Sono un ladro di dati. In nome della legge
Valerio Varesi , di VALERIO VARESI“Scassinare” cellulari e pc, svelare audio e video nascosti. È il lavoro dell’hacker etico, che scopre i segreti utili alle indagini. Ne abbiamo incontrato uno, che vive sulle nuvole...
Dimenticate i tamponi d’inchiostro, i polpastrelli imbrattati di blu di Prussia, la lente d’ingrandimento di Sherlock Holmes o la polverina magica del tenente Colombo, oggi le impronte vere sono “digitali” per davvero. Si lasciano nei labirinti elettronici dei telefonini, dei computer, dei tablet e di qualsiasi apparecchiatura elettronica messa a punto negli Stati Uniti o in Oriente. Impronte ben più ricche di informazioni del personale “timbro” di cui ci ha dotato madre natura. Al punto da rendere necessario ampliare la famiglia della polizia scientifica arruolando quelli che sono stati chiamati gli “hacker etici”, veri specialisti dello scasso dei forzieri elettronici dove sono celati segreti utili alle indagini.
Sergio Civino, 58 anni, ingegnere leccese, è la versione buona di Arsenio Lupin, un virtuoso del grimaldello digitale. Alle sue spalle ha ottocento incarichi dalle Procure di tutt’Italia ed è ormai …
Sergio Civino, 58 anni, ingegnere leccese, è la versione buona di Arsenio Lupin, un virtuoso del grimaldello digitale. Alle sue spalle ha ottocento incarichi dalle Procure di tutt’Italia ed è ormai …
Dimenticate i tamponi d’inchiostro, i polpastrelli imbrattati di blu di Prussia, la lente d’ingrandimento di Sherlock Holmes o la polverina magica del tenente Colombo, oggi le impronte vere sono “digitali” per davvero. Si lasciano nei labirinti elettronici dei telefonini, dei computer, dei tablet e di qualsiasi apparecchiatura elettronica messa a punto negli Stati Uniti o in Oriente. Impronte ben più ricche di informazioni del personale “timbro” di cui ci ha dotato madre natura. Al punto da rendere necessario ampliare la famiglia della polizia scientifica arruolando quelli che sono stati chiamati gli “hacker etici”, veri specialisti dello scasso dei forzieri elettronici dove sono celati segreti utili alle indagini.
Sergio Civino, 58 anni, ingegnere leccese, è la versione buona di Arsenio Lupin, un virtuoso del grimaldello digitale. Alle sue spalle ha ottocento incarichi dalle Procure di tutt’Italia ed è ormai un prezioso collaboratore dei pm da Milano a Palermo. È stato consulente nelle inchieste su Mafia Capitale, sui casi Consip, Cucchi e Manduria, per citare solo gli ultimi. Si ritrova perfettamente nella definizione di “hacker etico”. «In effetti il mio mestiere è forzare i dispositivi, violare gli archivi, decifrare hard disk, aggirare password, numeri segreti e codici cifrati. Insomma, un vero attentato autorizzato per ragioni di giustizia alla privacy, ma a fin di bene, per smascherare delinquenti sempre più attrezzati di tecnologia».
La memoria dei byte
Per sua fortuna, le impronte digitali elettroniche sono molto più durature e tenaci di quelle lasciate dai polpastrelli. Il mondo dei byte è refrattario all’oblio. «Di quel che facciamo con gli strumenti elettronici resta sempre una traccia» spiega Civino. «Ogni volta che cancelliamo un file, non lo distruggiamo definitivamente, perché la maggior parte dei sistemi operativi in realtà non cancellano, bensì scartano. Un’operazione simile a quella che facciamo quando strappiamo un foglio dal quaderno e lo buttiamo nel cestino. L’unico modo per cancellare davvero è sovrascrivere» continua, «ma anche così spesso viene coperta solo una parte del file, e da ciò che rimane fuori si può dedurre il resto».
A Civino questa specialità è, in un certo senso, esplosa in mano e oggi può essere definito un super esperto. Nell’88 il primo incarico e da lì un crescendo. I magistrati lo chiamano in fase di sequestro per estrarre le “copie forensi” dai computer fissi, vale a dire la riproduzione della memoria contenuta nell’hard disk poi utilizzata nei dibattimenti; oppure gli consegnano un cellulare o un tablet da cui si aspettano di ricavare informazioni.
