Il mio Leone è il Re del nuovo cinema digitale
Lorenzo Ormando , di LORENZO ORMANDONon cercate la realtà nel remake del film del 1994. Il regista Jon Favreau: «Sia gli animali che la natura sono ricreati al computer. Tranne un’immagine. Ora che lo sapete vi sfido a scoprirla»
LONDRA. Lo scorso 15 giugno Robert Downey Jr. ha consegnato nelle mani del collega e amico Jon Favreau il Gene Siskel Film Center Renaissance Award, che celebra chi ha rivoluzionato l’arte del cinema. I due hanno un rapporto, per usare parole loro, quasi simbiotico: fu Favreau, regista dei primi due capitoli di Iron Man, a convincere i Marvel Studios a ingaggiare l’attore, che era stato a lungo dipendente da droghe e alcol, per il ruolo di Tony Stark. Il successo dell’operazione colse tutti di sorpresa e, nel 2008, Iron Man diede ufficialmente il via all’Universo Cinematografico Marvel.
Questo è anche uno dei motivi per cui, tra poche settimane, il 52enne Favreau riceverà il premio Disney Legends nel corso del D23 Expo per il suo contributo al cinema Disney (che 10 anni fa acquisì Marvel). Ma nel suo curriculum non ci sono solo supereroi: dopo aver diretto e prodotto la versione live action del Libro della Giungla, in cui gli animali erano…
Questo è anche uno dei motivi per cui, tra poche settimane, il 52enne Favreau riceverà il premio Disney Legends nel corso del D23 Expo per il suo contributo al cinema Disney (che 10 anni fa acquisì Marvel). Ma nel suo curriculum non ci sono solo supereroi: dopo aver diretto e prodotto la versione live action del Libro della Giungla, in cui gli animali erano…
LONDRA. Lo scorso 15 giugno Robert Downey Jr. ha consegnato nelle mani del collega e amico Jon Favreau il Gene Siskel Film Center Renaissance Award, che celebra chi ha rivoluzionato l’arte del cinema. I due hanno un rapporto, per usare parole loro, quasi simbiotico: fu Favreau, regista dei primi due capitoli di Iron Man, a convincere i Marvel Studios a ingaggiare l’attore, che era stato a lungo dipendente da droghe e alcol, per il ruolo di Tony Stark. Il successo dell’operazione colse tutti di sorpresa e, nel 2008, Iron Man diede ufficialmente il via all’Universo Cinematografico Marvel.
Questo è anche uno dei motivi per cui, tra poche settimane, il 52enne Favreau riceverà il premio Disney Legends nel corso del D23 Expo per il suo contributo al cinema Disney (che 10 anni fa acquisì Marvel). Ma nel suo curriculum non ci sono solo supereroi: dopo aver diretto e prodotto la versione live action del Libro della Giungla, in cui gli animali erano realizzati in computer grafica grazie alla performance capture, oggi ci riprova con il remake di un altro classico. Il 21 agosto sbarca in sala Il Re Leone: una versione fedele al cult del 1994, rispetto al quale è più lungo di mezz’ora, a metà tra musical e dramma shakespeariano (lo scontro tra il leone Simba e lo zio Scar, che ha usurpato il trono dopo aver ucciso suo fratello Mufasa, si ispira ad Amleto). Mentre le voci italiane di Simba e Nala sono quelle dei cantanti Marco Mengoni ed Elisa, la versione originale conta su Donald Glover (cioè il rapper Childish Gambino) e Beyoncé, che per l’occasione ha inciso la ballad Spirit e registrato l’album The Gift, ispirato al film. «Proprio come in cucina, anche nel cinema dipende tutto dalla scelta degli ingredienti. Ho potuto contare su un team incredibile, compreso il premio Oscar Hans Zimmer, compositore della colonna sonora originale» spiega Favreau.
Le è tornato utile per questo nuovo film aver già girato Il libro della Giungla?
