Joaquin Phoenix: con il mio Joker c'è poco da ridere
Roberto Croci , di ROBERTO CROCINel film che sarà in concorso alla 76ª Mostra del cinema di Venezia, il clown non è il classico criminale folle. E allora chi è? Ce lo racconta il protagonista. In esclusiva
Los Angeles. Sorride, Joaquin Phoenix, mentre ci viene incontro. E ogni volta che risponde a una nostra domanda scruta fra i propri pensieri cercando la parola giusta – odia essere frainteso. L’uomo che ci troviamo davanti è l’esatto contrario di come spesso viene descritto: irascible, arrogante, collerico. Sulla musica di Smile, scritta da Charlie Chaplin per il suo Tempi moderni, Phoenix entusiasma, commuove e sgomenta nel trailer di Joker, il nuovo film scritto e diretto da Todd Phillips e prodotto con Bradley Cooper.
La storia è ambientata in una cupa Gotham City/New York agli inizi degli anni Ottanta ed è un cosiddetto stand-alone, ovvero un film originale che non prende le mosse da opere precedenti, anche se si percepiscono i riferimenti al Joker creato per la Dc Comics da Bill Finger, Bob Kane e Jerry Robinson, apparso sul primo numero di Batman il 25 aprile 1940. Nel film, Phoenix è Arthur Fleck, un aspirante comico in cerca di un…
La storia è ambientata in una cupa Gotham City/New York agli inizi degli anni Ottanta ed è un cosiddetto stand-alone, ovvero un film originale che non prende le mosse da opere precedenti, anche se si percepiscono i riferimenti al Joker creato per la Dc Comics da Bill Finger, Bob Kane e Jerry Robinson, apparso sul primo numero di Batman il 25 aprile 1940. Nel film, Phoenix è Arthur Fleck, un aspirante comico in cerca di un…
Los Angeles. Sorride, Joaquin Phoenix, mentre ci viene incontro. E ogni volta che risponde a una nostra domanda scruta fra i propri pensieri cercando la parola giusta – odia essere frainteso. L’uomo che ci troviamo davanti è l’esatto contrario di come spesso viene descritto: irascible, arrogante, collerico. Sulla musica di Smile, scritta da Charlie Chaplin per il suo Tempi moderni, Phoenix entusiasma, commuove e sgomenta nel trailer di Joker, il nuovo film scritto e diretto da Todd Phillips e prodotto con Bradley Cooper.
La storia è ambientata in una cupa Gotham City/New York agli inizi degli anni Ottanta ed è un cosiddetto stand-alone, ovvero un film originale che non prende le mosse da opere precedenti, anche se si percepiscono i riferimenti al Joker creato per la Dc Comics da Bill Finger, Bob Kane e Jerry Robinson, apparso sul primo numero di Batman il 25 aprile 1940. Nel film, Phoenix è Arthur Fleck, un aspirante comico in cerca di una vita normale nonostante qualche disturbo mentale gli renda piuttosto difficile l’esistenza in una società competitiva e violenta. In concorso a Venezia, Joker arriverà nelle sale il 3 ottobre. E sarà il primo film ispirato ai fumetti a essere vietato ai minori.
Mr Phoenix, Joker non è solo uno dei criminali più pericolosi dell’Universo DC Comics. È anche un personaggio iconico per un attore: nel 2009 fece vincere l’Oscar a Heath Ledger. Da dove è partito per costruire il suo Joker?
«Dalla risata. La prima volta che ho incontrato il regista, Todd Phillips, me l’aveva descritta come un qualcosa di doloroso. Mi ha mostrato dei video di persone affette da risata patologica, una disfunzione psichica che si esprime sotto forma di risata incontrollabile. Sono rimasto molto colpito da quelle immagini, non avevo alcuna idea di una sindrome simile. Fino a quel momento per me la risata di Joker era sempre stata una risata isterica, meccanica. Non il portato di una malattia mentale, che è qualcosa di emotivamente più profondo: è un sentimento represso che cerca di emergere. Comunque, inizialmente non ero affatto sicuro che sarei stato capace di trovare il tipo di risata che voleva Todd. Gli ho anche detto che se non mi avesse soddisfatto avrei rinunciato al ruolo».
