Al Palio di Siena è tempo di social
Marco Cicala , dal nostro inviato MARCO CICALACi hanno pensato le risse tra contradaioli finite in rete a mettere sotto accusa l’antica kermesse. Intanto, però, il 16 agosto si correrà di nuovo, come sempre. Reportage con una guida molto esperta
SIENA. Tenera è la notte d’agosto su Siena. Adesso siamo a cena nella contrada del Nicchio e, dal vegliardo con le grucce al neonato in passeggino, i “nicchiaioli” ci sono tutti. L’aria profuma di agnello arrosto, le caraffe di rosso si svuotano e tornano piene a ritmi da miracolo evangelico. E dire che ci sarebbe poco da festeggiare: quest’anno il Nicchio è fuori dal Palio per squalifica. Sanzione scattata per una bagarre con gli odiati vicini del Valdimontone. «Non creda a chi le racconta che finita la festa si ripongono le ostilità e si va a prendere il caffè tutti assieme» precisa Duccio Balestracci, che alla kermesse stracittadina ha da poco dedicato un libro bellissimo, Il Palio di Siena (Laterza). «Però è vero che le struffate, gli scontri, restano dentro un codice, nel tempo sospeso del rito». Concluso il Palio, le animosità rimangono intatte, ma non ci si spacca la faccia. &…
SIENA. Tenera è la notte d’agosto su Siena. Adesso siamo a cena nella contrada del Nicchio e, dal vegliardo con le grucce al neonato in passeggino, i “nicchiaioli” ci sono tutti. L’aria profuma di agnello arrosto, le caraffe di rosso si svuotano e tornano piene a ritmi da miracolo evangelico. E dire che ci sarebbe poco da festeggiare: quest’anno il Nicchio è fuori dal Palio per squalifica. Sanzione scattata per una bagarre con gli odiati vicini del Valdimontone. «Non creda a chi le racconta che finita la festa si ripongono le ostilità e si va a prendere il caffè tutti assieme» precisa Duccio Balestracci, che alla kermesse stracittadina ha da poco dedicato un libro bellissimo, Il Palio di Siena (Laterza). «Però è vero che le struffate, gli scontri, restano dentro un codice, nel tempo sospeso del rito». Concluso il Palio, le animosità rimangono intatte, ma non ci si spacca la faccia. È così da sempre.
Però di recente le cose si sono inguaiate. A compromettere l’atavico equilibrio tra nemici ci è messo lo zampino dei social. Per far dispetto a una contrada rivale o per pura cretineria si sono scaraventati in rete video delle scazzottate e la magistratura li ha acquisiti. Rissa aggravata. I processi sono in corso. Stramaledetti social, dopo le contestazioni – mai sopite – degli animalisti, ci mancavano solo loro per riportare il mirabile Palio sotto accusa. Contro i post selvaggi, nelle contrade è partito un severo programma di autodisciplina. Vedremo se funzionerà. Dopotutto, il Palio è sopravvissuto a prove ben peggiori: guerre, malgoverni, crack finanziari – ultimo quello del sistema Monte Paschi. Città fiera con punte di narcisismo, Siena non si è ancora rimessa dalla botta, ma le contrade tengono duro. Per tutto l’anno mobilitano risorse, affetti, generosità, intelligenze e in fondo il Palio non è che la parte emersa di questo sotterraneo lavorìo comunitario.
Un minuto e 15 secondi
Nella classifica dei “digiunatori”, il Nicchio è in seconda posizione: non vince un Palio dall’agosto ’98. Peggio di lui soltanto l’Aquila: 27 anni di magra. Però chi se ne frega, la festa è arte della guerra, ma soprattutto arte della gioia. E alle cene in strada l’atmosfera è sempre da tripudio, da crapula goliardica. Si canta, si tracanna, si gufa contro l’avversario, con un pensierino sempre rivolto alla Fortuna, divinità tremenda che il popolo dei contradaioli è riuscito a domare con il suo focoso disincanto. E intanto si avvicina l’ora della verità, la “carriera”, la corsa dell’Assunta alle sette de la tarde. Ebbrezza di un minuto e quindici secondi. In fondo la durata media dei momenti di vera felicità nella vita di un essere umano.
