Di Maio: qui lo dico e qui lo nego
Valentina Conte , di VALENTINA CONTETredici mesi di annunci fatti da un ministro specializzato in promesse regolarmente smentite dalla realtà. Eccone un riassunto
"È come metterti dentro un'azienda decotta che fa precipitare gli aerei". Il vicepremier e due volte ministro Luigi Di Maio - Lavoro e Sviluppo economico - parlava così, il 26 giugno scorso, dell'ipotesi di includere Atlantia, il gruppo della famiglia Benetton che controlla Autostrade, come azionista al 37 per cento di Alitalia, circa 300 milioni di investimento, accanto a Ferrovie dello Stato, ministero dell'Economia e gli americani di Delta Airlines. Va bene dunque salvare dal fallimento la compagnia aerea tricolore che perde oltre un milione al giorno - questo il ragionamento - aggiungendo un altro miliardo di soldi pubblici agli 8,6 già spesi in 45 anni: 143 euro a testa, neonati inclusi. Ma Atlantia no. "Quando gli revocheremo la concessione pubblica sulle autostrade per il crollo del Ponte Morandi di Genova, le azioni precipiteranno e trascineranno a picco anche quelle di Alitalia" obiettava Di Maio a Porta a port…
"È come metterti dentro un'azienda decotta che fa precipitare gli aerei". Il vicepremier e due volte ministro Luigi Di Maio - Lavoro e Sviluppo economico - parlava così, il 26 giugno scorso, dell'ipotesi di includere Atlantia, il gruppo della famiglia Benetton che controlla Autostrade, come azionista al 37 per cento di Alitalia, circa 300 milioni di investimento, accanto a Ferrovie dello Stato, ministero dell'Economia e gli americani di Delta Airlines. Va bene dunque salvare dal fallimento la compagnia aerea tricolore che perde oltre un milione al giorno - questo il ragionamento - aggiungendo un altro miliardo di soldi pubblici agli 8,6 già spesi in 45 anni: 143 euro a testa, neonati inclusi. Ma Atlantia no. "Quando gli revocheremo la concessione pubblica sulle autostrade per il crollo del Ponte Morandi di Genova, le azioni precipiteranno e trascineranno a picco anche quelle di Alitalia" obiettava Di Maio a Porta a porta su Rai Uno, suscitando critiche da Confindustria ai sindacati e allertando la Consob per l'impatto delle dichiarazioni sul titolo in Borsa. Neanche venti giorni dopo, Atlantia è dentro Alitalia. "Ora parte il rilancio vero" esulta il vicepremier. Non è che l'ennesima marcia indietro del ministro-gambero.
Forse che sÌ, forse che no...
In tredici mesi di governo, Di Maio ha detto e contraddetto, promesso e ritrattato, annunciato e smentito, accusato e ricucito. Doveva tagliare le pensioni d'oro ricalcolandole in base ai contributi versati, in modo permanente e retroattivo: disegno di legge presentato e poi inabissatosi perché incostituzionale, solo un prelievo di solidarietà a tempo. Aveva promesso di restituire dignità ai rider - "simbolo di una generazione abbandonata e senza tutele" - ricevuti al ministero il 4 giugno del 2018, tre giorni dopo il giuramento al Quirinale come ministro. Il suo consigliere economico, oggi presidente dell'Inps Pasquale Tridico, aveva addirittura preparato una bozza di decreto legge per forzare la mano alle multinazionali e trasformare quei lavoratori a cottimo in dipendenti a tempo indeterminato. Non è successo nulla. Dignità è diventata però l'etichetta-slogan per il primo decreto gialloverde, "la Waterloo del precariato". A un anno giusto di distanza da quella legge, il freno ai contratti a termine c'è stato. Non come sperato, però. Gli occupati a tempo sono sempre 3 milioni, limati solo di uno 0,65 per cento. Più che Waterloo, un armistizio. D'altro canto il lavoro stabile non si crea per legge. Se la crescita e gli investimenti stentano, col Pil che avanza al ritmo dello zero virgola, difficile vedere grossi numeri. Così pure la povertà. "L'abbiamo abolita" urlava Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi il 28 settembre del 2018. La "manovra del popolo" fatta in debito sarebbe stata poi ridimensionata da Bruxelles, il deficit sgonfiato dal 2,4 per cento al 2,04 per cento.
