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Una scena dal film The Road di John Hillcoat (2009), tratto dal romanzo di Cormac McCarthy La strada (Einaudi, 2006) (Contrasto) 

La Terra è spacciata. Sulla carta

Città sommerse, paesaggi bruciati, montagne di rifiuti: sempre più romanzi raccontano l'apocalisse climatica. Ma pochi il qui e ora
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Chiamatela cli-fi. Non si tratta di una rete senza fili, o forse sì. È l’etichetta buona per tenere insieme opere creative sulle conseguenze dei cambiamenti climatici. Climate fiction, appunto. Il giornalista a cui si deve il conio si chiama Dan Bloom, ha aperto un blog per aggiornare il censimento e accetta segnalazioni, le pesca dappertutto. Dal magazine di Oprah Winfrey cava «sette romanzi che affrontano in chiave provocatoria i cambiamenti climatici». Colonie di farfalle disorientate dall’inquinamento, nazioni devastate da tempeste di sabbia, New York sommersa dall’acqua (Kim Stanley Robinson, New York 2140, Fanucci).

Il vecchio J.G. Ballard l’aveva vista lunga: quasi sessant’anni fa, nelle pagine di Il mondo sommerso, aveva reso lagunari le grandi metropoli occidentali, tirando in ballo lo scioglimento delle calotte polari. Argomento di per sé poco attraente, storia lenta e che – come spiega Jonathan Safran Foe…
Chiamatela cli-fi. Non si tratta di una rete senza fili, o forse sì. È l’etichetta buona per tenere insieme opere creative sulle conseguenze dei cambiamenti climatici. Climate fiction, appunto. Il giornalista a cui si deve il conio si chiama Dan Bloom, ha aperto un blog per aggiornare il censimento e accetta segnalazioni, le pesca dappertutto. Dal magazine di Oprah Winfrey cava «sette romanzi che affrontano in chiave provocatoria i cambiamenti climatici». Colonie di farfalle disorientate dall’inquinamento, nazioni devastate da tempeste di sabbia, New York sommersa dall’acqua (Kim Stanley Robinson, New York 2140, Fanucci).

Il vecchio J.G. Ballard l’aveva vista lunga: quasi sessant’anni fa, nelle pagine di Il mondo sommerso, aveva reso lagunari le grandi metropoli occidentali, tirando in ballo lo scioglimento delle calotte polari. Argomento di per sé poco attraente, storia lenta e che – come spiega Jonathan Safran Foer,  funziona poco. Fuori dalla distopia (nemmeno troppo distopica), i narratori in effetti arrancano. Un conto è inventarsi un futuro prossimo, lavorando su scenari di apocalisse; un conto è mettersi a raccontare, dal vero, «migliaia di tonnellate di mercurio, cadmio e piombo, montagne di fertilizzanti e pesticidi» che devastano l’ambiente senza effetti da drammone hollywoodiano. Ne scriveva il tedesco W.G. Sebald a metà anni Novanta nel resoconto del suo viaggio solitario a piedi nel Suffolk, Gli anelli di Saturno. E poi? Poi, a intermittenza, più che mettere a fuoco letterariamente situazioni di rischio ambientale, gli scrittori sono inciampati nel paesaggio. Trovandolo ferito. Uno come Jonathan Franzen, birdwatcher professionale, nel romanzo Libertà, del 2010, mette in scena le ansie di un ambientalista «più verde di Greenpeace e cresciuto in campagna».

«La difficoltà di far interagire ecosistemi sociali diversi», sintetizza Niccolò Scaffai, che nel recente Ecologia e letteratura. Forme e temi di una relazione narrativa (Carocci) va in cerca di scrittori capaci di rappresentare «un paesaggio non soggettivo, uno spazio ecologico». C’è il DeLillo di Underworld, il cui protagonista percepisce tutto in termini di rifiuto, di scarto, di spazzatura. C’è il McCarthy post-apocalittico di La strada: il peggio che doveva accadere è accaduto, e due sopravvissuti – un padre e un figlio – compiono un interminabile percorso nel niente. Lo strazio è soprattutto ricordare com’era il mondo di prima. Com’era bere una Coca-Cola, per esempio. Male o bene che facesse, allo stomaco e al pianeta. C’è Ian McEwan di Solar con il suo personaggio, Nobel fittizio, impegnato nel progetto di un avveniristico impianto a energia solare. Infastidito, per paradosso, dall’eccessivo accaloramento non del pianeta Terra ma di chi si impegna pubblicamente in sua difesa: «Ecco che cosa non sopportava delle persone politicamente impegnate: che ingiustizie e catastrofi fossero il loro latte materno, la loro linfa vitale, la sorgente del loro piacere».

Gli italiani, a ogni modo, restano indietro. Almeno negli scritti. Un drappello di cultori della natura (Rigoni Stern innamorato della montagna incontaminata) e di ecologisti ansiosi (il Calvino di Marcovaldo e delle Città invisibili, l’Ortese “animalista”, il Volponi del Pianeta irritabile, dove una scimmia, un’oca, un elefante, un nano si muovono fra le ceneri di un’esplosione atomica) non ha generato figli e nipoti preoccupatissimi. Fa eccezione Bruno Arpaia che in un romanzo come Qualcosa, là fuori, racconta un gruppo di esseri umani impegnati a salvarsi in un’Europa stravolta dai mutamenti climatici. O Antonio Moresco che, nelle pagine infuocate di Il grido, letteralmente urla contro un’umanità addormentata – le prime generazioni in bilico su una possibile estinzione di specie. Dialoga, da lontano, con Leopardi e con Stephen Hawking, convoca ombre e viventi, e dolorosamente li invita a unire le loro voci contro la grande e tragica rimozione. O La grande cecità, come la chiama l’indiano Amitav Ghosh, convinto che il cambiamento climatico «getti sul paesaggio della finzione letteraria un’ombra assai più ridotta di quella che getta sull’arena pubblica». Se certe forme letterarie sono incapaci di vedersela con flutti e tifoni presenti e futuri, sostiene amaro Ghosh, significa che hanno fallito.

Un difetto di immaginazione? Forse anche di paura. La parola la mette sul tavolo Frederik Sjöberg – scrittore, biologo, entomologo svedese – quando, nell’Arte della fuga, prova anche a cacciarla via. Il Museo di Storia Naturale di Stoccolma, anni fa, gli chiese di progettare una grande mostra sul clima. «Le mie proposte risultarono probabilmente irrealizzabili, forse anche stupide». Intendeva piazzare al centro di una sala la copia fedele, a grandezza naturale, di un rinoceronte lanoso. Con una piccolissima targa come unico commento: estinto diecimila anni fa a causa dei cambiamenti climatici.

Sul Venerdì del 23 agosto 2019