✕
Luca Marinelli in Martin Eden (Rosaria Cianciulli) 

Ho trovato a Napoli il mio (Martin) Eden

Ispirato al romanzo di Jack London, il film con Luca Marinelli (in gara alla prossima Mostra di Venezia) racconta i primi del ‘900 in bilico tra speranza e tragedia. «Proprio come quest’inizio secolo» ci dice il regista Pietro Marcello  
4 minuti di lettura
Napoli. Pietro Marcello considera il cinema «una specie di montagna» e paragona lo splendido materiale di repertorio di cui fa uso ricorrente alle sorgenti che danno acqua a questa montagna. Quindi anche in Martin Eden riemergono dagli archivi e si fondono col girato (in pellicola) immagini d’epoca che aggiungono significati, segnali, avvertimenti. Quasi all’inizio del film, che è il suo primo grande film, in concorso a Venezia (e in sala dal 4 settembre), c’è un rispettabile signore d’inizio Novecento che bacia un bambino nel corso di un pubblico evento. Ha tutta l’aria di un notabile, invece è Errico Malatesta, illustre anarchico conterraneo del regista: Santa Maria Capua Vetere. E il regista è molto contento di averlo infilato in apertura, quasi come garante ideologico. Perché uno dei grandi temi del romanzo, e quindi della trasposizione cinematografica, è quello del ruolo dell’individuo nella…
Napoli. Pietro Marcello considera il cinema «una specie di montagna» e paragona lo splendido materiale di repertorio di cui fa uso ricorrente alle sorgenti che danno acqua a questa montagna. Quindi anche in Martin Eden riemergono dagli archivi e si fondono col girato (in pellicola) immagini d’epoca che aggiungono significati, segnali, avvertimenti. Quasi all’inizio del film, che è il suo primo grande film, in concorso a Venezia (e in sala dal 4 settembre), c’è un rispettabile signore d’inizio Novecento che bacia un bambino nel corso di un pubblico evento. Ha tutta l’aria di un notabile, invece è Errico Malatesta, illustre anarchico conterraneo del regista: Santa Maria Capua Vetere. E il regista è molto contento di averlo infilato in apertura, quasi come garante ideologico. Perché uno dei grandi temi del romanzo, e quindi della trasposizione cinematografica, è quello del ruolo dell’individuo nella società, tema assai scottante agli esordi del XX secolo come pure del XXI, che Marcello e il suo sceneggiatore Maurizio Braucci definiscono più prudentemente «recupero del concetto di persona, trascurato dalla sinistra e lasciato in mano alla destra».

Martin Eden (1909) è il libro più autobiografico di Jack London. E anche abbastanza scuro. Braucci lo paragona al Dorian Gray di Wilde. Si potrebbe leggere come un melodramma sull’innamoramento di un giovane povero e ignorante per una ragazza ricca e istruita, ma è molto di più: un viaggio senza ritorno nell’amore romantico, nella cultura, nel potere, nell’ideologia, nel successo che divora. Martin, marinaio di San Francisco, difende in una rissa il fratello della succitata signorina e viene invitato a pranzo in pegno di gratitudine nella casa raffinata della famiglia, dove è folgorato, in un colpo solo, dalla passione e dall’erudizione. Per conquistare la ragazza affronta un autodidattico programma d’istruzione full immersion e decide di diventare uno scrittore di fama.

Dopo molto penare e molti conflitti ci riesce, ma alla fine si rende conto che il suo tour de force non lo ha condotto dove voleva. Nel cast sconfinato (e a tratti sorprendente) del film Martin è interpretato da Luca Marinelli e Carlo Cecchi è il poeta Russ Brissenden, suo amico e mentore, che cerca di avvicinarlo al socialismo: potrebbe essere questa l’ultima spiaggia in grado di dargli riparo «nel momento della grande delusione» che arriverà, arriverà. Dice Marcello che quando Cecchi era sul set «si creava quasi un momento religioso, e a volte Carlo era molto utile con la troupe, perché nei casi in cui si deve essere rigorosi lui mi era accanto».

Erano i tempi del Damm (Centro sociale Diego Armando Maradona Montesanto, Napoli), Marcello aveva poco più di vent’anni e faceva o aveva appena mollato l’Accademia delle Belle Arti, e Braucci, che gli passava i libri giusti come un fratello maggiore, gli consigliò Martin Eden. Il lavoro di riduzione e sceneggiatura è stato fatto partendo da quella copia Bur tutta sottolineata. Ci pensavano da tempo, avevano già contattato un produttore, ma non se n’era fatto niente. Visto che Marcello cita sempre il principio di necessità che dà vita ai suoi film, si vede che questo, a 43 anni, è il momento giusto, e che la necessità s’è fatta urgenza: forse per le inquietanti analogie fra i due inizi di secolo, lo scorso e l’attuale. Sostiene che non c’è particolare differenza con i suoi film precedenti, Il passaggio della linea, La bocca del lupo, Bella e perduta. «Il Martin Eden che s’imbarca a Genova per me non è un Martin Eden unico, ma è ovunque fra i tanti marittimi che si vedono nei materiali di repertorio che ho già utilizzato in altri film e che riprendo in questo».

