Ritorno in miniera sulle tracce di Bianciardi
Gianluca Monastra , dal nostro inviato GIANLUCA MONASTRASessantacinque anni fa a Ribolla, in Maremma, un'esplosione uccise 43 lavoratori. E segnò la vita dello scrittore grossetano, che con Carlo Cassola dedicò alla tragedia un'inchiesta magistrale. Oggi ripubblicata
RIBOLLA (Grosseto). I fantasmi sono ancora tutti qui. Quarantatré minatori e uno scrittore, ombre lunghe nel paese in cerca di un po' di pace. Il monumento in piazza, i garofani tra i resti del pozzo, le foto nel tramezzo davanti al ristorante, il murale di un uomo con un cappotto da bohémien. E accanto all'uomo, una scritta: "Io sono con loro, i badilanti e i minatori della mia terra". Firmato: Luciano Bianciardi. Eppure a Ribolla, nel villaggio cresciuto intorno alla miniera che non c'è più, tutto è cambiato. Tutto fuorché i ricordi. Le strade non sono più sterrate come negli anni 50, nei vecchi dormitori oggi vanno a scuola i bambini e la mensa è diventata una palestra. Lungo la provinciale le case bianche degli operai hanno lasciato il posto a un supermercato e i nuovi immigrati, perlopiù muratori marocchini, si ritrovano in un fondo a pregare il Corano.
Un altro paese, un'altra Italia. Non p…
Un altro paese, un'altra Italia. Non p…
RIBOLLA (Grosseto). I fantasmi sono ancora tutti qui. Quarantatré minatori e uno scrittore, ombre lunghe nel paese in cerca di un po' di pace. Il monumento in piazza, i garofani tra i resti del pozzo, le foto nel tramezzo davanti al ristorante, il murale di un uomo con un cappotto da bohémien. E accanto all'uomo, una scritta: "Io sono con loro, i badilanti e i minatori della mia terra". Firmato: Luciano Bianciardi. Eppure a Ribolla, nel villaggio cresciuto intorno alla miniera che non c'è più, tutto è cambiato. Tutto fuorché i ricordi. Le strade non sono più sterrate come negli anni 50, nei vecchi dormitori oggi vanno a scuola i bambini e la mensa è diventata una palestra. Lungo la provinciale le case bianche degli operai hanno lasciato il posto a un supermercato e i nuovi immigrati, perlopiù muratori marocchini, si ritrovano in un fondo a pregare il Corano.
Un altro paese, un'altra Italia. Non potrebbe essere altrimenti. Sessantacinque anni sono passati dal 4 maggio 1954, quando qui a Ribolla, poco dopo le otto del mattino, nella sezione Camorra della miniera di lignite, a 260 metri di profondità, uno scoppio di gas grisou scatenò un incendio di polvere di carbone che uccise 43 minatori e cambiò per sempre la vita di un'intera comunità. All'epoca Bianciardi lavorava in una biblioteca di Grosseto e lì aveva incontrato Carlo Cassola. Bianciardi maremmano e anarchico che, se avesse potuto, avrebbe abolito chiese e questure. Cassola romano, professore di storia e filosofia in un liceo scientifico, che nemmeno immaginava di vincere il Premio Strega - qualche anno dopo - raccontando l'Italia uscita ferita dalla guerra. La stessa Italia che insieme sognavano di cambiare lavorando in provincia, tra i dimenticati. I primi cineforum, l'invenzione del Bibliobus, un furgone trasformato in biblioteca ambulante perché - pensavano - se la gente non va dai libri devono essere i libri ad andare dalla gente. Esperienze in cui la coscienza letteraria si mescolava a quella politica svelando le sofferenze di una terra ostica dove il pane guadagnato era più duro che altrove.