Tagli e vane attese
Eccoli, i poveri, sono ancora tutti lì, certifica l'Istat: 1,8 milioni di famiglie e quindi 5 milioni di persone che non riescono a far fronte ai bisogni più elementari, come mangiare, curarsi, riscaldarsi. Certo, le statistiche ancora non registrano l'impatto del reddito di cittadinanza. Due elementi fanno però intuire che non sarà una panacea. Primo, le richieste sotto le attese: entro l'anno il sussidio arriverà sì e no a un milione di famiglie, importo medio di 500 euro al mese, ma molti lamentano cifre esigue. Secondo, i più poveri dei poveri tenuti fuori da regole stringenti - stranieri e senza dimora - o aiutati marginalmente come le famiglie numerose. Senza parlare dello sconcerto di invalidi e pensionati al minimo che si aspettavano assegni alzati a 780 euro, altra promessa disattesa. Diciamo che qualcuno prenderà il reddito o la pensione di cittadinanza (circa 200 euro in media). Parliamo di 100 mila persone su 4 milioni. Si capisce la delusione. Nonni scontenti, figli e nipoti pure.
Per far quadrare i conti e finanziare la nuova finestra di uscita pensionistica di quota 100 - con almeno 62 anni di età e 38 di contributi - il ministro Di Maio ha tagliato le pensioni di tutti, seppur per importi medio-bassi, non rivalutando in modo pieno gli assegni all'inflazione, come doveva essere. I sindacati dei pensionati sono scesi in piazza per questo il 1° giugno. Di Maio non ha gradito. Nello stesso tempo la macchina del reddito di cittadinanza è inceppata. I navigator - 2.980 tutor dei disoccupati, anche loro precari con contratto di collaborazione fino al 30 aprile 2021 - non sono ancora operativi nei centri per l'impiego. E dunque chi riceve il sussidio e può lavorare, ancora non è stato convocato per le tre offerte di lavoro. La stessa quota 100 ha avuto meno appeal del previsto. Le pensioni di questo tipo saranno 200 mila entro l'anno contro le 290 mila attese, un terzo in meno. I risparmi di spesa per lo Stato - tra reddito e quota 100 - alla fine potrebbero arrivare a 3 miliardi. Se non è un flop, poco ci manca. E nulla sarà recuperato né per i poveri né per le famiglie, come pure era stato promesso da Di Maio. Ma prenderà la via del risanamento dei conti. E se l'Italia non ha neanche l'ombra di un piano industriale, i dietrofront del ministro dello Sviluppo si moltiplicano, anche a scapito dei cavalli di battaglia del Movimento Cinque Stelle. L'Ilva di Taranto non è diventata un parco giochi, anche se i nuovi proprietari anglo-indiani di Arcelor Mittal minacciano di abbandonare. L'acciaieria anzi continua a uccidere (il gruista Cosimo Massaro, l'ultima vittima) e inquinare, con la diossina a livelli di guardia. Il gasdotto salentino Tap si farà. E così pare anche la Tav. "Un'opera in cui nessuno crede più" ripeteva Di Maio un anno fa. "Fermarla costa il triplo delle energie" dice oggi. Pragmatismo invocato dal "partito del Pil", forte nel Nord a trazione leghista.
