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Roma, street art sui piloni della Tangenziale Est (Mimmo Frassineti / Agf) 

Tangenziale Est, la grande bruttezza

I romani sono tutti d'accordo: quella strada soprelevata è un mostro. Eppure ora che se ne abbatte un pezzo sembrano quasi dispiaciuti. Forse perché è "er pezzo sbajato"?
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ROMA. La Tangenziale Est è un mostro. Progettata negli anni Sessanta in piena hubris automobilistica, con le sue corsie sopraelevate che aerodinamiche sfrecciano tra i palazzi e gli svincoli che si stagliano nel cielo fino a raggiungere un'altezza di cinque piani, doveva essere un simbolo di efficienza e modernità, la prova che la fu Città Eterna aveva infine abbracciato il futuro approdando per via motorizzata al rango di Metropoli. Sappiamo com'è andata. Perenne fonte di rumore e inquinamento, dannazione per chiunque abbia la sventura di abitarci davanti (o peggio ancora sotto), questa autostrada multiplanare dagli stranianti effetti piranesiani è diventata nei decenni una sorta di immane totem alla più tetra distopia urbana.

Già negli anni 60, i poliziotteschi che cercavano di trapiantare in Italia il cupio dissolvi tardoindustriale di Chicago e Detroit, la elessero a set per spericolati inseguimenti a bordo di un'Alfett…
ROMA. La Tangenziale Est è un mostro. Progettata negli anni Sessanta in piena hubris automobilistica, con le sue corsie sopraelevate che aerodinamiche sfrecciano tra i palazzi e gli svincoli che si stagliano nel cielo fino a raggiungere un'altezza di cinque piani, doveva essere un simbolo di efficienza e modernità, la prova che la fu Città Eterna aveva infine abbracciato il futuro approdando per via motorizzata al rango di Metropoli. Sappiamo com'è andata. Perenne fonte di rumore e inquinamento, dannazione per chiunque abbia la sventura di abitarci davanti (o peggio ancora sotto), questa autostrada multiplanare dagli stranianti effetti piranesiani è diventata nei decenni una sorta di immane totem alla più tetra distopia urbana.

Già negli anni 60, i poliziotteschi che cercavano di trapiantare in Italia il cupio dissolvi tardoindustriale di Chicago e Detroit, la elessero a set per spericolati inseguimenti a bordo di un'Alfetta anziché di una Dodge. Nel primo Fantozzi è la strada su cui si lancia lo sfortunato ragioniere per prendere al volo il bus in una delle sue scene più classiche. Nel Borghese piccolo piccolo di Monicelli è il minaccioso cavalcavia su cui affaccia l'appartamento del giustiziere fai-da-te Alberto Sordi. Tuttora, a passeggiare ai piedi dei suoi piloni, si rincorrono i paragoni più improbabili: il pensiero va a Bangkok o a qualche imprecisata pellicola cyberpunk, e i profili tirannici delle carreggiate che incombono dall'alto profumano di pericolo e di apocalisse, metafora di un futuro che dal radioso avvenire dei tempi che furono è precipitato nel pozzo oscuro della decadenza e del devasto.

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O almeno, questo è il genere di commenti in cui è facile imbattersi nel tratto che dal quartiere Pigneto porta al cimitero del Verano, quello che nell'immaginario cittadino sta a indicare la Tangenziale per eccellenza. Perché la realtà è che da lì la Tangenziale prosegue, attraversa la città da sud a nordovest disegnando un arco che replica in piccolo la circonferenza del Grande Raccordo Anulare. Sfiora quartieri tra loro diversissimi come il Tiburtino e i Parioli, San Lorenzo e Ponte Milvio, corre per 15 chilometri da piazza San Giovanni al Foro Italico. Ma fa niente: per via di qualche arcano incantesimo psicogeografico (forse propiziato dalla witch Gabriella Ferri che già nel 1973 vi girò il video di Dove sta Zazà) per i romani la Tangenziale Est rimane prima di tutto "la strada di Fantozzi", l'ardito intreccio di viadotti e pilastri in cemento armato che funzionano da Colonne d'Ercole oltre le quali si apre la (ex) sottoproletaria, (ex) pasoliniana, (ex) borgatarissima Roma Est, nonché la soprelevata più famosa d'Italia, assieme a quella di Genova, ovvio.

