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L'infinito fascino della natura, disegno dell'artista austriaco Max Peintner (Courtesy of the Artist and for Forest) 

Klaus Littmann: «Vado allo stadio. A tifare per il bosco»

L'artista svizzero per due mesi trasformerà l'impianto di Klangenfurt in una foresta. Ma la sua idea ha scatenato gli ultrà: non solo quelli della squadra di calcio
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KLAGENFURT (Austria). Ci sono voluti trent'anni per realizzare il sogno di un ardito visionario svizzero. E cinquanta per concretizzare l'apparizione di un profetico artista austriaco. Ma adesso la loro chimera sta per debuttare. Tra molte polemiche...

Era il 1989 quando Klaus Littmann, ex allievo di Joseph Beuys e proprietario di una galleria d'arte a Basilea, vide i disegni folli, distopici di Max Peintner, pittore e architetto tirolese. Tra gli schizzi, L'infinito fascino della natura: la raffigurazione di un bosco costretto dentro uno stadio di calcio, che quel folle sognatore aveva concepito nel 1970, quando ancora non si parlava dei danni della deforestazione e dell'effetto serra. Quasi a dire: immaginate un mondo in cui gli alberi saranno così scarsi da non esistere più in natura, ma solo fra il cemento, in cattività, come gli animali nello zoo. Littmann ne fu folgorato. Rintracciò Peintner e gli propose di realizzare concretamen…
KLAGENFURT (Austria). Ci sono voluti trent'anni per realizzare il sogno di un ardito visionario svizzero. E cinquanta per concretizzare l'apparizione di un profetico artista austriaco. Ma adesso la loro chimera sta per debuttare. Tra molte polemiche...

Era il 1989 quando Klaus Littmann, ex allievo di Joseph Beuys e proprietario di una galleria d'arte a Basilea, vide i disegni folli, distopici di Max Peintner, pittore e architetto tirolese. Tra gli schizzi, L'infinito fascino della natura: la raffigurazione di un bosco costretto dentro uno stadio di calcio, che quel folle sognatore aveva concepito nel 1970, quando ancora non si parlava dei danni della deforestazione e dell'effetto serra. Quasi a dire: immaginate un mondo in cui gli alberi saranno così scarsi da non esistere più in natura, ma solo fra il cemento, in cattività, come gli animali nello zoo. Littmann ne fu folgorato. Rintracciò Peintner e gli propose di realizzare concretamente quell'idea. Ma l'austriaco declinò: "Faccia pure lei, giovanotto. Io ormai penso ad altro".

Littmann colse la sfida. Per anni girò gli stadi d'Europa chiedendo il placet per attuare il progetto: a realizzarlo e reperire i fondi avrebbe pensato lui. Ma gli stadi vivono di eventi milionari: tra una partita e l'altra ospitano concerti, spettacoli. Non intendevano certo perdere mesi d'incassi per un capriccio artistico. Così gli anni passavano, ma Littmann non dimenticava affatto la profezia di Peintner. Lo aveva imparato da Beuys, il suo maestro, pioniere delle tematiche ecologiste, che difendere la natura significa difendere l'uomo.

Era ormai il 2016 quando, per puro caso, notò nella foto di un artista un edificio futuribile. "Dove l'hai scattata?". "A Klagenfurt". "Dove diavolo è Klagenfurt?". "In Carinzia". "E questo cos'è?". "Uno stadio all'avanguardia, costato 85 milioni di euro e costruito per gli Europei del 2008: 30 mila posti a sedere in una cittadina di soli 100 mila abitanti. Quasi sempre vuoto, perché la squadra locale è scarsa". Quel super impianto inutilizzato gli era sfuggito.