I conti non tornano
E se Alitalia è salva, le altre crisi aziendali lievitano: 158 tavoli aperti al ministero o addirittura 180, come si è lasciato sfuggire il ministro in quel Porta a porta di un mese fa. Significa oltre 300 mila lavoratori coinvolti, in bilico tra stipendio e cassa integrazione. Il conto è ballerino anche perché non c'è chi lo tiene. Di Maio non si fida di nessuno nei ministeri che guida. Teme complotti e manine. Non meraviglia che uno dei primi a saltare sia stato proprio Giampietro Castano, per undici anni a capo dell'unità di crisi del ministero. Il flop elettorale del M5s alle europee certo ha smussato molte asprezze. Di Maio accusava Confindustria di fare "terrorismo psicologico" quando criticava il Decreto Dignità. Ora dice che "le sue preoccupazioni sono le nostre". Captatio benevolentiae ricambiata dal presidente degli industriali Vincenzo Boccia: "Di Maio, uno di noi". Un modo per dire grazie, dopo i decreti Crescita e Sblocca cantieri, sfornati con grande fatica. Sebbene, come incalzano i sindacati, troppo blandi. Sindacati che minacciano lo sciopero generale in autunno, in rotta proprio con Di Maio. Che a sua volta li accusa di averlo tradito partecipando al "tavolo dei 43" convocato dall'altro vicepremier, Matteo Salvini, al Viminale per parlare di tasse, lavoro, cantieri.
Il ministro-gambero proverà a ricucire anche qui. Ma con un passo avanti e uno indietro, intanto l'Italia rischia la paralisi.
Sul Venerdì del 26 luglio 2019
Forse che sÌ, forse che no...
In tredici mesi di governo, Di Maio ha detto e contraddetto, promesso e ritrattato, annunciato e smentito, accusato e ricucito. Doveva tagliare le pensioni d'oro ricalcolandole in base ai contributi versati, in modo permanente e retroattivo: disegno di legge presentato e poi inabissatosi perché incostituzionale, solo un prelievo di solidarietà a tempo. Aveva promesso di restituire dignità ai rider - "simbolo di una generazione abbandonata e senza tutele" - ricevuti al ministero il 4 giugno del 2018, tre giorni dopo il giuramento al Quirinale come ministro. Il suo consigliere economico, oggi presidente dell'Inps Pasquale Tridico, aveva addirittura preparato una bozza di decreto legge per forzare la mano alle multinazionali e trasformare quei lavoratori a cottimo in dipendenti a tempo indeterminato. Non è successo nulla. Dignità è diventata però l'etichetta-slogan per il primo decreto gialloverde, "la Waterloo del precariato". A un anno giusto di distanza da quella legge, il freno ai contratti a termine c'è stato. Non come sperato, però. Gli occupati a tempo sono sempre 3 milioni, limati solo di uno 0,65 per cento. Più che Waterloo, un armistizio. D'altro canto il lavoro stabile non si crea per legge. Se la crescita e gli investimenti stentano, col Pil che avanza al ritmo dello zero virgola, difficile vedere grossi numeri. Così pure la povertà. "L'abbiamo abolita" urlava Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi il 28 settembre del 2018. La "manovra del popolo" fatta in debito sarebbe stata poi ridimensionata da Bruxelles, il deficit sgonfiato dal 2,4 per cento al 2,04 per cento.
Tagli e vane attese
Eccoli, i poveri, sono ancora tutti lì, certifica l'Istat: 1,8 milioni di famiglie e quindi 5 milioni di persone che non riescono a far fronte ai bisogni più elementari, come mangiare, curarsi, riscaldarsi. Certo, le statistiche ancora non registrano l'impatto del reddito di cittadinanza. Due elementi fanno però intuire che non sarà una panacea. Primo, le richieste sotto le attese: entro l'anno il sussidio arriverà sì e no a un milione di famiglie, importo medio di 500 euro al mese, ma molti lamentano cifre esigue. Secondo, i più poveri dei poveri tenuti fuori da regole stringenti - stranieri e senza dimora - o aiutati marginalmente come le famiglie numerose. Senza parlare dello sconcerto di invalidi e pensionati al minimo che si aspettavano assegni alzati a 780 euro, altra promessa disattesa. Diciamo che qualcuno prenderà il reddito o la pensione di cittadinanza (circa 200 euro in media). Parliamo di 100 mila persone su 4 milioni. Si capisce la delusione. Nonni scontenti, figli e nipoti pure.
