Chi manda le leggi in orbita
di LUCIANA GROSSOA 50 anni dal primo allunaggio, mentre Luca Parmitano riparte per la stazione Iss e si parla di turismo e miniere extraterrestri, indagine sulle norme (poche) in vigore al di fuori dell'atmosfera
"Se l'umanità vorrà avere un futuro, non avrà altra strada che lasciare la Terra" profetizzava Stephen Hawking. Prima però di ipotizzare un esodo collettivo restano alcuni problemi da risolvere. Tecnici innanzitutto, ma anche legali, forse meno complicati ma da non sottovalutare. "La natura dell'uomo non cambia, non importa quanto lontano andiamo. Le leggi che scriveremo dovranno tenerne conto" ci dice, cauta e speranzosa, Joanne Gabrynowicz, pioniera americana del Diritto aerospaziale, tra i pochi studiosi a porsi problemi giurisprudenziali la cui utilità appare a molti di là da venire. "Per ora siamo lontani dal portare l'umanità su altri pianeti o satelliti. Ma prima o poi succederà. E faremmo bene a prepararci per tempo" dice. Se davvero, come molti prevedono, riusciremo entro il secolo a fondare basi abitate sulla Luna o su Marte, anche lì - come in ogni società umana -…
"Se l'umanità vorrà avere un futuro, non avrà altra strada che lasciare la Terra" profetizzava Stephen Hawking. Prima però di ipotizzare un esodo collettivo restano alcuni problemi da risolvere. Tecnici innanzitutto, ma anche legali, forse meno complicati ma da non sottovalutare. "La natura dell'uomo non cambia, non importa quanto lontano andiamo. Le leggi che scriveremo dovranno tenerne conto" ci dice, cauta e speranzosa, Joanne Gabrynowicz, pioniera americana del Diritto aerospaziale, tra i pochi studiosi a porsi problemi giurisprudenziali la cui utilità appare a molti di là da venire. "Per ora siamo lontani dal portare l'umanità su altri pianeti o satelliti. Ma prima o poi succederà. E faremmo bene a prepararci per tempo" dice. Se davvero, come molti prevedono, riusciremo entro il secolo a fondare basi abitate sulla Luna o su Marte, anche lì - come in ogni società umana - ci sarà bisogno di leggi, di qualcuno che le scriva e di qualcun altro che le faccia rispettare.
Per ora non esiste niente di tutto questo. O quasi. Dal 1958, infatti, opera in seno all'Onu il Copuos, Comitato sull'uso pacifico dello spazio extra-atmosferico, che ha messo a punto una serie di accordi internazionali. Il più importante è il Trattato sullo spazio extra-atmosferico, in vigore dal 1967, una specie di Magna Charta che pone alcuni principi di base, molto ampi e generici. Gli Stati, per esempio, si impegnano a non appropriarsi di porzioni dello spazio o di corpi celesti, e a destinare qualsiasi attività spaziale al "bene di tutti".
Linee guida senza dubbio lodevoli, ma forse da rendere rapidamente più concrete, oggi che, a cinquant'anni dal primo sbarco sulla Luna, nello spazio si va con una certa disinvoltura, tanto che il viaggio di Luca Parmitano - in partenza il 20 luglio per la sua seconda missione sulla Stazione spaziale internazionale (Iss) - quasi non fa notizia. Prendiamo il traffico di satelliti. "È forse l'unico campo su cui è veramente urgente mettere delle regole" spiega Sergio Marchisio, presidente dello European Centre for Space Law. "Le orbite basse, ossia quelle tra i 200 e i 1.000 chilometri, dove vengono collocati i satelliti (e dove si trova anche la Iss), sono molto affollate, piene di apparecchiature, nuove, esauste, rotte, e di detriti".