Curve pericolose
Che col suo groviglio di passioni, magheggi, feroci antagonismi, sberleffi e sacra follia, il Palio rappresenti uno specchio dell’italianità è idea che si è incrostata nel tempo fino ad assumere la dura scorza del luogo comune. Ma – a meno che questo non sia a sua volta un cliché – ogni luogo comune dovrebbe racchiudere almeno un torsolo di verità, e così il libro di Balestracci ha per sottotitolo Una festa italiana. Scelta d’una qualche audacia in un posto come Siena che da sempre rivendica – con più di una ragione – la propria eccentricità culturale. Eppure il Palio – di cui il professore ripercorre origini e metamorfosi, sfatando pure qualche fake news – è un formidabile balcone affacciato sulla storia d’Italia: curve pericolose, tonfi e trionfi, fragori e mestizie.«Nel Palio si concentra un patrimonio ludico e festivo che appartiene al Paese, ma che in altre città si è perso perché mancava l’elemento che qui ne ha permesso il coagulo e la sopravvivenza: la contrada» dice Balestracci, classe 1949, professore di storia medioevale all’università di Siena nonché fervente contradaiolo del Nicchio e, quest’estate, nel ruolo di «farcitore di pizza» durante i gremiti raduni rionali.
Che a Siena i Poteri si siano puntualmente serviti del Palio come instrumentum regni è un’ovvietà. E tuttavia qui – spiega l’autore – è successo anche l’inverso: la festa ha a sua volta usato i Poteri per rafforzarsi: «sin dall’inizio, non viene elargita al popolo dall’alto, ma fatta dal popolo». Ci hanno sempre raccontato che il Palio nasce come una geniale elaborazione del lutto dopo il 1555, l’annus horribilis in cui, al termine di un assedio atroce, Siena capitola davanti all’odiata Firenze perdendo un’antica e irsuta indipendenza repubblicana. Lo sfoggio di bandiere, armi e gonfaloni in piazza sarebbe insomma, da parte del vinto, una rivendicazione di orgoglio nelle forme sublimate e un po’ elegiache del rito. Una macchina simbolica che teatralizzando la grandezza d’antan è in grado di renderla di nuovo presente. Questa interpretazione convince lo studioso fino a un certo punto: «Dopo la resa, Siena non si sottomette, ma si confedera con Firenze. Certo, nella festa si mantiene la memoria della comunità, ma occhio a non cadere nell’enfasi nostalgica, perché dentro la storia del Palio c’è molto di più». Dopotutto – seppur scaturendo da una lunga gestazione fatta di pubbliche cacce, pugnate (scazzottate), corse alla lunga (cioè lineari e non circolari) – il Palio così come lo conosciamo comincia a profilarsi un secolo dopo il trauma della sconfitta coi fiorentini, ossia a metà del Seicento. Da allora chiunque si troverà a trattare con la senesità dovrà farci i conti. Piaccia o no.
Ma il Palio del popolo ai potenti piace, e piace assai. A inizio Ottocento, il “liberatore” Bonaparte cancella gli stemmi nobiliari che avevano a lungo egemonizzato la festa, e la intesta a se stesso: durante le celebrazioni di agosto viene imposto un culto di “San Napoleone” che sa di parodia involontaria e avrà vita effimera. In seguito, la giovane Italia unitaria si stringerà intorno al Palio, e viceversa. Nel 1867, Garibaldi si presenta a Siena con 400 camicie rosse, acclamato da 25 mila persone. «Morte ai preti» grida qualcuno tra folla (la questione romana è ancora aperta), ma dal balcone l’Eroe dei due mondi smorza i bollori: «Morte a nessuno. O Roma viene all’Italia o l’Italia va a Roma». Ovazioni. In epoca post-risorgimentale, la grande madrina, la patrona laica del Palio è invece Margherita di Savoia. La regina (“regina madre” dopo l’omicidio del marito Umberto I) ama Siena di ricambiato amore. Prosperosa, raggiunge quasi una popolarità da sex symbol. Tanto da meritarsi uno stornello salace: «Margheritè, Margheritè / ce l’hai promessa daccela / o faccela vedè». La fine del XIX secolo è anche il momento in cui emblemi e costumi del Palio si “medievalizzano”. Una classica invenzione della tradizione, in linea col gusto tardoromantico, tra il liberty e il preraffaellita. Fino ad allora lo stile dei cortei era stato tutt’altro: allegorie barocche, paganeggianti, composizioni bucoliche di villanelle e pastori.