È un fraintendimento non si sa quanto involontario che ha prodotto una surreale allucinazione estiva nel momento in cui la sindaca Virginia Raggi ha annunciato l'abbattimento di circa 500 metri di strada, inaugurando i lavori lo scorso 5 agosto. "Il ragionier Fantozzi non salterà più", ha commentato un malinconico Enrico Vanzina, mentre il resto dei romani si domandava allarmato quali sarebbero state le ripercussioni sul traffico. Il fatto però è che i lavori di smantellamento non riguardano la famigerata soprelevata tante volte immortalata al cinema, ma il segmento - soprelevato anch'esso, d'accordo - che passa davanti alla Stazione Tiburtina, un paio di chilometri più a nord. Detta altrimenti: il ragionier Fantozzi è salvo, gli inseguimenti alla Roma violenta pure. Il mostro è ancora lì.

E allora perché tanta apprensione preventiva? Da dove nasce questa precauzionale malinconia per un'opera indifendibile, sfregio inferto ai popolari quartieri est da decenni ridotti a grigie rampe di lancio impregnate di puzza di tubi di scappamento e pneumatici usati? Vent'anni fa, nel 1999, i Colle der Fomento scelsero il tratto soprelevato della Tangenziale Est come fondale per il video di Il cielo su Roma, lettera d'amore alla città in forma di rap. È un indizio illuminante: niente colossei, niente piazze barocche, niente centro. Piuttosto, la bruttura senza appello dell'opera ingegneristica che stabilisce il confine attraversato il quale tutto è periferia. È quella la vera Roma, pare dirci il più grande gruppo rap che la città abbia mai prodotto. L'unica per la quale provare affetto.

La Tangenziale Est di Roma è un mostro, certo. Solo che ai mostri finisci per volergli bene. Per gli stessi motivi che la condannano a faraonica opera simbolo della più ottusa tracotanza umana, ha finito per diventare un feticcio per tutti coloro che nelle sue curve individuano il soffio di una promessa che, seppur non mantenuta, continua a esercitare una qualche forma di magnetismo irrazionale. Il culto che si è sviluppato attorno alla sua imponenza veteromoderna, nasce alle volte da motivazioni estetiche orgogliosamente non convenzionali, o più spesso dal fatto che, specie per le più recenti generazioni cresciute nel quadrante orientale della città, la soprelevata "c'è sempre stata", finendo così per acquisire significati al tempo stesso intimidenti e rassicuranti, quasi che al riparo dei suoi piloni stia l'identità stessa di un pezzo di città storicamente negletto.

Di fatto, nel suo tratto soprelevato la Tangenziale Est è uno di pochi monumenti comunemente riconosciuti lasciati in eredità dalla Roma postbellica: iconica, maestosa, persino ieratica nella sua solennità motorizzata. È arrivata a rappresentare quello che in gergo definiremmo il più classico dei landmark urbani. E questo non poteva che tradursi in effetti paradossali. È indicativo come per le torme di gentrificatori attratti dalla sedicente 'vibrante comunità' ospitata da quartieri come il Pigneto, la sua presenza sia un valore anziché un motivo di biasimo: basta dare un'occhiata all'immane quantità di scatti fotografici che la ritraggono manco fosse un antico mausoleo miracolosamente intatto.

Per chi invece è costretto contro la sua volontà ad abitarci davanti (o sotto), resta quella fonte di rumore, sporco e gas capace di rendere un banale pomeriggio in casa un'esperienza ai limiti dell'invivibilità. Per gli uni e per gli altri, la Tangenziale Est è un incubo: solo che gli incubi sono anche capaci di ammaliare. C'è chi si dà a pratiche di dark tourism andando a visitare luoghi della catastrofe come Chernobyl o Hiroshima come fossero una Disneyland qualunque. A Roma, il sospetto è che ci sia anche chi è disposto a pagare un affitto da 1.200 euro al mese per un affaccio esclusivo sulla "strada di Fantozzi". Possibilmente nello stesso appartamento abitato da Sordi nel Borghese piccolo piccolo.

Sul Venerdì del 23 agosto 2019