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L'altare nel parco

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Questioncina non proprio da ombrellone: se il sacro e i suoi luoghi siano o meno al di là del Bene e del Male. Perché sì, d’accordo, è evidente la degenerazione del tifo e il suo sconfinare nei mondi proibiti della droga
e della criminalità organizzata; ed è per questoche probabilmente hanno fatto la festa a Diabolik, come significativamente si faceva chiamare Fabrizio Piscitelli, boss degli Irriducibili della Lazio. Ancora una volta, specie a Roma, i fattaccidi cronaca nera accadono in estate, in questo caso nello splendido e insieme torvo scenario del Parco degli Acquedotti, fra ruderi, pini, sterpaglie e polvere. C’è un killer vestito da runner (là dove
i due termini indicano, insieme all’acetata vistosità dei colori, la fine anche di una certa umanità malavitosa) che si avvicina alle spalle della vittima e via: colpo secco e silenziato alla nuca, all’altezza dell’orecchio sinistro. …
Questioncina non proprio da ombrellone: se il sacro e i suoi luoghi siano o meno al di là del Bene e del Male. Perché sì, d’accordo, è evidente la degenerazione del tifo e il suo sconfinare nei mondi proibiti della droga
e della criminalità organizzata; ed è per questoche probabilmente hanno fatto la festa a Diabolik, come significativamente si faceva chiamare Fabrizio Piscitelli, boss degli Irriducibili della Lazio. Ancora una volta, specie a Roma, i fattaccidi cronaca nera accadono in estate, in questo caso nello splendido e insieme torvo scenario del Parco degli Acquedotti, fra ruderi, pini, sterpaglie e polvere. C’è un killer vestito da runner (là dove
i due termini indicano, insieme all’acetata vistosità dei colori, la fine anche di una certa umanità malavitosa) che si avvicina alle spalle della vittima e via: colpo secco e silenziato alla nuca, all’altezza dell’orecchio sinistro. Chirugico. E rimane poco altro da dire, se non il il fatto che il Diablo, altro sintomatico soprannome, era seduto su una panchina, o meglio su quella specie di ex panchina sacralizzata che si vede nella foto qui sotto.

Ora, al di là di qualsiasi rilievo fattuale, per pura notazione pare di cogliere un nesso abbastanza stretto, e tuttavia contraddittorio, fra quella che tutti hanno chiamato un’esecuzione e il particolare spazio in cui è andata in scena. Perché è evidente che su una panchina, come in ogni altro posto, è possibile morire, e infatti a scorrere le cronache si trova che dalle parti di Pisa stando seduto su una panchina un uomo è morto per la caduta di un albero, e a Catania una donna è finita sotto una palma, e a Campobasso un poveraccio è stato folgorato, e a Milano un somalo è morto di freddo, come tanti altri clochard. Altrimenti le panchine - a Roma oltretutto sono spesso rotte - ospitano innamorati, pensionati, studenti che marinano la scuola, ginnasti che fanno flessioni, o magari poeti e filosofi, oppure perdigiorno o individui che vivono di rimpianti. Ma anche senza troppi svolazzi romantici: che cosa accade quando un boss, che è anche un capo tribù di strada e di spalti, un re guerriero garante di passioni e d’identità, uno che bene o male officia rituali di massa viene sorpreso dalla morte violenta su di una panchina? Ecco dunque che a prescindere dal chi e dal perché quel luogo, proprio perché segnato dal sangue, si trasfigura come dopo un sacrificio umano, e la pacifica panchina diventa un altare pagano con piante, fiori, bandiere, striscioni, gagliardetti, cuscini, sciarpe, tessere dello stadio. Tutto questo per notare che il sacro, cacciato dalla porta della società, si prende la sua visibile rivalsa rientrando dalla finestra anodizzata del futuro remoto.

Sul Venerdì del 23 agosto 2019