Fascista doc
Ma, tornando alla politica, Balestracci ricorda come siano state due le figure davvero decisive per le sorti del Palio: quella della governatrice Violante Beatrice di Baviera che col bando del 1730 fissa numero (17) e territori delle contrade; e quella di Fabio Bargagli Petrucci, aristocratico, intellettuale, podestà fascista di Siena dal 1923 al ’36, che convince Mussolini a blindare la festa con una specie di bollino doc: in Italia di palii ce ne sono tanti, ma d’ora in poi la denominazione “Palio” spetterà soltanto a quello senese. Ottima trovata per consolidare il consenso. Però il rapporto tra fascismo e la festa va oltre, configurandosi a tratti come un’autentica osmosi. Del Palio, il regime esalta la religione delle radici, la virilità guerriera, ne fa una «cerimonia mistico-marziale». Lo riplasma a sua immagine, ne enfatizza i vincoli terragni, ma allo stesso tempo lo rivende come patrimonio dell’intera nazione. A prezzi stracciati si organizzano perciò viaggi popolari all inclusive comprensivi di trasporti, alloggio, guide, mensa, e uno spicchio di piazza del Campo riservato agli ospiti durante la corsa. Anche così si inquadrano le masse. Le contrade intanto si fascistizzano ma le rivalità ancestrali non possono essere rabbonite e finiscono col preoccupare le autorità. Nell’agosto del ’39, mentre in Europa si gonfiano venti di guerra, viene deciso che a Siena l’ordine pubblico andrà mantenuto a qualunque costo. Anche ricorrendo all’inciucio. La Torre è la contrada che non vince il Palio da più tempo, 29 anni. Per disinnescare rabbia e frustrazione si stabilisce che sarà lei ad aggiudicarsi la corsa. Cosa che avviene.
Curiosamente, nel 1947, si parlerà di un’analoga combine tra politica e contrade, ma di segno ideologico diametralmente opposto. Alla festa dell’agosto di settantadue anni fa assiste anche Palmiro Togliatti. Sotto gli occhi del “Migliore” è di nuovo il cavallo della Torre a prevalere. E un giornale titola: “La Torre vince e Togliatti è contento”. Ma perché mai la contrada che era stata favorita dal fascismo ora sarebbe la più cara al leader comunista? «Solo perché ha la bandiera rossa» sorride Maura Matteucci, che ha aiutato Balestracci nelle voluminose ricerche d’archivio. «L’articolo raccontava che nella notte precedente il Palio, Togliatti avrebbe tramato per assicurarle il trionfo. Ma era una fake news con cui si riciclava l’episodio del ’39».
(Sul Venerdì del 15 agosto 2019)
Però di recente le cose si sono inguaiate. A compromettere l’atavico equilibrio tra nemici ci è messo lo zampino dei social. Per far dispetto a una contrada rivale o per pura cretineria si sono scaraventati in rete video delle scazzottate e la magistratura li ha acquisiti. Rissa aggravata. I processi sono in corso. Stramaledetti social, dopo le contestazioni – mai sopite – degli animalisti, ci mancavano solo loro per riportare il mirabile Palio sotto accusa. Contro i post selvaggi, nelle contrade è partito un severo programma di autodisciplina. Vedremo se funzionerà. Dopotutto, il Palio è sopravvissuto a prove ben peggiori: guerre, malgoverni, crack finanziari – ultimo quello del sistema Monte Paschi. Città fiera con punte di narcisismo, Siena non si è ancora rimessa dalla botta, ma le contrade tengono duro. Per tutto l’anno mobilitano risorse, affetti, generosità, intelligenze e in fondo il Palio non è che la parte emersa di questo sotterraneo lavorìo comunitario.