Essendo in concorso, ovviamente non abbiamo potuto vedere il film in anteprima. E dunque ce lo dica lei: alla fine chi è il suo Joker?
«Chiariamo subito una cosa. Questo non è un film di supereroi, di super cattivi o di esseri umani con poteri speciali. Non appartiene a nessun genere in particolare, non rientra nemmeno nella categoria dei film tratti da graphic novel – anche se molti personaggi ispirati ai fumetti li trovo davvero interessanti perché combattono problemi reali».
E c’è un momento particolare nel film in cui il clown Arthur Fleck diventa Joker?
«Nella sceneggiatura c’è una scena dove Fleck balla scendendo da una lunga scalinata ed è li che per me avviene la trasformazione da clown a Joker. Il coreografo Michael Arnold, che ha collaborato con Scorsese e Spielberg, mi ha aiutato a perfezionare quella sequenza. In genere non mi piace prendere lezioni, ma parlando con Michael ho capito che tecnicamente avrei potuto imparare molto da un ballerino professionista. Insieme, abbiamo studiato vari video finché abbiamo trovato quello di Ray Bolger che danza su The Old Soft Shoe e abbiamo capito che dovevamo ispirarci a quel tipo di movenze. Mi ha colpito molto il suo atteggiamento arrogante, altezzoso e sfrontato e ho cercato di riprodurlo nel corpo di Joker improvvisando movimenti basati su questi stati d’animo».
Perché secondo lei dopo 79 anni Joker rimane ancora una figura così carismatica?
«Personalmente trovo affascinante la sua irriverenza. Nel film, a un certo punto, Fleck decide di non reprimere più i suoi reali sentimenti e di rivelarli al mondo, e questo è un aspetto della sua personalità che mi attrae. In Joker viviamo la sua evoluzione. Fleck è un uomo solo che vive con la madre, non ha amici, fa un lavoro per cui non ha alcun interesse. Sogna di diventare un comico, ma il suo senso dell’umorismo è decisamente particolare. Poi, per vari motivi che scoprirete, diventerà cool e molto popolare, cambierà look, si muoverà in modo aggraziato, sarà persino leggiadro – e sicuro di sé. Ma attenzione: questa persona nuova non cancellerà i traumi subiti da Arthur Fleck e i suoi disturbi mentali resteranno immutati».
Quella di Fleck è una evoluzione solo intima o ha anche a che fare con quel tipo di insofferenza che oggi molti provano nei confronti delle ingiustizie sociali e conseguentemente dei politici?
«Ci sono molti motivi per cui amo questo film, e sicuramente alcuni hanno a che fare con la politica. Non voglio influenzare nessuno e ogni spettatore interpreterà come meglio crede le conseguenze delle azioni di Joker. Però posso dire che ho rifiutato molti ruoli in passato perché secondo me mettevano in scena un punto di vista distorto della realtà.Voglio dire: è molto facile etichettare una persona come “buona” o “cattiva”, ma la vita non è così semplice e questo modo di pensare non riflette la società complessa in cui viviamo. Se devo partecipare e dedicare tutto me stesso a un progetto, voglio che sia coerente con il mio modo di pensare. E voglio che alla fine contenga un messaggio, anche minuscolo, che faccia riflettere. E quindi, tornando a Joker: posso capire la sua depressione e la sua insoddisfazione, ma le sue tattiche di redenzione le ritengo inaccettabili. Io sono un fottuto pacifista! Capisco perfettamente il suo dolore, ma il fine non giustifica mai i mezzi. Mai. Come esseri umani abbiamo degli obblighi morali da rispettare. Il fatto che Joker dichiari guerra al mondo perché il mondo è stato cattivo con lui è un ragionamento per me assurdo».
Joker è violento perché anche lui ha subìto violenze...
