✕
Jean-Claude Juncker (Getty Images) 

Juncker ti voglio bene

Tra LuxLeaks e austerity, per molti è stato il peggior volto della Ue. Ma ora che si appresta a lasciare la presidenza della Commissione, s'insinua un dubbio: e se invece ci toccasse rimpiangerlo?
4 minuti di lettura
BRUXELLES. "Mi raccomando, questa sigaretta resta off the record". Quando ti riceve nel suo ufficio al 13° piano del Berlaymont, Jean-Claude Juncker sfodera un sorriso consumato, ti abbraccia e ti stampa un bacio umidiccio sulla guancia. Il presidente della Commissione europea (formalmente ancora fino al 31 ottobre, quando lascerà il posto a Ursula von der Leyen) ti tratta come un vecchio amico. Poi si siede e, mentre parla, da un cassetto estrae un portacenere di vetro. Quindi compare l'accendino. E il pacchetto di bionde. "Che fumo al lavoro resta un segreto, non ne scriva". Se poi sei italiano, a dimostrazione dell'amore per un Paese con il quale i rapporti sono sempre tesi, immancabili arrivano i racconti dell'infanzia, le partite a calcio nella periferia lussemburghese con i figli degli immigrati, la cotta per una ragazzina italiana cresciuta nel Granducato.

All'occorrenza sentimentale, decisamente corsaro, Juncker è dotato d…
BRUXELLES. "Mi raccomando, questa sigaretta resta off the record". Quando ti riceve nel suo ufficio al 13° piano del Berlaymont, Jean-Claude Juncker sfodera un sorriso consumato, ti abbraccia e ti stampa un bacio umidiccio sulla guancia. Il presidente della Commissione europea (formalmente ancora fino al 31 ottobre, quando lascerà il posto a Ursula von der Leyen) ti tratta come un vecchio amico. Poi si siede e, mentre parla, da un cassetto estrae un portacenere di vetro. Quindi compare l'accendino. E il pacchetto di bionde. "Che fumo al lavoro resta un segreto, non ne scriva". Se poi sei italiano, a dimostrazione dell'amore per un Paese con il quale i rapporti sono sempre tesi, immancabili arrivano i racconti dell'infanzia, le partite a calcio nella periferia lussemburghese con i figli degli immigrati, la cotta per una ragazzina italiana cresciuta nel Granducato.

All'occorrenza sentimentale, decisamente corsaro, Juncker è dotato di un elaborato senso dell'umorismo: quante conferenze stampa negli anni si sono chiuse tra le risate generali. Poliglotta, galante ammaliatore franco-tedesco capace di alternare empatia e gelo, senz'altro cinico, possiede una scaltrezza politica di prim'ordine. Tanto che, quando era ancora primo ministro lussemburghese, lo è stato per 18 anni, era il più stimato dagli altri leader: Blair, Chirac, Schröder, Sarkozy o Merkel lo consideravano l'uomo dell'idea giusta per sbloccare le maratone negoziali. Cristiano-democratico, ha una spiccata propensione al sociale assorbita proprio sui campetti da calcio con i ragazzi immigrati nel Paese delle banche. E dei conti offshore.

Il lato oscuro
Ecco le ombre, i misteri che più volte hanno offuscato l'immagine di Juncker. L'inafferrabile lato oscuro del Granducato, soprattutto LuxLeaks, il grande scandalo sul meccanismo di elusione fiscale messo in piedi nel Lussemburgo proprio negli anni in cui Juncker ne era padrone nella doppia veste di premier e ministro delle Finanze. Lui ha sempre sostenuto di non saperne nulla, ma lo scandalo è esploso proprio quando Juncker, nel novembre del 2014, si stava insediando alla guida dell'esecutivo comunitario. Azzoppandolo subito.

"Tra i miei errori più gravi" confessava pochi mesi fa, "quello di averci messo troppo tempo a reagire". In realtà il vero problema di Juncker è di essere arrivato a Bruxelles troppo tardi. Di lui si parlava già nel 2009, ma poi i leader concessero un secondo mandato a Barroso, il portoghese sempre ansioso di compiacere i potenti d'Europa. Juncker presidente della Commissione ci è diventato 5 anni dopo, candidato del partito vincitore delle europee. Nel suo caso, il centrodestra del Ppe, quello ai tempi dominato da Merkel, Berlusconi e Rajoy.