Un minuto e 15 secondi
Nella classifica dei “digiunatori”, il Nicchio è in seconda posizione: non vince un Palio dall’agosto ’98. Peggio di lui soltanto l’Aquila: 27 anni di magra. Però chi se ne frega, la festa è arte della guerra, ma soprattutto arte della gioia. E alle cene in strada l’atmosfera è sempre da tripudio, da crapula goliardica. Si canta, si tracanna, si gufa contro l’avversario, con un pensierino sempre rivolto alla Fortuna, divinità tremenda che il popolo dei contradaioli è riuscito a domare con il suo focoso disincanto. E intanto si avvicina l’ora della verità, la “carriera”, la corsa dell’Assunta alle sette de la tarde. Ebbrezza di un minuto e quindici secondi. In fondo la durata media dei momenti di vera felicità nella vita di un essere umano.
Curve pericolose
Che col suo groviglio di passioni, magheggi, feroci antagonismi, sberleffi e sacra follia, il Palio rappresenti uno specchio dell’italianità è idea che si è incrostata nel tempo fino ad assumere la dura scorza del luogo comune. Ma – a meno che questo non sia a sua volta un cliché – ogni luogo comune dovrebbe racchiudere almeno un torsolo di verità, e così il libro di Balestracci ha per sottotitolo Una festa italiana. Scelta d’una qualche audacia in un posto come Siena che da sempre rivendica – con più di una ragione – la propria eccentricità culturale. Eppure il Palio – di cui il professore ripercorre origini e metamorfosi, sfatando pure qualche fake news – è un formidabile balcone affacciato sulla storia d’Italia: curve pericolose, tonfi e trionfi, fragori e mestizie.«Nel Palio si concentra un patrimonio ludico e festivo che appartiene al Paese, ma che in altre città si è perso perché mancava l’elemento che qui ne ha permesso il coagulo e la sopravvivenza: la contrada» dice Balestracci, classe 1949, professore di storia medioevale all’università di Siena nonché fervente contradaiolo del Nicchio e, quest’estate, nel ruolo di «farcitore di pizza» durante i gremiti raduni rionali.
Che a Siena i Poteri si siano puntualmente serviti del Palio come instrumentum regni è un’ovvietà. E tuttavia qui – spiega l’autore – è successo anche l’inverso: la festa ha a sua volta usato i Poteri per rafforzarsi: «sin dall’inizio, non viene elargita al popolo dall’alto, ma fatta dal popolo». Ci hanno sempre raccontato che il Palio nasce come una geniale elaborazione del lutto dopo il 1555, l’annus horribilis in cui, al termine di un assedio atroce, Siena capitola davanti all’odiata Firenze perdendo un’antica e irsuta indipendenza repubblicana. Lo sfoggio di bandiere, armi e gonfaloni in piazza sarebbe insomma, da parte del vinto, una rivendicazione di orgoglio nelle forme sublimate e un po’ elegiache del rito. Una macchina simbolica che teatralizzando la grandezza d’antan è in grado di renderla di nuovo presente. Questa interpretazione convince lo studioso fino a un certo punto: «Dopo la resa, Siena non si sottomette, ma si confedera con Firenze. Certo, nella festa si mantiene la memoria della comunità, ma occhio a non cadere nell’enfasi nostalgica, perché dentro la storia del Palio c’è molto di più». Dopotutto – seppur scaturendo da una lunga gestazione fatta di pubbliche cacce, pugnate (scazzottate), corse alla lunga (cioè lineari e non circolari) – il Palio così come lo conosciamo comincia a profilarsi un secolo dopo il trauma della sconfitta coi fiorentini, ossia a metà del Seicento. Da allora chiunque si troverà a trattare con la senesità dovrà farci i conti. Piaccia o no.