Per far quadrare i conti e finanziare la nuova finestra di uscita pensionistica di quota 100 - con almeno 62 anni di età e 38 di contributi - il ministro Di Maio ha tagliato le pensioni di tutti, seppur per importi medio-bassi, non rivalutando in modo pieno gli assegni all'inflazione, come doveva essere. I sindacati dei pensionati sono scesi in piazza per questo il 1° giugno. Di Maio non ha gradito. Nello stesso tempo la macchina del reddito di cittadinanza è inceppata. I navigator - 2.980 tutor dei disoccupati, anche loro precari con contratto di collaborazione fino al 30 aprile 2021 - non sono ancora operativi nei centri per l'impiego. E dunque chi riceve il sussidio e può lavorare, ancora non è stato convocato per le tre offerte di lavoro. La stessa quota 100 ha avuto meno appeal del previsto. Le pensioni di questo tipo saranno 200 mila entro l'anno contro le 290 mila attese, un terzo in meno. I risparmi di spesa per lo Stato - tra reddito e quota 100 - alla fine potrebbero arrivare a 3 miliardi. Se non è un flop, poco ci manca. E nulla sarà recuperato né per i poveri né per le famiglie, come pure era stato promesso da Di Maio. Ma prenderà la via del risanamento dei conti. E se l'Italia non ha neanche l'ombra di un piano industriale, i dietrofront del ministro dello Sviluppo si moltiplicano, anche a scapito dei cavalli di battaglia del Movimento Cinque Stelle. L'Ilva di Taranto non è diventata un parco giochi, anche se i nuovi proprietari anglo-indiani di Arcelor Mittal minacciano di abbandonare. L'acciaieria anzi continua a uccidere (il gruista Cosimo Massaro, l'ultima vittima) e inquinare, con la diossina a livelli di guardia. Il gasdotto salentino Tap si farà. E così pare anche la Tav. "Un'opera in cui nessuno crede più" ripeteva Di Maio un anno fa. "Fermarla costa il triplo delle energie" dice oggi. Pragmatismo invocato dal "partito del Pil", forte nel Nord a trazione leghista.
I conti non tornano
E se Alitalia è salva, le altre crisi aziendali lievitano: 158 tavoli aperti al ministero o addirittura 180, come si è lasciato sfuggire il ministro in quel Porta a porta di un mese fa. Significa oltre 300 mila lavoratori coinvolti, in bilico tra stipendio e cassa integrazione. Il conto è ballerino anche perché non c'è chi lo tiene. Di Maio non si fida di nessuno nei ministeri che guida. Teme complotti e manine. Non meraviglia che uno dei primi a saltare sia stato proprio Giampietro Castano, per undici anni a capo dell'unità di crisi del ministero. Il flop elettorale del M5s alle europee certo ha smussato molte asprezze. Di Maio accusava Confindustria di fare "terrorismo psicologico" quando criticava il Decreto Dignità. Ora dice che "le sue preoccupazioni sono le nostre". Captatio benevolentiae ricambiata dal presidente degli industriali Vincenzo Boccia: "Di Maio, uno di noi". Un modo per dire grazie, dopo i decreti Crescita e Sblocca cantieri, sfornati con grande fatica. Sebbene, come incalzano i sindacati, troppo blandi. Sindacati che minacciano lo sciopero generale in autunno, in rotta proprio con Di Maio. Che a sua volta li accusa di averlo tradito partecipando al "tavolo dei 43" convocato dall'altro vicepremier, Matteo Salvini, al Viminale per parlare di tasse, lavoro, cantieri.
Il ministro-gambero proverà a ricucire anche qui. Ma con un passo avanti e uno indietro, intanto l'Italia rischia la paralisi.
Sul Venerdì del 26 luglio 2019