Adam Gopnik: radical chic e felice di esserlo
Riccardo Staglianò , di RICCARDO STAGLIANÒIncontro romano con Adam Gopnik, scrittore e firma del New Yorker. Per parlare di amici (da Martin Amis a Woody Allen) e dei detrattori che gli danno dell’edonista-glamour
ROMA. Adam Gopnik è un motore alimentato ad aneddoti. Dice, a mo' di presentazione, che il suo cognome è sempre stato molto brutto (sua moglie ha preteso che i figli aggiungessero anche quello di lei, dopo il trattino) ma di recente ha scoperto che in Russia significa "teppista" in vernacolo e quando ha cercato su internet venivano fuori figuri sdentati, tatuatissimi, con giubbottacci di pelle. Dunque spera di non dover mai presentare un libro lì perché l'associazione lo imbarazzerebbe.
A 62 anni l'eclettica firma del New Yorker non è più la fashion victim di quando dava consigli di stile sul mensile GQ, ma niente è casuale nella sua divisa da intellettuale americano in trasferta, con camicia di lino azzurro, jeans bianchi e Adidas Stan Smith, per non dire del cappello di paglia che non avrebbe sfigurato nella Arles dipinta da Van Gogh. L'incontro a Roma, dove è stato invitato dal festival di Massenzio,…
A 62 anni l'eclettica firma del New Yorker non è più la fashion victim di quando dava consigli di stile sul mensile GQ, ma niente è casuale nella sua divisa da intellettuale americano in trasferta, con camicia di lino azzurro, jeans bianchi e Adidas Stan Smith, per non dire del cappello di paglia che non avrebbe sfigurato nella Arles dipinta da Van Gogh. L'incontro a Roma, dove è stato invitato dal festival di Massenzio,…
ROMA. Adam Gopnik è un motore alimentato ad aneddoti. Dice, a mo' di presentazione, che il suo cognome è sempre stato molto brutto (sua moglie ha preteso che i figli aggiungessero anche quello di lei, dopo il trattino) ma di recente ha scoperto che in Russia significa "teppista" in vernacolo e quando ha cercato su internet venivano fuori figuri sdentati, tatuatissimi, con giubbottacci di pelle. Dunque spera di non dover mai presentare un libro lì perché l'associazione lo imbarazzerebbe.
A 62 anni l'eclettica firma del New Yorker non è più la fashion victim di quando dava consigli di stile sul mensile GQ, ma niente è casuale nella sua divisa da intellettuale americano in trasferta, con camicia di lino azzurro, jeans bianchi e Adidas Stan Smith, per non dire del cappello di paglia che non avrebbe sfigurato nella Arles dipinta da Van Gogh. L'incontro a Roma, dove è stato invitato dal festival di Massenzio, è l'occasione per una chiacchierata che decolla da Io, lei, Manhattan, un memoir sul vivere a New York negli anni '80 pubblicato da Guanda, e va in picchiata su Trump, passando da Mordecai Richler e Woody Allen, seguendo le voluttuose curve del digressore-in-capo del giornalismo culturale statunitense.
In quest'estate gialloverde poche offese sono più infamanti di "radical chic". E la colonna sonoro-gastronomica dei suoi primi anni newyorchesi è a base di Gershwin e champagne. Per tacere di quando, dopo una trasmissione alla Bbc, raggiunge sua moglie a una mostra di Cézanne. Lei è l'idea platonica del radical chic!
"La domanda mi colpisce perché proprio in questi giorni sto scrivendo delle "politiche del piacere", termine mutuato dal femminismo. Cicli di leggerezza sono sempre stati seguiti da decenni di austerità e puritanesimo, o viceversa. I futuristi dopo la guerra, ad esempio. Anche Fitzgerald, negli anni '20, venendo dopo una grave crisi economica, fu percepito come frivolo. Ma poi lui e Oscar Wilde sono stati considerati interpreti di un'epoca. Non pretendo di avere la stessa statura, ma proseguo nella stessa vena. E dico: stigmatizzare le "politiche del piacere" è storicamente un errore. Più bellezza e gioia estetica puoi mettere in una vita, tanto migliore essa sarà. Se il prezzo è essere definiti radical chic, tanto peggio. Tuttavia, in risposta a un mondo incattivito, negli ultimi dieci anni ho scritto molto più di temi sociali, dal controllo delle armi alle prigioni, che di costume".