Fortunatamente questo viavai ha solo di rado provocato incidenti che hanno coinvolto apparecchiature funzionanti o addirittura esseri umani. Il caso più eclatante è stato nel 2009, quando l'equipaggio della Iss venne messo in stato di allerta e si preparò all'evacuazione perché la base rischiava di essere colpita da un detrito. La collisione non ci fu, ma sarebbe potuta avvenire. E sarebbe stato difficilissimo capire chi dovesse rispondere degli eventuali danni. "In base al diritto spaziale attuale" spiega Marchisio "ogni Stato è responsabile per i suoi oggetti spaziali, così come per la condotta dei suoi astronauti". Ma non è sempre facile capire origine e nazionalità di un detrito perso nello spazio.
La stessa ambiguità circonda una questione come la convivenza di astronauti di nazionalità diverse, oggi sulla Iss e domani magari in una colonia marziana o lunare. Ipotesi di scuola: cosa succede se, sulla Stazione spaziale, avviene un delitto? Secondo quale legge va giudicato? Quella dello Stato terrestre dell'assassino? Quella dell'ucciso? Oppure una terza? "Le attività a bordo della Iss" spiega ancora Marchisio "sono regolate da una serie di norme comuni, a partire dall'Accordo intergovernativo del 1988, accettato e condiviso dai Paesi che partecipano al progetto: Stati Uniti, Russia, Giappone, Europa e Canada". Tornando all'ipotetico delitto a bordo, se un astronauta giapponese ne colpisse uno americano nella sezione dell'Iss di pertinenza europea, andrebbe perseguito secondo le leggi del Giappone: si applica la giurisdizione penale del Paese di appartenenza dell'accusato. Per fortuna, comunque, il problema sembra molto lontano dal porsi.
Un campo tutto da regolare, e in fretta, è invece quello, nascente, del turismo spaziale. Ci sono decine di progetti, più o meno credibili, per dare il via ai viaggi già entro il prossimo decennio. Ma, al di là della volontà di miliardari estrosi, le questioni legali da risolvere sono tante: la definizione delle rotte; quella dello status dei viaggiatori; la loro costosa assicurazione; gli standard sull'equipaggiamento di sicurezza; il brevetto per i piloti; la disciplina delle interazioni con il sistema di controllo del traffico aereo; la normativa sui piani di volo; le norme per la riduzione dell'inquinamento acustico che potrebbe derivarne. E via legiferando. Sono di sicuro temi meno affascinanti ed esotici dell'idea di farsi un selfie con lo sfondo della Terra, ma dai quali, per farsi quel selfie, bisognerà passare.
A oggi in merito non c'è quasi niente; l'unico regolamento è il Commercial Space Launch Amendments Act americano, scritto nel 2004, che in buona sostanza si limita a imporre ai passeggeri la firma di un consenso informato sui rischi che corrono. Per il resto è tutta prateria, o quasi. Con due questioni cruciali da affrontare: l'eventuale sfruttamento di materie prime nello spazio e il suo utilizzo per scopi militari. "Il trattato del 1967" spiega Marco Ferrazzani, capo del settore legale dell'Agenzia spaziale europea Esa, "definisce i corpi celesti come res communis omnium, ossia di tutti. Un regime molto simile a quello valido per le acque profonde della Terra. Ci si può andare, si possono esplorare, ma nessuno se ne può appropriare per trarne profitto". C'è però un problema: ai tempi della stesura del trattato forse bastavano le dichiarazioni di principio, perché la tecnologia necessaria a estrarre materie prime dai corpi celesti non era nemmeno ipotizzabile. Oggi invece lo è. Non solo: fino a qualche tempo fa, alla corsa allo Spazio partecipavano solo gli Stati, ora invece ci sono anche i privati. A chi devono rispondere del loro operato? E chi deve rispondere per loro? In teoria tutto quello che li riguarda fa capo al Paese nel quale i veicoli spaziali sono stati immatricolati, ma evidentemente le fattispecie diverse potrebbero essere decine.