I minatori erano ultimi tra gli ultimi, avevano abbandonato le campagne o i loro paesi calabresi e siciliani, i più sfortunati dormivano nei pollai e si ammalavano di silicosi respirando polvere e paura. Bianciardi e Cassola li consideravano l'emblema della Maremma amara e nel 1956 gli dedicarono un libro-inchiesta oggi riproposto da minimum fax. I minatori della Maremma è un classico di letteratura civile che della tragedia di Ribolla ricostruisce contesto, presupposti e conseguenze con la lucida passione del giornalismo d'inchiesta del dopoguerra.
Bianciardi conosceva talmente bene i minatori da restare segnato dal dolore. Forse per questo lasciò la Maremma per una Milano dentro cui non si sarebbe mai sentito a suo agio. Il giorno traduceva i libri degli altri, la domenica scriveva i suoi romanzi e la sera, nei bar di Brera, tentava di cancellare i ricordi bevendo grappa con poeti e pittori dal futuro non all'altezza delle proprie ambizioni. Immagini di morte, disperazione. I corpi dei minatori bruciati o asfissiati nelle gallerie, resti avvolti nelle coperte militari e recuperati dopo ore, giorni, settimane. I pianti delle vedove e le bestemmie dei compagni. Le bare allineate nel cinema di Ribolla, con le bandiere rosse accanto ai crocefissi.
Oggi l'ex cinema è diventato la porta del Parco delle colline metallifere, il presidio della memoria che ospita una biblioteca e il centro di ricerca sulla storia mineraria del villaggio. Succede, lì dentro, di incontrare qualcuno del paese pronto a raccontare il suo incrocio con la miniera. Fabrizio Boldrini è nato tre mesi dopo la strage. Figlio di un minatore, ha studiato storia e scritto la tesi di laurea proprio sul lavoro in Maremma. Cammina tra i corridoi del presidio e indica alle pareti le foto dei primi soccorsi. "Mio padre era lì, in una galleria vicina, corse una ventina di chilometri tra i boschi per raggiungere casa e rassicurare mia madre incinta. Il tempo di un abbraccio e, senza riprendere fiato, tornò indietro per recuperare i compagni morti". Nessuno è più amico di due uomini soli quando intorno c'è il pericolo, diceva Bianciardi. "Vero" annuisce Boldrini, "erano tutti amici e in famiglia li consideravano eroi. Così si spiega questa voglia di non disperderne la memoria".
C'è chi ha scritto racconti, chi poesie. Chi scolpito statue, organizzato passeggiate con attori nella miniera abbandonata per tramandare al pubblico le storie. Altri invece custodiscono come reliquie la gamella del pranzo, un casco, la ricevuta di uno stipendio. "Ventiquattro anni, oh giovinezza mia/ sottoterra feci il minatore/ amato sole che quaggiù mai arrivi/ volgi un pensiero a noi sepolti vivi". Versi di Florido Rosati, minatore. Boldrini sfoglia il libro delle sue poesie, con un cenno della testa saluta un altro ex minatore figlio di minatore: Domenico Gamberi, 75 anni. Che racconta: "Ero un bambino e a scuola sentimmo l'esplosione. In strada la gente urlava, piangeva. Solo il giorno dopo rividi vivo mio padre".
Gamberi è seduto accanto a un altro figlio della miniera: Norberto Sabatini, che sulla strage ha scritto una quindicina di racconti. "Un ragazzo quella mattina aveva perso il pullman della ditta" ricorda. "I ritardi potevano costare il licenziamento. E allora prese la bicicletta e pedalò disperato verso il pullman. Lo raggiunse a pochi metri dal pozzo Camorra: poche ore dopo lo ritrovarono morto insieme agli altri". Del 4 maggio '54 ognuno a Ribolla conosce una curva del caso. Gabriella Pizzetti lavora nella biblioteca: "Pochi mesi fa viveva ancora un superstite della strage. Prima di entrare in galleria si era fermato a mangiare una mela. La sua fortuna. Si era seduto accanto a un carrello per il carbone che l'esplosione gli rovesciò addosso, proteggendolo".