Guardie e chip
«Per certi versi» spiega Civino, «la mia attività assomiglia a un gioco tra guardie e ladri, dove io ho il ruolo della guardia e dall’altra parte non c’è solo un presunto criminale ma, in senso figurato, compaiono anche i costruttori di apparecchiature elettroniche che cercano di realizzare dispositivi sempre più inviolabili. Ricordiamoci dell’iPhone 5 sequestrato al terrorista di San Bernardino Syed Farook oggetto di un conflitto tra Fbi e la Apple. Gli iPhone, infatti, sono stati inviolabili fino al febbraio 2018. L’azienda ne aveva fatto un punto di orgoglio e un motivo di marketing».
Ma come lavora un “haker etico”? «Le richieste sono molteplici: dal ritrovamento di un documento, alla localizzazione, alla foto, fino alle conversazioni in chat» elenca Civino. Il caso più frequente è quello dei telefonini e dei computer protetti da password o codici cifrati. Qui un aiuto arriva dal cielo, vale a dire dalla nuvoletta, il cloud, in cui finiscono come in un grande deposito i dati. Se si è in possesso del numero o dell’account di posta elettronica, si simula l’installazione dei dati su un nuovo cellulare collegandosi con la nuvoletta e scaricando il contenuto dell’archivio. Nei casi più difficili si rompe il telefono e si estrae il chip di memoria dalla scheda madre che viene poi decrittato».
Lo smartphone siamo noi
«Purtroppo per i delinquenti» riprende Civino, «il cellulare è ormai una copia di noi stessi. È una protesi della memoria, un registratore delle nostre attività, quasi un calco, tanto che tutti coloro che lo posseggono, ma vale anche per gli altri dispositivi, finiscono per essere profilati divenendo fornitori di informazioni gratis ai giganti che governano i social, i quali rivendono i dati a caro prezzo. Questo è il lato negativo della tecnologia. Quello positivo è che essa può essere usata per provare un’accusa a carico di chi delinque».
Le richieste dei magistrati in questo senso coprono un vasto ventaglio. Di un video, per esempio, può interessare non solo che venga estratto da una memoria, ma anche stabilire quando è stato girato e dove. Idem per una foto. Di un telefonino può essere richiesta la cella a cui s’è agganciato per verificare se qualcuno fosse realmente in quel posto il tal giorno alla tal ora. Dentro al più minuscolo apparecchio, anche gli orologi elettronici di ultima generazione, c’è il canovaccio della nostra quotidianità. È da lì che Civino attinge, tanto più oggi che si fotografa e filma senza un utile immediato, magari solo per condividere un’azione turpe, come è successo a Manduria, quando un disabile di 66 anni è morto dopo essere stato preso di mira da una baby gang.
«Occorre studiare di continuo perché la tecnologia va velocissima e i delinquenti di alto livello, che per fortuna sono una minoranza, si attrezzano» spiega Civino. Come? «Per esempio dotandosi di apparecchi sofisticati, come i telefoni cifrati che non si possono intercettare perché viaggiano su internet. Sembrerà strano ma le conversazioni via WhatsApp non si possono intercettare. C’è un vuoto legislativo. Tutti gli operatori sono tenuti a rendere intercettabili le conversazioni, ma non esiste l’obbligo per il frequentatissimo WhatsApp. Per farlo occorre inoculare nel telefono un virus trojan che consente la cosiddetta “intercettazione ambientale”. In pratica è come ci fosse un microfono incorporato».
Sul Venerdì del 2 agosto 2019
Sergio Civino, 58 anni, ingegnere leccese, è la versione buona di Arsenio Lupin, un virtuoso del grimaldello digitale. Alle sue spalle ha ottocento incarichi dalle Procure di tutt’Italia ed è ormai un prezioso collaboratore dei pm da Milano a Palermo. È stato consulente nelle inchieste su Mafia Capitale, sui casi Consip, Cucchi e Manduria, per citare solo gli ultimi. Si ritrova perfettamente nella definizione di “hacker etico”. «In effetti il mio mestiere è forzare i dispositivi, violare gli archivi, decifrare hard disk, aggirare password, numeri segreti e codici cifrati. Insomma, un vero attentato autorizzato per ragioni di giustizia alla privacy, ma a fin di bene, per smascherare delinquenti sempre più attrezzati di tecnologia».
