamenti di atteggiamento trovano riscontro nel mutare di significato delle parole. «Nel ‘600 il pensatore puritano John Bunyan aveva usato l’espressione Vanity Fair per designare un luogo di stolido vizio. Nel 1913 la nascita della rivista Vanity Fair testimonia che la vanità è diventata un tratto seducente» spiega Matt. «Da allora il narcisismo è sempre meno stigmatizzato. Lo psicanalista Heinz Kohut, il padre della “psicologia del sé”, negli anni Settanta sostiene che, insieme all’autostima, è un tratto positivo per la salute psichica. E oggi i social media ci offrono opportunità inedite per promuovere il nostro io in modo sempre più visibile e pubblico».

Quella dei narcisisti tuttavia è una comunità in cui ci si sente facilmente soli. «Due secoli fa si accettava la solitudine come una parte ineliminabile della vita. Si iniziò a capire che le si poteva sfuggire con la diffusione del telegrafo, nel 1844, e poi del telefono e della radio» spiega Matt. «Anche in questo caso c’era chi aveva paura del progresso: nel 1849 in America qualcuno sospettava che l’epidemia di colera di quell’anno si potesse diffondere attraverso i fili del telegrafo e in diversi casi i pali vennero abbattuti. Per i più bigotti, poi, riuscire a comunicare a distanze tanto grandi era un atto di superbia dell’uomo, che poteva attirarsi punizioni divine». Ciò non impedì comunque a queste invenzioni di riempire la vita umana di voci amichevoli. Eppure, oggi capita spesso che ci si senta soli anche avendo migliaia di amici su Facebook. «Per la psicologia contemporanea, la solitudine non è assoluta, ma relativa: è associata alla differenza tra il numero di amici che ci aspettiamo di poter avere e la realtà» sottolinea Luke Fernandez. «I social media ci danno l’illusione di poter avere una quantità illimitata di amici, un’aspirazione impossibile, che  si trasforma in scontento».

Anche un altro sentimento negativo, la noia, è cambiato con l’evolversi della tecnologia: «Prima del 1850 la parola inglese per indicare questo sentimento con il connotato più negativo, boredom, non esisteva neppure e annoiarsi era del tutto normale» dice Matt. «È con il taylorismo del Novecento, e quindi con la divisione del lavoro industriale in tanti compiti ripetitivi e alienanti, che la noia diventa un tormento invincibile». Ancora di più si ha paura di annoiarsi nell’era digitale. «Motorola aveva perfino coniato un neologismo, microboredom, per indicare quei piccoli intervalli di inattività che combattiamo impugnando un cellulare» continua Matt. «Eppure la noia è un importante stimolo alla creatività. È paradossale, ma proprio le tante app e giochi che abbiamo a portata di dito per sfuggire alla noia ci rendono, alla fine, più noiosi».

Sembra che a renderci più arrabbiati siano invece i social media. «Per la verità, fino a un secolo fa, lasciarsi andare all’ira non era un tabù come oggi. E la rabbia collettiva veniva vista come una forza di emancipazione sociale. Gli storici stimano che negli Stati Uniti tra il 1830 e il 1900 ci sia stato almeno un indignation meeting ogni cinque giorni. Erano incontri pubblici dove i cittadini potevano esprimere la loro indignazione su temi caldi per la comunità, creando una sensibilità politica a partire da sentimenti condivisi» spiega Fernandez. «Negli ultimi cento anni – con il lavoro negli uffici e l’inurbamento – sono invece cresciute le pressioni perché le persone imparino a trattenere l’ira in pubblico. La rabbia sempre più compressa è stata sfogata nel privato. Fino all’arrivo di Internet, che dà di nuovo modo a chiunque di infuriarsi pubblicamente. Ma ormai la rabbia è diventata un’emozione poco produttiva: ci si sfoga, ma si rimane isolati. E anche le sollevazioni nate via Twitter, come le primavere arabe o il movimento Occupy Wall Street, alla lunga scontano la mancanza di una profonda e concreta organizzazione».

Sul Venerdì del 5 luglio 2019