Col tempo è sempre più difficile distinguere la cronaca dalle leggende, ma qualcosa non è stato mai scalfito. La rabbia verso il padrone, la Montecatini, la più grande ditta di estrazione mineraria dell'Italia di quegli anni. Scrivevano Bianciardi e Cassola nel libro-inchiesta: "La sciagura di Ribolla non fu dovuta a una tragica fatalità. Le responsabilità penali erano palesi, ma accanto a esse altre ne esistono di ordine umano e sociale".
Ancora oggi resiste questa convinzione. Il mercato in calo, i risparmi sui costi di produzione, le denunce inascoltate. "Prima o poi si muore come topi" mormoravano allora i mariti alle mogli. Ma il processo finirà in un nulla di fatto e gli indennizzi apriranno altre ferite. "I sopravvissuti" spiega Francesco Limatola, sindaco di Roccastrada, il Comune di Ribolla, "non hanno perdonato le vedove per aver accettato i soldi della Montecatini prima della fine del processo. Lo giudicarono un tradimento".
Una pacificazione impossibile, ieri come oggi. Non restano che i ricordi e l'abitudine ai fantasmi. Anche qui, nella platea dell'ex cinema, dove avevano allestito la camera ardente e l'uomo col cappotto se ne stava in disparte ad ascoltare "le vedove piangere in tanti dialetti diversi".
Sul Venerdì del 19 luglio 2019
Un altro paese, un'altra Italia. Non potrebbe essere altrimenti. Sessantacinque anni sono passati dal 4 maggio 1954, quando qui a Ribolla, poco dopo le otto del mattino, nella sezione Camorra della miniera di lignite, a 260 metri di profondità, uno scoppio di gas grisou scatenò un incendio di polvere di carbone che uccise 43 minatori e cambiò per sempre la vita di un'intera comunità. All'epoca Bianciardi lavorava in una biblioteca di Grosseto e lì aveva incontrato Carlo Cassola. Bianciardi maremmano e anarchico che, se avesse potuto, avrebbe abolito chiese e questure. Cassola romano, professore di storia e filosofia in un liceo scientifico, che nemmeno immaginava di vincere il Premio Strega - qualche anno dopo - raccontando l'Italia uscita ferita dalla guerra. La stessa Italia che insieme sognavano di cambiare lavorando in provincia, tra i dimenticati. I primi cineforum, l'invenzione del Bibliobus, un furgone trasformato in biblioteca ambulante perché - pensavano - se la gente non va dai libri devono essere i libri ad andare dalla gente. Esperienze in cui la coscienza letteraria si mescolava a quella politica svelando le sofferenze di una terra ostica dove il pane guadagnato era più duro che altrove.
I minatori erano ultimi tra gli ultimi, avevano abbandonato le campagne o i loro paesi calabresi e siciliani, i più sfortunati dormivano nei pollai e si ammalavano di silicosi respirando polvere e paura. Bianciardi e Cassola li consideravano l'emblema della Maremma amara e nel 1956 gli dedicarono un libro-inchiesta oggi riproposto da minimum fax. I minatori della Maremma è un classico di letteratura civile che della tragedia di Ribolla ricostruisce contesto, presupposti e conseguenze con la lucida passione del giornalismo d'inchiesta del dopoguerra.
Bianciardi conosceva talmente bene i minatori da restare segnato dal dolore. Forse per questo lasciò la Maremma per una Milano dentro cui non si sarebbe mai sentito a suo agio. Il giorno traduceva i libri degli altri, la domenica scriveva i suoi romanzi e la sera, nei bar di Brera, tentava di cancellare i ricordi bevendo grappa con poeti e pittori dal futuro non all'altezza delle proprie ambizioni. Immagini di morte, disperazione. I corpi dei minatori bruciati o asfissiati nelle gallerie, resti avvolti nelle coperte militari e recuperati dopo ore, giorni, settimane. I pianti delle vedove e le bestemmie dei compagni. Le bare allineate nel cinema di Ribolla, con le bandiere rosse accanto ai crocefissi.