«Sì è vero, ma è un circolo vizioso. Da bambino ha subìto orribili atti di violenza, abusi fisici e mentali da parte del padre. Più cercava affetto e conforto nella figura paterna più veniva attaccato, denigrato, umiliato. Però questa catena dolorosa deve essere interrotta. Esistono programmi molto utili, come quelli a cui partecipa mia madre, che si occupano di “giustizia riparativa”: aiutano le persone a superare le conseguenze dei traumi subiti».
Un approccio che secondo lei funziona?
«È importante rendere più umano il nostro sistema giudiziario, che è antiquato e inefficace. Purtroppo pensiamo che la giustizia sia equa in tutti i Paesi, e crediamo che le punizioni siano sempre adeguate ai crimini commessi. Ma spesso non è così. Punire in modo violento dei delitti minori non fa altro che incrementare altri atti di violenza. Senza una reale riabilitazione non risolveremo mai il problema. Mia madre mi ha raccontato delle storie incredibili: molte vittime trovano conforto nel parlare con i colpevoli delle violenze e spesso scoprono che i responsabili sono stati a loro volta vittime di soprusi».
Per questo ruolo è dimagrito molto. Come mai?
«Per interpretare Gesù in Maria Maddalena (accanto alla fidanzata Rooney Mara, ndr.) avevo già perso parecchi chili e, se devo essere sincero, avevo giurato a me stesso di non ripetere mai più un’esperienza simile. Stavolta avevo proposto a Todd di fare un Joker sovrappeso, ma la maggior parte delle persone con gli stessi problemi di abuso di Arthur Fleck tendono a nutrirsi male, a imbottirsi di farmaci, e dunque a perdere peso. Quindi non ho avuto alternative. E mi sono messo a dieta».
Quanto è durato il processo di dimagrimento?
«Poco più di tre mesi, ma è stato talmente intenso che ho dovuto dimenticare la mia vita sociale e privata. Non potevo uscire, non frequentavo nessuno per evitare di cadere in tentazione. L’unica mia interazione umana durante il periodo che ha preceduto le riprese è stata con Todd: lo chiamavo ogni giorno per parlargli di Joker. Però, nonostante il grande sacrificio questo è uno dei miei ruoli preferiti di sempre».
Quando sceglie un personaggio, che cosa cerca?
«Comincio da un’emozione, anche se la maggior parte delle volte non ho idea di cosa stia davvero cercando. È come se mi innamorassi per la prima volta. Mi sento nelle stesse condizioni psicologiche di chi è alla ricerca di un partner e ha delle idee su come lo vorrebbe. Ma poi, ed è questo il bello dell’amore, trovi qualcuno che non ti aspettavi, che ti sorprende e ti colpisce proprio perché non lo capisci. Ogni logica salta improvvisamente e bisogna trovare delle soluzioni complesse. D’altronde quando ti innamori, di razionale non resta proprio nulla!».
Lo spirito di Charlie Chaplin sembra essere molto vivo in Joker.
«La sua effettivamente è un’influenza importante, non solo sulla sua personalità ma anche nei suoi atteggiamenti. Abbiamo cercato però di non esagerare. Todd aveva paura che il pubblico potesse fare dei paragoni tra me e Charlot e urlare: “Phoenix non è Chaplin!”. Lo dico subito: è vero, non lo sono, ma ci capiamo benissimo».
(Sul Venerdì del 15 agosto 2019)
La storia è ambientata in una cupa Gotham City/New York agli inizi degli anni Ottanta ed è un cosiddetto stand-alone, ovvero un film originale che non prende le mosse da opere precedenti, anche se si percepiscono i riferimenti al Joker creato per la Dc Comics da Bill Finger, Bob Kane e Jerry Robinson, apparso sul primo numero di Batman il 25 aprile 1940. Nel film, Phoenix è Arthur Fleck, un aspirante comico in cerca di una vita normale nonostante qualche disturbo mentale gli renda piuttosto difficile l’esistenza in una società competitiva e violenta. In concorso a Venezia, Joker arriverà nelle sale il 3 ottobre. E sarà il primo film ispirato ai fumetti a essere vietato ai minori.