A difesa dell'Europa
Affermò subito che la sua sarebbe stata una "Commissione politica". Non un mero segretariato dei governi. Un bell'inizio agli occhi dei federalisti e degli integrazionisti. In quei mesi di fine 2014 la crisi mordeva, faceva sbocciare quei populismi e sovranismi che oggi imperversano. E l'europeista Juncker, a soli 59 anni, era già stanco. Minato nel fisico da uno stile di vita votato agli eccessi, parte del suo fascino d'uomo di un'epoca andata, e da una serie di malattie tra cui la celebre sciatica con la quale i suoi, a torto o a ragione, ne hanno più volte giustificato l'andatura barcollante. Pur sempre lucido, Juncker ha però finito per dipendere sempre più dal suo staff guidato dal potente Martin Selmayr, scivolando in un abbraccio dagli incerti rapporti di forza.

Dopo LuxLeaks, il primo grande schianto l'estate successiva, in quel luglio 2015 segnato dal referendum con cui Tsipras e Varoufakis provano a tirare fuori la Grecia dalle sabbie mobili dell'austerità ricattando i partner europei. Alla vigilia del voto, in sala stampa, Juncker mette in guardia i greci a non giocare d'azzardo, a votare contro la Grexit. Una sorta di operazione-verità su come stavano le cose, sui rischi della forzatura. Ma i greci non lo ascoltano, e le cose finiranno male, anzi malissimo. Solo l'impegno dello stesso Juncker, insieme a Hollande e Renzi, evita che la tragedia greca si trasformi nell'eutanasia di un Paese, come avrebbero voluto gli ultraconservatori nordici guidati da Wolfgang Schäuble. Ma quel suo intervento in sala stampa non gli viene perdonato da diverse cancellerie, l'ingerenza negli affari interni di un Paese non va giù ai grandi leader. Che iniziano a minare l'autorità del lussemburghese.

Passa un anno, ed ecco il déjà vu: questa volta tocca ai britannici votare sulla permanenza in Europa. Juncker negozia con David Cameron un accordo per invogliare gli inglesi al remain. Non basta. Passa la Brexit. "L'altro mio grande errore, aver dato ascolto a Cameron che mi ha chiesto di non interferire nella campagna referendaria". Avrebbe voluto smontare le bugie sull'addio, ma memore della lezione greca ha taciuto. La colpa del fiasco è del Chamberlain del Ventunesimo secolo, ma la macchia resta appiccicata addosso anche a Juncker.

Nel 2017 prova a rilanciarsi con il Libro bianco, la sua proposta di riforma dell'Unione. Un parto faticoso, che le capitali cercano di ostacolare portandolo all'esasperazione. Per qualche giorno pensa anche di lasciare. Ne esce un piano ridimensionato, ma pur sempre innovativo. I capi di Stato e di governo nemmeno ne discutono. Finisce in un cassetto. Spingendo Juncker a dichiarare, proprio in quei giorni, che non avrebbe corso per un secondo mandato.

È gagliardo nella reazione a Trump, gli riserva battute al veleno, sfrutta il protezionismo dell'America First per far crescere i rapporti commerciali europei con il resto del mondo. È inflessibile con Theresa May, nei negoziati sulla Brexit difende l'interesse europeo. Ma ormai il suo mandato scorre per inerzia, senza guizzi. Da politico navigato, continua a gestire le frizioni tra i soci dell'Unione, rintuzza insieme a Frans Timmermans le derive illiberali di Polonia e Ungheria. Eppure il giudizio del suo quinquennio a Bruxelles non può essere positivo. Nel Sud Europa viene considerato il volto feroce dell'austerity, un eurocrate egoista che se ne è infischiato del dramma dei migranti. Nei Paesi settentrionali, al contrario, è vissuto come l'amicone degli spendaccioni levantini, colui che voleva praticare una sostituzione etnica dei bianchi e cristiani con i musulmani sbarcati in Italia (copyright di Viktor Orbán).

Nulla di tutto questo. Juncker è stato un buon politico di centrodestra, che come primo atto della sua presidenza ha lanciato un massiccio piano di investimenti - del quale molto ha beneficiato il nostro Paese -   e la flessibilità che ha permesso all'Italia di sforare il Patto di stabilità per almeno 30 miliardi (che i governi non sono stati in grado di sfruttare per rilanciare l'economia). Per aiutare Roma e Atene ha sfornato la redistribuzione dei migranti e la riforma di Dublino, ma i governi lo hanno bloccato. Come su tanti altri dossier.  

Juncker non è il mostro che si dipinge, semplicemente non ha avuto la forza di cambiare l'Europa, di imporsi ai leader. Per ragioni storiche, o per debolezza, si è dovuto accontentare di navigare a vista. "La mia è la Commissione dell'ultima chance" andava dicendo nel giorno dell'insediamento. Nella speranza di non scoprirlo profeta, chi oggi brinda al suo addio farebbe meglio a stare attento: perché un giorno, in un futuro neppure troppo lontano, potrebbe comunque persino capitargli di finire per rimpiangere il consumato Jean-Claude.

Sul Venerdì del 26 luglio 2019