«Non ho frequentato una scuola di cinema, né studiato effetti visivi. Ho imparato ciò che conosco prima come attore e poi come sceneggiatore, mentre la mia formazione da regista è iniziata sui set degli altri, osservando come lavorava chi mi dirigeva. Dopo Il libro della Giungla ero in cerca di un progetto che mi consentisse di continuare a collaborare con la stessa squadra. Realizzando la tigre Shere Khan ci eravamo resi conto che era semplice ricreare i gatti, che sono simili agli esseri umani in quanto a forma del viso e proporzioni. Il Re Leone mi è sembrato un titolo ideale, anche per via di una storia che mi tocca come uomo e artista».
Da che punto di vista?
«È una favola che parla di cosa significa crescere e trovare il proprio posto nel mondo, oltre che delle lezioni che apprendiamo da chi ci ha preceduto. Da quando sono padre mi rendo conto ancora di più di quanto sia importante utilizzare la narrazione per trasmettere ai più giovani alcune lezioni che non vorremmo imparassero da soli, quando si scontreranno con le avversità della vita».
Il Re Leone tocca anche un altro tema attuale: la necessità di prendersi cura del mondo che ci è stato lasciato in eredità.
«Abbiamo una responsabilità nei confronti delle prossime generazioni, proprio come ce l’avevano i nostri antenati nei nostri riguardi. Se non iniziamo a fare delle scelte precise e non ci curiamo della Terra, è poco realistico immaginare che ogni cosa resti immutata. Questo concetto è espresso anche nel Cerchio della Vita, una delle canzoni più amate del film: esploriamo il futuro conservando e tenendo in considerazione le tradizioni del passato».
L’estetica scelta ricorda quella di un documentario naturalista: sapeva da subito che tipo di look dare al film?
«Volevamo che facesse pensare proprio ai documentari di Planet Earth e a quelli di Blue Planet, che mi commuovono profondamente. Il fatto che il pubblico sia convinto che abbiamo inserito animali digitali all’interno di riprese reali, effettuate in Africa, ci rende orgogliosi. Definire Il Re Leone un live action sarebbe un errore, perché niente di ciò che appare sullo schermo è reale: tutti gli animali sono fotorealistici e si muovono in una savana completamente digitale. Ho inserito una sola immagine vera, ma scommetto che non riuscirete a distinguerla dalle altre».
Ma davvero anche i paesaggi sono tutti in computer grafica? Avete utilizzato riferimenti reali?
«La nostra troupe è andata in Africa, dove ha scattato migliaia di foto, mentre per tre anni abbiamo fatto innumerevoli ricerche. Ogni volta che disegnavano un nuovo animale, gli artisti si basavano su un modello reale. Molti degli animali a cui ci siamo ispirati si trovano all’interno del parco a tema Animal Kingdom, in Florida: se passate di là potrete riconoscere i veri Simba, Nala, Timon e Pumbaa».
Quanto è rivoluzionario questo film per il futuro del cinema?
«Parecchio, se pensiamo a ciò che è possibile realizzare oggi grazie alla realtà virtuale. Sul set ci siamo calati in un’esperienza immersiva indossando dei caschi che ci permettevano di vedere le location del film e di camminarci all’interno come se fossero dei luoghi reali. E ciò è particolarmente stimolante, da un punto di vista creativo».
Si reputa un innovatore?
«Ho girato molti film e sono sempre in cerca di nuove sfide, credo che ci sia un legame costante tra narrazione e innovazioni tecnologiche. Sperimentazione, del resto, è una delle parole chiave alla Disney: per citare due esempi, nel 1928 Steamboat Willie fu il primo corto animato ad avere colonna sonora e dialoghi, mentre nel 1940 Pinocchio presentò una spettacolare sequenza acquatica mai vista prima. Nel mio caso, non avrei potuto realizzare Il libro della Giungla se James Cameron non avesse girato Avatar. Abbiamo sfruttato molti degli stessi strumenti e sviluppato alcune cose nuove, come la possibilità di far interagire attori reali e personaggi digitali».