Oggi l'ex cinema è diventato la porta del Parco delle colline metallifere, il presidio della memoria che ospita una biblioteca e il centro di ricerca sulla storia mineraria del villaggio. Succede, lì dentro, di incontrare qualcuno del paese pronto a raccontare il suo incrocio con la miniera. Fabrizio Boldrini è nato tre mesi dopo la strage. Figlio di un minatore, ha studiato storia e scritto la tesi di laurea proprio sul lavoro in Maremma. Cammina tra i corridoi del presidio e indica alle pareti le foto dei primi soccorsi. "Mio padre era lì, in una galleria vicina, corse una ventina di chilometri tra i boschi per raggiungere casa e rassicurare mia madre incinta. Il tempo di un abbraccio e, senza riprendere fiato, tornò indietro per recuperare i compagni morti". Nessuno è più amico di due uomini soli quando intorno c'è il pericolo, diceva Bianciardi. "Vero" annuisce Boldrini, "erano tutti amici e in famiglia li consideravano eroi. Così si spiega questa voglia di non disperderne la memoria".
C'è chi ha scritto racconti, chi poesie. Chi scolpito statue, organizzato passeggiate con attori nella miniera abbandonata per tramandare al pubblico le storie. Altri invece custodiscono come reliquie la gamella del pranzo, un casco, la ricevuta di uno stipendio. "Ventiquattro anni, oh giovinezza mia/ sottoterra feci il minatore/ amato sole che quaggiù mai arrivi/ volgi un pensiero a noi sepolti vivi". Versi di Florido Rosati, minatore. Boldrini sfoglia il libro delle sue poesie, con un cenno della testa saluta un altro ex minatore figlio di minatore: Domenico Gamberi, 75 anni. Che racconta: "Ero un bambino e a scuola sentimmo l'esplosione. In strada la gente urlava, piangeva. Solo il giorno dopo rividi vivo mio padre".
Gamberi è seduto accanto a un altro figlio della miniera: Norberto Sabatini, che sulla strage ha scritto una quindicina di racconti. "Un ragazzo quella mattina aveva perso il pullman della ditta" ricorda. "I ritardi potevano costare il licenziamento. E allora prese la bicicletta e pedalò disperato verso il pullman. Lo raggiunse a pochi metri dal pozzo Camorra: poche ore dopo lo ritrovarono morto insieme agli altri". Del 4 maggio '54 ognuno a Ribolla conosce una curva del caso. Gabriella Pizzetti lavora nella biblioteca: "Pochi mesi fa viveva ancora un superstite della strage. Prima di entrare in galleria si era fermato a mangiare una mela. La sua fortuna. Si era seduto accanto a un carrello per il carbone che l'esplosione gli rovesciò addosso, proteggendolo".
Col tempo è sempre più difficile distinguere la cronaca dalle leggende, ma qualcosa non è stato mai scalfito. La rabbia verso il padrone, la Montecatini, la più grande ditta di estrazione mineraria dell'Italia di quegli anni. Scrivevano Bianciardi e Cassola nel libro-inchiesta: "La sciagura di Ribolla non fu dovuta a una tragica fatalità. Le responsabilità penali erano palesi, ma accanto a esse altre ne esistono di ordine umano e sociale".
Ancora oggi resiste questa convinzione. Il mercato in calo, i risparmi sui costi di produzione, le denunce inascoltate. "Prima o poi si muore come topi" mormoravano allora i mariti alle mogli. Ma il processo finirà in un nulla di fatto e gli indennizzi apriranno altre ferite. "I sopravvissuti" spiega Francesco Limatola, sindaco di Roccastrada, il Comune di Ribolla, "non hanno perdonato le vedove per aver accettato i soldi della Montecatini prima della fine del processo. Lo giudicarono un tradimento".
Una pacificazione impossibile, ieri come oggi. Non restano che i ricordi e l'abitudine ai fantasmi. Anche qui, nella platea dell'ex cinema, dove avevano allestito la camera ardente e l'uomo col cappotto se ne stava in disparte ad ascoltare "le vedove piangere in tanti dialetti diversi".
Sul Venerdì del 19 luglio 2019