A proposito dell'inventore dell'epiteto, pochi mesi prima della sua morte intervistai Tom Wolfe che confessò una fascinazione per Trump. Lui, il dandy immacolato, e il buzzurro: come se lo spiega?
"Ho scritto io il suo coccodrillo sul New Yorker. È stato un grande scrittore per i primi 20 anni della sua vita, poi ha sviluppato una perversione che l'ha trasformato in troll dei liberal, a costo di affrontare temi - da Darwin all'architettura - di cui sapeva poco o niente. Voleva scioccare i bien-pensants, da lì l'incongruo sostegno a Trump".
Che lei, come l'unanime redazione del suo settimanale, detesta. Sostiene anche che l'evento scatenante della sua candidatura fu l'umiliazione subita nel 2011, durante una serata mondana, da un Obama particolarmente caustico.
"C'ero e ricordo il volto terreo, la mascella serrata mentre il presidente si burlava di lui. Una reazione non-americana, dal momento che abbiamo anche un termine, good sport, su chi incassa bene l'ironia altrui. Qualche anno fa dovetti leggere per lavoro il Mein Kampf e anche lì lampeggiava il risentimento di Hitler nei confronti di alcuni personaggi, a partire dalla sua insegnante d'arte. Il paragone finisce qui, ma la ferita narcisistica può innescare leader autoritari".
A proposito di tratti psicologici, lei risulta essere varie cose. Il campione della perseveranza che inanella rifiuti per un anno prima di essere preso in considerazione dal New Yorker. Mister faccia tosta che si vanta di essere stato preso a GQ nonostante competenze sulla moda "pari a zero". Infine un Gastone redivivo, la cui peggiore incomprensione con l'adorata moglie ha a che fare con un filetto di tonno cucinato non a regola d'arte. Non teme, peccando di hybris, di suscitare una terribile vendetta degli dei?
"Sì, certo, e infatti ci ho pensato quasi vent'anni prima di decidermi a raccontare quel periodo della mia vita. È passato un tempo sufficiente per maneggiarlo. E poi, questa era l'intenzione, spero che si noti il tono autoironico, dove ne esco più antieroe che eroe. Una storia di formazione che inizia con me e mia moglie che sogniamo a occhi aperti e idealizziamo un appartamento da nove metri quadrati e finiamo con uno sguardo più lucido accorgendoci, non senza valore simbolico, che uno dei principali negozi sulla nostra strada è di pompe funebri".
Quegli anni però erano anche quelli dell'Aids, di una New York violenta e piagata dalla droga. Brutture che nelle sue pagine non si trovano. D'altronde lei contesta il vecchio detto, ripetuto di recente da Martin Amis, che "la felicità scrive bianco", non si fa leggere...
"Ma non è vero! E allora i racconti pastorali di Virgilio o lo Shakespeare di Come vi piace o della Dodicesima notte? Capisco che troppa felicità possa tendere alla noia, ma per conquistarla c'è una lotta che spero risulti interessante. Sì, c'era l'Aids e tutto quel che dice lei, ma io associo quegli anni a una gran gioia personale. Quanto a Martin, che reputo un amico, credo che anche il suo lavoro si avvantaggerebbe dall'essere un po' meno aspro. Lo ammiro molto ma credo che un'asprezza senza tregua sia tanto poco attraente quanto un'inesauribile dolcezza".
A proposito di commedia che trasmuta in tragedia non le sembra grottesca la vicenda di Woody Allen, giudiziariamente assolto ma lapidato dai tribunali del #MeToo?