Cameron è al lavoro sul sequel di Avatar: le ha chiesto consigli?
«Ho visitato i set dei suoi film, dove James ha deciso di sfruttare alcune tecniche che ho utilizzato io. Impariamo l’uno dall’altro, da sempre. Credo che uno dei nostri compiti sia quello di spingerci oltre i limiti e rendere unica l’esperienza cinematografica. Con tutte le piattaforme di streaming in circolazione, il pubblico ha bisogno di una buona ragione per uscire di casa e pagare il biglietto del cinema».
Nel suo futuro c’è la serie The Mandalorian, spin-off di Star Wars, disponibile sulla piattaforma di streaming Disney+ a partire dal 12 novembre.
«Avevo proposto una serie ambientata dopo la caduta dell’Impero e prima dell’ascesa del Primo Ordine, e l’idea aveva raccolto consensi. Sono sempre stato un fan di Star Wars, al punto da aver scritto quattro episodi ancor prima di essere assunto. È un onore entrare a far parte di quell’universo e, al momento, sto scrivendo la seconda stagione».
Insomma continua a orbitare attorno all’universo Disney...
«Per fortuna ci interessano le stesse storie, perché mi diverto da matti».
Sul Venerdì del 2 agosto
Questo è anche uno dei motivi per cui, tra poche settimane, il 52enne Favreau riceverà il premio Disney Legends nel corso del D23 Expo per il suo contributo al cinema Disney (che 10 anni fa acquisì Marvel). Ma nel suo curriculum non ci sono solo supereroi: dopo aver diretto e prodotto la versione live action del Libro della Giungla, in cui gli animali erano realizzati in computer grafica grazie alla performance capture, oggi ci riprova con il remake di un altro classico. Il 21 agosto sbarca in sala Il Re Leone: una versione fedele al cult del 1994, rispetto al quale è più lungo di mezz’ora, a metà tra musical e dramma shakespeariano (lo scontro tra il leone Simba e lo zio Scar, che ha usurpato il trono dopo aver ucciso suo fratello Mufasa, si ispira ad Amleto). Mentre le voci italiane di Simba e Nala sono quelle dei cantanti Marco Mengoni ed Elisa, la versione originale conta su Donald Glover (cioè il rapper Childish Gambino) e Beyoncé, che per l’occasione ha inciso la ballad Spirit e registrato l’album The Gift, ispirato al film. «Proprio come in cucina, anche nel cinema dipende tutto dalla scelta degli ingredienti. Ho potuto contare su un team incredibile, compreso il premio Oscar Hans Zimmer, compositore della colonna sonora originale» spiega Favreau.
Le è tornato utile per questo nuovo film aver già girato Il libro della Giungla?
«Non ho frequentato una scuola di cinema, né studiato effetti visivi. Ho imparato ciò che conosco prima come attore e poi come sceneggiatore, mentre la mia formazione da regista è iniziata sui set degli altri, osservando come lavorava chi mi dirigeva. Dopo Il libro della Giungla ero in cerca di un progetto che mi consentisse di continuare a collaborare con la stessa squadra. Realizzando la tigre Shere Khan ci eravamo resi conto che era semplice ricreare i gatti, che sono simili agli esseri umani in quanto a forma del viso e proporzioni. Il Re Leone mi è sembrato un titolo ideale, anche per via di una storia che mi tocca come uomo e artista».
Da che punto di vista?
«È una favola che parla di cosa significa crescere e trovare il proprio posto nel mondo, oltre che delle lezioni che apprendiamo da chi ci ha preceduto. Da quando sono padre mi rendo conto ancora di più di quanto sia importante utilizzare la narrazione per trasmettere ai più giovani alcune lezioni che non vorremmo imparassero da soli, quando si scontreranno con le avversità della vita».
Il Re Leone tocca anche un altro tema attuale: la necessità di prendersi cura del mondo che ci è stato lasciato in eredità.