Mr Phoenix, Joker non è solo uno dei criminali più pericolosi dell’Universo DC Comics. È anche un personaggio iconico per un attore: nel 2009 fece vincere l’Oscar a Heath Ledger. Da dove è partito per costruire il suo Joker?
«Dalla risata. La prima volta che ho incontrato il regista, Todd Phillips, me l’aveva descritta come un qualcosa di doloroso. Mi ha mostrato dei video di persone affette da risata patologica, una disfunzione psichica che si esprime sotto forma di risata incontrollabile. Sono rimasto molto colpito da quelle immagini, non avevo alcuna idea di una sindrome simile. Fino a quel momento per me la risata di Joker era sempre stata una risata isterica, meccanica. Non il portato di una malattia mentale, che è qualcosa di emotivamente più profondo: è un sentimento represso che cerca di emergere. Comunque, inizialmente non ero affatto sicuro che sarei stato capace di trovare il tipo di risata che voleva Todd. Gli ho anche detto che se non mi avesse soddisfatto avrei rinunciato al ruolo».
Essendo in concorso, ovviamente non abbiamo potuto vedere il film in anteprima. E dunque ce lo dica lei: alla fine chi è il suo Joker?
«Chiariamo subito una cosa. Questo non è un film di supereroi, di super cattivi o di esseri umani con poteri speciali. Non appartiene a nessun genere in particolare, non rientra nemmeno nella categoria dei film tratti da graphic novel – anche se molti personaggi ispirati ai fumetti li trovo davvero interessanti perché combattono problemi reali».
E c’è un momento particolare nel film in cui il clown Arthur Fleck diventa Joker?
«Nella sceneggiatura c’è una scena dove Fleck balla scendendo da una lunga scalinata ed è li che per me avviene la trasformazione da clown a Joker. Il coreografo Michael Arnold, che ha collaborato con Scorsese e Spielberg, mi ha aiutato a perfezionare quella sequenza. In genere non mi piace prendere lezioni, ma parlando con Michael ho capito che tecnicamente avrei potuto imparare molto da un ballerino professionista. Insieme, abbiamo studiato vari video finché abbiamo trovato quello di Ray Bolger che danza su The Old Soft Shoe e abbiamo capito che dovevamo ispirarci a quel tipo di movenze. Mi ha colpito molto il suo atteggiamento arrogante, altezzoso e sfrontato e ho cercato di riprodurlo nel corpo di Joker improvvisando movimenti basati su questi stati d’animo».
Perché secondo lei dopo 79 anni Joker rimane ancora una figura così carismatica?
«Personalmente trovo affascinante la sua irriverenza. Nel film, a un certo punto, Fleck decide di non reprimere più i suoi reali sentimenti e di rivelarli al mondo, e questo è un aspetto della sua personalità che mi attrae. In Joker viviamo la sua evoluzione. Fleck è un uomo solo che vive con la madre, non ha amici, fa un lavoro per cui non ha alcun interesse. Sogna di diventare un comico, ma il suo senso dell’umorismo è decisamente particolare. Poi, per vari motivi che scoprirete, diventerà cool e molto popolare, cambierà look, si muoverà in modo aggraziato, sarà persino leggiadro – e sicuro di sé. Ma attenzione: questa persona nuova non cancellerà i traumi subiti da Arthur Fleck e i suoi disturbi mentali resteranno immutati».
Quella di Fleck è una evoluzione solo intima o ha anche a che fare con quel tipo di insofferenza che oggi molti provano nei confronti delle ingiustizie sociali e conseguentemente dei politici?