"Mi sembra assolutamente scioccante. Mi fregio di chiamarlo mio amico, di quando in quando ceniamo insieme con le famiglie. Può aver fatto cose discutibili, come tutti, ma è un fatto acclarato che non fossero errori criminali. E il suo lavoro è così bello e vario che rigettarlo è un atto di brutale puritanesimo che mi ricorda il rifiuto del lavoro di Oscar Wilde nel 1890, con la differenza che Wilde, poi riabilitato, oggi sarebbe condannato di nuovo per aver avuto rapporti con minorenni. Immagini se giudicassimo Fellini per il tenore della sua vita domestica! Se c'è una regola cardine della critica è che non c'è alcuna relazione tra l'etica personale di un artista e la qualità delle sue opere. So che può sembrare un punto di vista antico, ma lo rivendico".
Lei è cresciuto a Montreal: tra le glorie della letteratura canadese cita favorevolmente la Nobel Alice Munro ma non Mordecai Richler: lo ha conosciuto?
"Le dico di più (armeggia sul telefonino e mi mostra una foto): per il poco che può interessare questo edificio a Montreal, chiamato Château, era dove vivevo io con la mia famiglia e lui con i suoi cinque figli. Era un buon amico e, per un ragazzo cui piaceva scrivere come me, era una figura centrale, il più celebre scrittore canadese anglofono. E sono felicissimo che in Italia abbia tanto successo, senz'altro più ampio che negli Stati Uniti, dove è tendenzialmente dimenticato. Fra l'altro di recente mi hanno chiesto di lavorare alla sceneggiatura del possibile film da Solomon Gursky è stato qui".
Nel suo ultimo saggio sul liberalismo dichiara un grande amore per Popper, decretando La società aperta come un libro chiave per la sua formazione. Altrove però inorridisce per la paradossale allergia alle critiche del massimo teorico del fallibilismo. Quanto a lei, sul libro sono state scritte anche cose cattivelle: "I personaggi non falliscono mai, quindi non si sviluppano"; "Lunghi capitoli sull'arte gonfi come certe sculture di Jeff Koons". Più accuse generiche di name-dropping, ovvero l'abitudine di alludere distrattamente ad amicizie altolocate. Fino al critico James Wolcott, che addirittura ha scritto: "Se Gopnik è venuto al mondo per infastidire, allora missione compiuta". Come reagisce?
"Ovviamente accetto le opinioni altrui ma il tono di quest'ultima critica è così palesemente irrazionale da non valere niente, spazzatura. Potrei con più competenza criticarmi da solo, dicendo che mi piacerebbe saper scrivere di desiderio come Roth, o di sesso come Updike o di arrampicatori sociali come Richler. Dunque sono acutamente consapevole dei limiti del mio lavoro e mi piacerebbe avere tempo per superarli. Ma ritengo anche che dobbiamo fare una chiara distinzione tra un'acuta critica di ciò che è stato scritto e un'acuta invidia di non aver scritto affatto".
Ricordate che significa il suo nome in russo? Meglio non provocare.
Sul Venerdì del 26 luglio 2019
A 62 anni l'eclettica firma del New Yorker non è più la fashion victim di quando dava consigli di stile sul mensile GQ, ma niente è casuale nella sua divisa da intellettuale americano in trasferta, con camicia di lino azzurro, jeans bianchi e Adidas Stan Smith, per non dire del cappello di paglia che non avrebbe sfigurato nella Arles dipinta da Van Gogh. L'incontro a Roma, dove è stato invitato dal festival di Massenzio, è l'occasione per una chiacchierata che decolla da Io, lei, Manhattan, un memoir sul vivere a New York negli anni '80 pubblicato da Guanda, e va in picchiata su Trump, passando da Mordecai Richler e Woody Allen, seguendo le voluttuose curve del digressore-in-capo del giornalismo culturale statunitense.