Ma il Palio del popolo ai potenti piace, e piace assai. A inizio Ottocento, il “liberatore” Bonaparte cancella gli stemmi nobiliari che avevano a lungo egemonizzato la festa, e la intesta a se stesso: durante le celebrazioni di agosto viene imposto un culto di “San Napoleone” che sa di parodia involontaria e avrà vita effimera. In seguito, la giovane Italia unitaria si stringerà intorno al Palio, e viceversa. Nel 1867, Garibaldi si presenta a Siena con 400 camicie rosse, acclamato da 25 mila persone. «Morte ai preti» grida qualcuno tra folla (la questione romana è ancora aperta), ma dal balcone l’Eroe dei due mondi smorza i bollori: «Morte a nessuno. O Roma viene all’Italia o l’Italia va a Roma». Ovazioni. In epoca post-risorgimentale, la grande madrina, la patrona laica del Palio è invece Margherita di Savoia. La regina (“regina madre” dopo l’omicidio del marito Umberto I) ama Siena di ricambiato amore. Prosperosa, raggiunge quasi una popolarità da sex symbol. Tanto da meritarsi uno stornello salace: «Margheritè, Margheritè / ce l’hai promessa daccela / o faccela vedè». La fine del XIX secolo è anche il momento in cui emblemi e costumi del Palio si “medievalizzano”. Una classica invenzione della tradizione, in linea col gusto tardoromantico, tra il liberty e il preraffaellita. Fino ad allora lo stile dei cortei era stato tutt’altro: allegorie barocche, paganeggianti, composizioni bucoliche di villanelle e pastori.
Fascista doc
Ma, tornando alla politica, Balestracci ricorda come siano state due le figure davvero decisive per le sorti del Palio: quella della governatrice Violante Beatrice di Baviera che col bando del 1730 fissa numero (17) e territori delle contrade; e quella di Fabio Bargagli Petrucci, aristocratico, intellettuale, podestà fascista di Siena dal 1923 al ’36, che convince Mussolini a blindare la festa con una specie di bollino doc: in Italia di palii ce ne sono tanti, ma d’ora in poi la denominazione “Palio” spetterà soltanto a quello senese. Ottima trovata per consolidare il consenso. Però il rapporto tra fascismo e la festa va oltre, configurandosi a tratti come un’autentica osmosi. Del Palio, il regime esalta la religione delle radici, la virilità guerriera, ne fa una «cerimonia mistico-marziale». Lo riplasma a sua immagine, ne enfatizza i vincoli terragni, ma allo stesso tempo lo rivende come patrimonio dell’intera nazione. A prezzi stracciati si organizzano perciò viaggi popolari all inclusive comprensivi di trasporti, alloggio, guide, mensa, e uno spicchio di piazza del Campo riservato agli ospiti durante la corsa. Anche così si inquadrano le masse. Le contrade intanto si fascistizzano ma le rivalità ancestrali non possono essere rabbonite e finiscono col preoccupare le autorità. Nell’agosto del ’39, mentre in Europa si gonfiano venti di guerra, viene deciso che a Siena l’ordine pubblico andrà mantenuto a qualunque costo. Anche ricorrendo all’inciucio. La Torre è la contrada che non vince il Palio da più tempo, 29 anni. Per disinnescare rabbia e frustrazione si stabilisce che sarà lei ad aggiudicarsi la corsa. Cosa che avviene.
Curiosamente, nel 1947, si parlerà di un’analoga combine tra politica e contrade, ma di segno ideologico diametralmente opposto. Alla festa dell’agosto di settantadue anni fa assiste anche Palmiro Togliatti. Sotto gli occhi del “Migliore” è di nuovo il cavallo della Torre a prevalere. E un giornale titola: “La Torre vince e Togliatti è contento”. Ma perché mai la contrada che era stata favorita dal fascismo ora sarebbe la più cara al leader comunista? «Solo perché ha la bandiera rossa» sorride Maura Matteucci, che ha aiutato Balestracci nelle voluminose ricerche d’archivio. «L’articolo raccontava che nella notte precedente il Palio, Togliatti avrebbe tramato per assicurarle il trionfo. Ma era una fake news con cui si riciclava l’episodio del ’39».
(Sul Venerdì del 15 agosto 2019)