"Le attività spaziali commerciali rappresentano già oggi più del 75 per cento del valore globale del settore spaziale" dice Simonetta Di Pippo, direttrice dell'Unoosa, l'ufficio Onu per gli Affari dello spazio extra-atmosferico. "Oggi le ditte private sono diventate attori a pieno titolo nel settore. In base alla legge spaziale internazionale i governi sono responsabili delle azioni svolte da tutte le entità che a loro fanno capo e le iniziative nel campo dello sfruttamento dello spazio non devono, in nessun caso, essere intraprese unilateralmente, ma piuttosto attraverso un accordo internazionale tra gli Stati". Vedremo...
Poi c'è la delicata questione delle armi. Il Trattato del 1967 è molto chiaro: in nessun caso armi di distruzione di massa possono essere collocate in orbita intorno alla Terra. Ma se a qualcuno venisse in mente di farlo? "Personalmente sono fiducioso del fatto che nessun Paese vorrà trasgredire quanto disposto dal trattato" replica Marchisio, "ma se così non fosse le armi della diplomazia e del diritto internazionale, per come sono ora, sarebbero spuntate o quanto meno lente. In teoria dovrebbe intervenire l'Onu, ma i tempi sarebbero piuttosto lunghi e la discussione complicata". Che la Giurisprudenza sia con noi.
Sul Venerdì del 19 luglio 2019
Per ora non esiste niente di tutto questo. O quasi. Dal 1958, infatti, opera in seno all'Onu il Copuos, Comitato sull'uso pacifico dello spazio extra-atmosferico, che ha messo a punto una serie di accordi internazionali. Il più importante è il Trattato sullo spazio extra-atmosferico, in vigore dal 1967, una specie di Magna Charta che pone alcuni principi di base, molto ampi e generici. Gli Stati, per esempio, si impegnano a non appropriarsi di porzioni dello spazio o di corpi celesti, e a destinare qualsiasi attività spaziale al "bene di tutti".
Linee guida senza dubbio lodevoli, ma forse da rendere rapidamente più concrete, oggi che, a cinquant'anni dal primo sbarco sulla Luna, nello spazio si va con una certa disinvoltura, tanto che il viaggio di Luca Parmitano - in partenza il 20 luglio per la sua seconda missione sulla Stazione spaziale internazionale (Iss) - quasi non fa notizia. Prendiamo il traffico di satelliti. "È forse l'unico campo su cui è veramente urgente mettere delle regole" spiega Sergio Marchisio, presidente dello European Centre for Space Law. "Le orbite basse, ossia quelle tra i 200 e i 1.000 chilometri, dove vengono collocati i satelliti (e dove si trova anche la Iss), sono molto affollate, piene di apparecchiature, nuove, esauste, rotte, e di detriti".
Fortunatamente questo viavai ha solo di rado provocato incidenti che hanno coinvolto apparecchiature funzionanti o addirittura esseri umani. Il caso più eclatante è stato nel 2009, quando l'equipaggio della Iss venne messo in stato di allerta e si preparò all'evacuazione perché la base rischiava di essere colpita da un detrito. La collisione non ci fu, ma sarebbe potuta avvenire. E sarebbe stato difficilissimo capire chi dovesse rispondere degli eventuali danni. "In base al diritto spaziale attuale" spiega Marchisio "ogni Stato è responsabile per i suoi oggetti spaziali, così come per la condotta dei suoi astronauti". Ma non è sempre facile capire origine e nazionalità di un detrito perso nello spazio.
La stessa ambiguità circonda una questione come la convivenza di astronauti di nazionalità diverse, oggi sulla Iss e domani magari in una colonia marziana o lunare. Ipotesi di scuola: cosa succede se, sulla Stazione spaziale, avviene un delitto? Secondo quale legge va giudicato? Quella dello Stato terrestre dell'assassino? Quella dell'ucciso? Oppure una terza? "Le attività a bordo della Iss" spiega ancora Marchisio "sono regolate da una serie di norme comuni, a partire dall'Accordo intergovernativo del 1988, accettato e condiviso dai Paesi che partecipano al progetto: Stati Uniti, Russia, Giappone, Europa e Canada". Tornando all'ipotetico delitto a bordo, se un astronauta giapponese ne colpisse uno americano nella sezione dell'Iss di pertinenza europea, andrebbe perseguito secondo le leggi del Giappone: si applica la giurisdizione penale del Paese di appartenenza dell'accusato. Per fortuna, comunque, il problema sembra molto lontano dal porsi.