In quest'estate gialloverde poche offese sono più infamanti di "radical chic". E la colonna sonoro-gastronomica dei suoi primi anni newyorchesi è a base di Gershwin e champagne. Per tacere di quando, dopo una trasmissione alla Bbc, raggiunge sua moglie a una mostra di Cézanne. Lei è l'idea platonica del radical chic!
"La domanda mi colpisce perché proprio in questi giorni sto scrivendo delle "politiche del piacere", termine mutuato dal femminismo. Cicli di leggerezza sono sempre stati seguiti da decenni di austerità e puritanesimo, o viceversa. I futuristi dopo la guerra, ad esempio. Anche Fitzgerald, negli anni '20, venendo dopo una grave crisi economica, fu percepito come frivolo. Ma poi lui e Oscar Wilde sono stati considerati interpreti di un'epoca. Non pretendo di avere la stessa statura, ma proseguo nella stessa vena. E dico: stigmatizzare le "politiche del piacere" è storicamente un errore. Più bellezza e gioia estetica puoi mettere in una vita, tanto migliore essa sarà. Se il prezzo è essere definiti radical chic, tanto peggio. Tuttavia, in risposta a un mondo incattivito, negli ultimi dieci anni ho scritto molto più di temi sociali, dal controllo delle armi alle prigioni, che di costume".
A proposito dell'inventore dell'epiteto, pochi mesi prima della sua morte intervistai Tom Wolfe che confessò una fascinazione per Trump. Lui, il dandy immacolato, e il buzzurro: come se lo spiega?
"Ho scritto io il suo coccodrillo sul New Yorker. È stato un grande scrittore per i primi 20 anni della sua vita, poi ha sviluppato una perversione che l'ha trasformato in troll dei liberal, a costo di affrontare temi - da Darwin all'architettura - di cui sapeva poco o niente. Voleva scioccare i bien-pensants, da lì l'incongruo sostegno a Trump".
Che lei, come l'unanime redazione del suo settimanale, detesta. Sostiene anche che l'evento scatenante della sua candidatura fu l'umiliazione subita nel 2011, durante una serata mondana, da un Obama particolarmente caustico.
"C'ero e ricordo il volto terreo, la mascella serrata mentre il presidente si burlava di lui. Una reazione non-americana, dal momento che abbiamo anche un termine, good sport, su chi incassa bene l'ironia altrui. Qualche anno fa dovetti leggere per lavoro il Mein Kampf e anche lì lampeggiava il risentimento di Hitler nei confronti di alcuni personaggi, a partire dalla sua insegnante d'arte. Il paragone finisce qui, ma la ferita narcisistica può innescare leader autoritari".
A proposito di tratti psicologici, lei risulta essere varie cose. Il campione della perseveranza che inanella rifiuti per un anno prima di essere preso in considerazione dal New Yorker. Mister faccia tosta che si vanta di essere stato preso a GQ nonostante competenze sulla moda "pari a zero". Infine un Gastone redivivo, la cui peggiore incomprensione con l'adorata moglie ha a che fare con un filetto di tonno cucinato non a regola d'arte. Non teme, peccando di hybris, di suscitare una terribile vendetta degli dei?
"Sì, certo, e infatti ci ho pensato quasi vent'anni prima di decidermi a raccontare quel periodo della mia vita. È passato un tempo sufficiente per maneggiarlo. E poi, questa era l'intenzione, spero che si noti il tono autoironico, dove ne esco più antieroe che eroe. Una storia di formazione che inizia con me e mia moglie che sogniamo a occhi aperti e idealizziamo un appartamento da nove metri quadrati e finiamo con uno sguardo più lucido accorgendoci, non senza valore simbolico, che uno dei principali negozi sulla nostra strada è di pompe funebri".
Quegli anni però erano anche quelli dell'Aids, di una New York violenta e piagata dalla droga. Brutture che nelle sue pagine non si trovano. D'altronde lei contesta il vecchio detto, ripetuto di recente da Martin Amis, che "la felicità scrive bianco", non si fa leggere...