«Ci sono molti motivi per cui amo questo film, e sicuramente alcuni hanno a che fare con la politica. Non voglio influenzare nessuno e ogni spettatore interpreterà come meglio crede le conseguenze delle azioni di Joker. Però posso dire che ho rifiutato molti ruoli in passato perché secondo me mettevano in scena un punto di vista distorto della realtà.Voglio dire: è molto facile etichettare una persona come “buona” o “cattiva”, ma la vita non è così semplice e questo modo di pensare non riflette la società complessa in cui viviamo. Se devo partecipare e dedicare tutto me stesso a un progetto, voglio che sia coerente con il mio modo di pensare. E voglio che alla fine contenga un messaggio, anche minuscolo, che faccia riflettere. E quindi, tornando a Joker: posso capire la sua depressione e la sua insoddisfazione, ma le sue tattiche di redenzione le ritengo inaccettabili. Io sono un fottuto pacifista! Capisco perfettamente il suo dolore, ma il fine non giustifica mai i mezzi. Mai. Come esseri umani abbiamo degli obblighi morali da rispettare. Il fatto che Joker dichiari guerra al mondo perché il mondo è stato cattivo con lui è un ragionamento per me assurdo».
Joker è violento perché anche lui ha subìto violenze...
«Sì è vero, ma è un circolo vizioso. Da bambino ha subìto orribili atti di violenza, abusi fisici e mentali da parte del padre. Più cercava affetto e conforto nella figura paterna più veniva attaccato, denigrato, umiliato. Però questa catena dolorosa deve essere interrotta. Esistono programmi molto utili, come quelli a cui partecipa mia madre, che si occupano di “giustizia riparativa”: aiutano le persone a superare le conseguenze dei traumi subiti».
Un approccio che secondo lei funziona?
«È importante rendere più umano il nostro sistema giudiziario, che è antiquato e inefficace. Purtroppo pensiamo che la giustizia sia equa in tutti i Paesi, e crediamo che le punizioni siano sempre adeguate ai crimini commessi. Ma spesso non è così. Punire in modo violento dei delitti minori non fa altro che incrementare altri atti di violenza. Senza una reale riabilitazione non risolveremo mai il problema. Mia madre mi ha raccontato delle storie incredibili: molte vittime trovano conforto nel parlare con i colpevoli delle violenze e spesso scoprono che i responsabili sono stati a loro volta vittime di soprusi».
Per questo ruolo è dimagrito molto. Come mai?
«Per interpretare Gesù in Maria Maddalena (accanto alla fidanzata Rooney Mara, ndr.) avevo già perso parecchi chili e, se devo essere sincero, avevo giurato a me stesso di non ripetere mai più un’esperienza simile. Stavolta avevo proposto a Todd di fare un Joker sovrappeso, ma la maggior parte delle persone con gli stessi problemi di abuso di Arthur Fleck tendono a nutrirsi male, a imbottirsi di farmaci, e dunque a perdere peso. Quindi non ho avuto alternative. E mi sono messo a dieta».
Quanto è durato il processo di dimagrimento?
«Poco più di tre mesi, ma è stato talmente intenso che ho dovuto dimenticare la mia vita sociale e privata. Non potevo uscire, non frequentavo nessuno per evitare di cadere in tentazione. L’unica mia interazione umana durante il periodo che ha preceduto le riprese è stata con Todd: lo chiamavo ogni giorno per parlargli di Joker. Però, nonostante il grande sacrificio questo è uno dei miei ruoli preferiti di sempre».
Quando sceglie un personaggio, che cosa cerca?
«Comincio da un’emozione, anche se la maggior parte delle volte non ho idea di cosa stia davvero cercando. È come se mi innamorassi per la prima volta. Mi sento nelle stesse condizioni psicologiche di chi è alla ricerca di un partner e ha delle idee su come lo vorrebbe. Ma poi, ed è questo il bello dell’amore, trovi qualcuno che non ti aspettavi, che ti sorprende e ti colpisce proprio perché non lo capisci. Ogni logica salta improvvisamente e bisogna trovare delle soluzioni complesse. D’altronde quando ti innamori, di razionale non resta proprio nulla!».
Lo spirito di Charlie Chaplin sembra essere molto vivo in Joker.
«La sua effettivamente è un’influenza importante, non solo sulla sua personalità ma anche nei suoi atteggiamenti. Abbiamo cercato però di non esagerare. Todd aveva paura che il pubblico potesse fare dei paragoni tra me e Charlot e urlare: “Phoenix non è Chaplin!”. Lo dico subito: è vero, non lo sono, ma ci capiamo benissimo».
(Sul Venerdì del 15 agosto 2019)