Un campo tutto da regolare, e in fretta, è invece quello, nascente, del turismo spaziale. Ci sono decine di progetti, più o meno credibili, per dare il via ai viaggi già entro il prossimo decennio. Ma, al di là della volontà di miliardari estrosi, le questioni legali da risolvere sono tante: la definizione delle rotte; quella dello status dei viaggiatori; la loro costosa assicurazione; gli standard sull'equipaggiamento di sicurezza; il brevetto per i piloti; la disciplina delle interazioni con il sistema di controllo del traffico aereo; la normativa sui piani di volo; le norme per la riduzione dell'inquinamento acustico che potrebbe derivarne. E via legiferando. Sono di sicuro temi meno affascinanti ed esotici dell'idea di farsi un selfie con lo sfondo della Terra, ma dai quali, per farsi quel selfie, bisognerà passare.
A oggi in merito non c'è quasi niente; l'unico regolamento è il Commercial Space Launch Amendments Act americano, scritto nel 2004, che in buona sostanza si limita a imporre ai passeggeri la firma di un consenso informato sui rischi che corrono. Per il resto è tutta prateria, o quasi. Con due questioni cruciali da affrontare: l'eventuale sfruttamento di materie prime nello spazio e il suo utilizzo per scopi militari. "Il trattato del 1967" spiega Marco Ferrazzani, capo del settore legale dell'Agenzia spaziale europea Esa, "definisce i corpi celesti come res communis omnium, ossia di tutti. Un regime molto simile a quello valido per le acque profonde della Terra. Ci si può andare, si possono esplorare, ma nessuno se ne può appropriare per trarne profitto". C'è però un problema: ai tempi della stesura del trattato forse bastavano le dichiarazioni di principio, perché la tecnologia necessaria a estrarre materie prime dai corpi celesti non era nemmeno ipotizzabile. Oggi invece lo è. Non solo: fino a qualche tempo fa, alla corsa allo Spazio partecipavano solo gli Stati, ora invece ci sono anche i privati. A chi devono rispondere del loro operato? E chi deve rispondere per loro? In teoria tutto quello che li riguarda fa capo al Paese nel quale i veicoli spaziali sono stati immatricolati, ma evidentemente le fattispecie diverse potrebbero essere decine.
"Le attività spaziali commerciali rappresentano già oggi più del 75 per cento del valore globale del settore spaziale" dice Simonetta Di Pippo, direttrice dell'Unoosa, l'ufficio Onu per gli Affari dello spazio extra-atmosferico. "Oggi le ditte private sono diventate attori a pieno titolo nel settore. In base alla legge spaziale internazionale i governi sono responsabili delle azioni svolte da tutte le entità che a loro fanno capo e le iniziative nel campo dello sfruttamento dello spazio non devono, in nessun caso, essere intraprese unilateralmente, ma piuttosto attraverso un accordo internazionale tra gli Stati". Vedremo...
Poi c'è la delicata questione delle armi. Il Trattato del 1967 è molto chiaro: in nessun caso armi di distruzione di massa possono essere collocate in orbita intorno alla Terra. Ma se a qualcuno venisse in mente di farlo? "Personalmente sono fiducioso del fatto che nessun Paese vorrà trasgredire quanto disposto dal trattato" replica Marchisio, "ma se così non fosse le armi della diplomazia e del diritto internazionale, per come sono ora, sarebbero spuntate o quanto meno lente. In teoria dovrebbe intervenire l'Onu, ma i tempi sarebbero piuttosto lunghi e la discussione complicata". Che la Giurisprudenza sia con noi.
Sul Venerdì del 19 luglio 2019