La memoria dei byte
Per sua fortuna, le impronte digitali elettroniche sono molto più durature e tenaci di quelle lasciate dai polpastrelli. Il mondo dei byte è refrattario all’oblio. «Di quel che facciamo con gli strumenti elettronici resta sempre una traccia» spiega Civino. «Ogni volta che cancelliamo un file, non lo distruggiamo definitivamente, perché la maggior parte dei sistemi operativi in realtà non cancellano, bensì scartano. Un’operazione simile a quella che facciamo quando strappiamo un foglio dal quaderno e lo buttiamo nel cestino. L’unico modo per cancellare davvero è sovrascrivere» continua, «ma anche così spesso viene coperta solo una parte del file, e da ciò che rimane fuori si può dedurre il resto».
A Civino questa specialità è, in un certo senso, esplosa in mano e oggi può essere definito un super esperto. Nell’88 il primo incarico e da lì un crescendo. I magistrati lo chiamano in fase di sequestro per estrarre le “copie forensi” dai computer fissi, vale a dire la riproduzione della memoria contenuta nell’hard disk poi utilizzata nei dibattimenti; oppure gli consegnano un cellulare o un tablet da cui si aspettano di ricavare informazioni.
Guardie e chip
«Per certi versi» spiega Civino, «la mia attività assomiglia a un gioco tra guardie e ladri, dove io ho il ruolo della guardia e dall’altra parte non c’è solo un presunto criminale ma, in senso figurato, compaiono anche i costruttori di apparecchiature elettroniche che cercano di realizzare dispositivi sempre più inviolabili. Ricordiamoci dell’iPhone 5 sequestrato al terrorista di San Bernardino Syed Farook oggetto di un conflitto tra Fbi e la Apple. Gli iPhone, infatti, sono stati inviolabili fino al febbraio 2018. L’azienda ne aveva fatto un punto di orgoglio e un motivo di marketing».
Ma come lavora un “haker etico”? «Le richieste sono molteplici: dal ritrovamento di un documento, alla localizzazione, alla foto, fino alle conversazioni in chat» elenca Civino. Il caso più frequente è quello dei telefonini e dei computer protetti da password o codici cifrati. Qui un aiuto arriva dal cielo, vale a dire dalla nuvoletta, il cloud, in cui finiscono come in un grande deposito i dati. Se si è in possesso del numero o dell’account di posta elettronica, si simula l’installazione dei dati su un nuovo cellulare collegandosi con la nuvoletta e scaricando il contenuto dell’archivio. Nei casi più difficili si rompe il telefono e si estrae il chip di memoria dalla scheda madre che viene poi decrittato».
Lo smartphone siamo noi
«Purtroppo per i delinquenti» riprende Civino, «il cellulare è ormai una copia di noi stessi. È una protesi della memoria, un registratore delle nostre attività, quasi un calco, tanto che tutti coloro che lo posseggono, ma vale anche per gli altri dispositivi, finiscono per essere profilati divenendo fornitori di informazioni gratis ai giganti che governano i social, i quali rivendono i dati a caro prezzo. Questo è il lato negativo della tecnologia. Quello positivo è che essa può essere usata per provare un’accusa a carico di chi delinque».
Le richieste dei magistrati in questo senso coprono un vasto ventaglio. Di un video, per esempio, può interessare non solo che venga estratto da una memoria, ma anche stabilire quando è stato girato e dove. Idem per una foto. Di un telefonino può essere richiesta la cella a cui s’è agganciato per verificare se qualcuno fosse realmente in quel posto il tal giorno alla tal ora. Dentro al più minuscolo apparecchio, anche gli orologi elettronici di ultima generazione, c’è il canovaccio della nostra quotidianità. È da lì che Civino attinge, tanto più oggi che si fotografa e filma senza un utile immediato, magari solo per condividere un’azione turpe, come è successo a Manduria, quando un disabile di 66 anni è morto dopo essere stato preso di mira da una baby gang.
«Occorre studiare di continuo perché la tecnologia va velocissima e i delinquenti di alto livello, che per fortuna sono una minoranza, si attrezzano» spiega Civino. Come? «Per esempio dotandosi di apparecchi sofisticati, come i telefoni cifrati che non si possono intercettare perché viaggiano su internet. Sembrerà strano ma le conversazioni via WhatsApp non si possono intercettare. C’è un vuoto legislativo. Tutti gli operatori sono tenuti a rendere intercettabili le conversazioni, ma non esiste l’obbligo per il frequentatissimo WhatsApp. Per farlo occorre inoculare nel telefono un virus trojan che consente la cosiddetta “intercettazione ambientale”. In pratica è come ci fosse un microfono incorporato».
Sul Venerdì del 2 agosto 2019