"Ma non è vero! E allora i racconti pastorali di Virgilio o lo Shakespeare di Come vi piace o della Dodicesima notte? Capisco che troppa felicità possa tendere alla noia, ma per conquistarla c'è una lotta che spero risulti interessante. Sì, c'era l'Aids e tutto quel che dice lei, ma io associo quegli anni a una gran gioia personale. Quanto a Martin, che reputo un amico, credo che anche il suo lavoro si avvantaggerebbe dall'essere un po' meno aspro. Lo ammiro molto ma credo che un'asprezza senza tregua sia tanto poco attraente quanto un'inesauribile dolcezza".
A proposito di commedia che trasmuta in tragedia non le sembra grottesca la vicenda di Woody Allen, giudiziariamente assolto ma lapidato dai tribunali del #MeToo?
"Mi sembra assolutamente scioccante. Mi fregio di chiamarlo mio amico, di quando in quando ceniamo insieme con le famiglie. Può aver fatto cose discutibili, come tutti, ma è un fatto acclarato che non fossero errori criminali. E il suo lavoro è così bello e vario che rigettarlo è un atto di brutale puritanesimo che mi ricorda il rifiuto del lavoro di Oscar Wilde nel 1890, con la differenza che Wilde, poi riabilitato, oggi sarebbe condannato di nuovo per aver avuto rapporti con minorenni. Immagini se giudicassimo Fellini per il tenore della sua vita domestica! Se c'è una regola cardine della critica è che non c'è alcuna relazione tra l'etica personale di un artista e la qualità delle sue opere. So che può sembrare un punto di vista antico, ma lo rivendico".
Lei è cresciuto a Montreal: tra le glorie della letteratura canadese cita favorevolmente la Nobel Alice Munro ma non Mordecai Richler: lo ha conosciuto?
"Le dico di più (armeggia sul telefonino e mi mostra una foto): per il poco che può interessare questo edificio a Montreal, chiamato Château, era dove vivevo io con la mia famiglia e lui con i suoi cinque figli. Era un buon amico e, per un ragazzo cui piaceva scrivere come me, era una figura centrale, il più celebre scrittore canadese anglofono. E sono felicissimo che in Italia abbia tanto successo, senz'altro più ampio che negli Stati Uniti, dove è tendenzialmente dimenticato. Fra l'altro di recente mi hanno chiesto di lavorare alla sceneggiatura del possibile film da Solomon Gursky è stato qui".
Nel suo ultimo saggio sul liberalismo dichiara un grande amore per Popper, decretando La società aperta come un libro chiave per la sua formazione. Altrove però inorridisce per la paradossale allergia alle critiche del massimo teorico del fallibilismo. Quanto a lei, sul libro sono state scritte anche cose cattivelle: "I personaggi non falliscono mai, quindi non si sviluppano"; "Lunghi capitoli sull'arte gonfi come certe sculture di Jeff Koons". Più accuse generiche di name-dropping, ovvero l'abitudine di alludere distrattamente ad amicizie altolocate. Fino al critico James Wolcott, che addirittura ha scritto: "Se Gopnik è venuto al mondo per infastidire, allora missione compiuta". Come reagisce?
"Ovviamente accetto le opinioni altrui ma il tono di quest'ultima critica è così palesemente irrazionale da non valere niente, spazzatura. Potrei con più competenza criticarmi da solo, dicendo che mi piacerebbe saper scrivere di desiderio come Roth, o di sesso come Updike o di arrampicatori sociali come Richler. Dunque sono acutamente consapevole dei limiti del mio lavoro e mi piacerebbe avere tempo per superarli. Ma ritengo anche che dobbiamo fare una chiara distinzione tra un'acuta critica di ciò che è stato scritto e un'acuta invidia di non aver scritto affatto".
Ricordate che significa il suo nome in russo? Meglio non provocare.
Sul Venerdì del 26 luglio 2019