«Abbiamo una responsabilità nei confronti delle prossime generazioni, proprio come ce l’avevano i nostri antenati nei nostri riguardi. Se non iniziamo a fare delle scelte precise e non ci curiamo della Terra, è poco realistico immaginare che ogni cosa resti immutata. Questo concetto è espresso anche nel Cerchio della Vita, una delle canzoni più amate del film: esploriamo il futuro conservando e tenendo in considerazione le tradizioni del passato».
L’estetica scelta ricorda quella di un documentario naturalista: sapeva da subito che tipo di look dare al film?
«Volevamo che facesse pensare proprio ai documentari di Planet Earth e a quelli di Blue Planet, che mi commuovono profondamente. Il fatto che il pubblico sia convinto che abbiamo inserito animali digitali all’interno di riprese reali, effettuate in Africa, ci rende orgogliosi. Definire Il Re Leone un live action sarebbe un errore, perché niente di ciò che appare sullo schermo è reale: tutti gli animali sono fotorealistici e si muovono in una savana completamente digitale. Ho inserito una sola immagine vera, ma scommetto che non riuscirete a distinguerla dalle altre».
Ma davvero anche i paesaggi sono tutti in computer grafica? Avete utilizzato riferimenti reali?
«La nostra troupe è andata in Africa, dove ha scattato migliaia di foto, mentre per tre anni abbiamo fatto innumerevoli ricerche. Ogni volta che disegnavano un nuovo animale, gli artisti si basavano su un modello reale. Molti degli animali a cui ci siamo ispirati si trovano all’interno del parco a tema Animal Kingdom, in Florida: se passate di là potrete riconoscere i veri Simba, Nala, Timon e Pumbaa».
Quanto è rivoluzionario questo film per il futuro del cinema?
«Parecchio, se pensiamo a ciò che è possibile realizzare oggi grazie alla realtà virtuale. Sul set ci siamo calati in un’esperienza immersiva indossando dei caschi che ci permettevano di vedere le location del film e di camminarci all’interno come se fossero dei luoghi reali. E ciò è particolarmente stimolante, da un punto di vista creativo».
Si reputa un innovatore?
«Ho girato molti film e sono sempre in cerca di nuove sfide, credo che ci sia un legame costante tra narrazione e innovazioni tecnologiche. Sperimentazione, del resto, è una delle parole chiave alla Disney: per citare due esempi, nel 1928 Steamboat Willie fu il primo corto animato ad avere colonna sonora e dialoghi, mentre nel 1940 Pinocchio presentò una spettacolare sequenza acquatica mai vista prima. Nel mio caso, non avrei potuto realizzare Il libro della Giungla se James Cameron non avesse girato Avatar. Abbiamo sfruttato molti degli stessi strumenti e sviluppato alcune cose nuove, come la possibilità di far interagire attori reali e personaggi digitali».
Cameron è al lavoro sul sequel di Avatar: le ha chiesto consigli?
«Ho visitato i set dei suoi film, dove James ha deciso di sfruttare alcune tecniche che ho utilizzato io. Impariamo l’uno dall’altro, da sempre. Credo che uno dei nostri compiti sia quello di spingerci oltre i limiti e rendere unica l’esperienza cinematografica. Con tutte le piattaforme di streaming in circolazione, il pubblico ha bisogno di una buona ragione per uscire di casa e pagare il biglietto del cinema».
Nel suo futuro c’è la serie The Mandalorian, spin-off di Star Wars, disponibile sulla piattaforma di streaming Disney+ a partire dal 12 novembre.
«Avevo proposto una serie ambientata dopo la caduta dell’Impero e prima dell’ascesa del Primo Ordine, e l’idea aveva raccolto consensi. Sono sempre stato un fan di Star Wars, al punto da aver scritto quattro episodi ancor prima di essere assunto. È un onore entrare a far parte di quell’universo e, al momento, sto scrivendo la seconda stagione».
Insomma continua a orbitare attorno all’universo Disney...
«Per fortuna ci interessano le stesse storie, perché mi diverto da matti».
Sul Venerdì del 2 agosto