Sì, ma traferire in Italia, a Napoli, «che poteva essere anche Genova o Marsiglia», la storia di un marinaio californiano non è stato facilissimo. A parte il fatto che nel film pieno di dialetti, dal cilentano del protagonista al calabrese del cognato, al milanese dell’editore, Eden si pronuncia com’è scritto e non i:dn come fonetica inglese comanda, gli autori si sono scervellati per trovare delle corrispondenze nella nostra cultura. «Che però non ha una tradizione di letteratura marinara paragonabile a quella anglosassone: siamo una penisola e non abbiamo romanzi di mare. Forse perché è mare e non oceano?» si chiede Braucci. «Forse perché da noi il mare ha portato sempre beghe e poco di buono» chiosa Marcello. «Ce lo siamo chiesti tante volte come poteva essere un Martin Eden italiano: forse come mio padre che era un marittimo, e di cui abbiamo usato i documenti di viaggio per il nostro Martin? Io sono cresciuto con i racconti di mio padre, che andava d’inverno in Sud America e d’estate per il Mediterraneo. Aveva cominciato con gli emigranti, qui dal molo Pisacane, e nella prima traversata, per Buenos Aires, aveva dei passeggeri sardi: lui, che era assistente dell’ispettore di bordo, gli procurò del tè, e scoprì che non sapevano cosa fosse. Mai bevuto il tè».

Se Marcello considera riuscitissimo il Martin Eden di Marinelli, il vero scoglio, insormontato, è stato trovare un corrispondente nostrano, o comunque riconosciuto dalla nostra cultura, di Herbert Spencer, filosofo britannico teorico del darwinismo sociale, oggidì abbastanza dimenticato. London s’invaghì della sua dottrina e Martin Eden di conseguenza, e in mancanza di convincenti sostituti è rimasto a padroneggiare la scena: non lui di persona, ma il suo verbo, a volte francamente irritante.

Oggi Spencer andrebbe probabilmente incasellato fra i neocon, quindi gli autori prendono le distanze: sottolineando che agli inizi del Novecento certe codifiche oggi evidenti non si erano ancora palesate. Per esempio, il socialismo non era così anticlericale come sarebbe apparso in seguito e il legame fra le lotte contadine e il cristianesimo era ancora saldo. Infatti nel film le bandiere rosse accostate all’immagine del Cristo non sono un’eresia. Oppure: anche se non c’era ancora stata la manipolazione nazista di Nietzsche, già allora i più illuminati intuivano che l’individualismo esasperato avrebbe portato al capitalismo sfrenato e a totalitarismi uguali e contrari. E per denunciare le derive tragiche delle ideologie citano il triste caso del napoletano Edmondo Peluso, amico comunistissimo di London, che però accusava di essersi venduto all’industria culturale. Emigrò in Russia, dove Stalin lo spedì nel gulag e poi davanti al plotone d’esecuzione. Attenzione: questa critica alle ideologie non viene da due moderati benpensanti, ma da due avidi lettori di Debord e Vaneigem. Situazionisti, non perbenisti.

L’altro tema forte del film, come del romanzo, è la cultura. Martin si accultura, ma rischia di diventare un orso ballerino della classe dominante. «Visto che oggi non esiste più la lotta di classe parlerei di tradimento della classe di appartenenza» dice Marcello. «E infatti vedo delle attinenze fra il mio Martin Eden e Zappatore di Mario Merola». (Trama: due poveracci s’indebitano per far studiare il figlio che poi li snobba).

Insomma: la cultura è ancora in grado di emancipare la masse, il popolo o la gente? Autodenunciandosi come catastrofista, Braucci dice che si è ridotta a mera istruzione ai fini del collocamento nel capitale. Con formazioni più o meno alte: da consumatore a collaboratore nella produzione. «I film stranieri in Italia vengono doppiati perché il pubblico non sapeva leggere, oggi anche il sottoproletariato napoletano, se si può ancora chiamare così, ha imparato, ma legge e scrive sul telefonino solo per consumare».

Un’ultima cosa: il tempo del film. Un tempo sospeso dove oggetti, eventi, atmosfere, vestiti e simboli del secolo scorso si mescolano sbertucciando la cronologia, c’è perfino un televisore. È un Novecento con i decenni intercambiabili, i Settanta possono venire prima dei Venti rendendo più visibili i corsi e i ricorsi. E Pietro Marcello chiude con una dichiarazione che potrebbe essere di Martin Eden. O di Jack London, con qualche tolleranza sulle date. «Per me nel mondo delle comodità diventa difficile fare cinema. Io vivo nel Novecento, sono nato nel 1976 e guardo al Novecento».

(Sul Venerdì del 15 agosto 2019)