Il costo? Top secret
Nei due anni successivi Littmann fece 43 volte andata e ritorno da Basilea a Klagenfurt. Intraprendente, caparbio: glielo aveva insegnato Beuys che sulle proprie idee non si molla mai. Finché non ebbe il via libera. Mancavano ancora i soldi, però: e giù mesi di telefonate, incontri, eventi di raccolta fondi... Prestigiose istituzioni del mondo dell'arte, come la casa d'aste Dorotheum di Vienna e la Fondazione Bayeler di Basilea, organizzarono per lui cene e cocktail con il gotha dei mecenati. "Mi arrivarono donazioni a sei cifre e un assegno che mi fece sobbalzare" sorride Littmann, seduto sulle gradinate dello stadio gioiello, da cui si vede il campo a distanza ravvicinata. "E chiunque può sponsorizzare un albero donando 5 mila euro: in cambio ha una riproduzione del disegno di Peintner ritoccato con colori esclusivi, un pezzo unico". Costo totale del progetto: top secret. Come anche il nome dei donatori.

Scultura vivente
Certo è che dal 9 settembre al 27 ottobre lo stadio di Klagenfurt ospiterà 299 alberi di 18 specie diverse, alti fino a 15 metri, di 30-40 anni d'età: un'installazione intitolata For Forest, aperta al pubblico - gratis - fino alle 10 di sera (forforest.net). Un monito sui rischi del Pianeta e una spinta a cambiare rotta. Una tavolozza naturale che in autunno muterà colori, creata da Enzo Enea, famoso architetto svizzero di paesaggi, che ha fatto arrivare le piante dall'Italia e dalla Germania: sono pochi i Paesi con commercianti di alberi così avanti negli anni. Nel frattempo, l'intera Klagenfurt ospiterà iniziative green: mostre, film, spettacoli teatrali, letture e persino musica ispirati alla natura.

Proprio in questi giorni decine di faggi e aceri, pini e abeti, querce e salici vengono trasferiti uno per uno nel campo di calcio. Non piantati, però: poggiati su enormi lastre metalliche, per non danneggiare l'impianto di riscaldamento antineve che è sotto il manto erboso. Saranno poi tonnellate di terra (e strutture in legno) a tenerli rigogliosamente in piedi. Sotto la direzione di Enzo Enea, mago del verde, che orchestra queste maestose sentinelle della biodiversità fino a creare un bosco tra le gradinate, che attirerà uccelli e insetti. A progetto concluso, l'intera selva sarà trapiantata, come una scultura vivente, nei sobborghi di Klagenfurt.

Da tempo qui in città non si parla d'altro. Nel bene e nel male (anche se chi la cultura la odia grida sempre più forte di chi la sostiene). Polemica numero uno: la squadra di calcio dell'attigua cittadina di Wolfsberg, che si è imprevedibilmente qualificata per la Uefa Europa League, avrebbe potuto giocare qui, se non fosse stato per questa bizza da intellettuali, e invece dovrà giocare a Graz. Ma non solo i tifosi sono imbufaliti. Polemica numero due: ad autorizzare For Forest è stata la giunta socialdemocratica, in una città per anni in mano alla destra populista. L'Fpö, partito che fu del famigerato Jörg Haider (politico in odor di neonazismo), cavalca l'irritazione popolare a scopi elettorali: il 29 settembre l'Austria andrà al voto. Quale miglior occasione per accusare la sinistra di sperperare il denaro dei contribuenti? In realtà For Forest non becca un euro pubblico, ma basta gridare il contrario per farlo credere. Per di più Littmann è svizzero, perché non scialacqua a casa sua? Ulteriore polemica: c'era proprio bisogno di importare alberi in Carinzia, nota per il suo legname?

Social media e stampa locale riportano attacchi (e contrattacchi) quotidiani: spesso arroganti, violenti. Le arringhe si susseguono; un uomo gira per le strade, megafono in mano, ad aizzare alla decapitazione di quegli alberi; e perfino un papà con carrozzina strattona Littmann inveendo: "Torna a casa, straniero!". Ma tra le architetture aggraziate della città si incontrano anche molti fan di Littmann, che si fanno avanti, gli stringono la mano, lo incoraggiano a tener duro... Lui ha il suo quartier generale in una splendida villa prestata da un costruttore locale. Sulle pareti, le foto delle piante impacchettate dall'amico Christo a Basilea, nel 1998. Ma anche i ritratti di Beuys, che nel 1982 interra la prima di settemila querce, durante la sua celebre "azione" alla mostra Documenta. "La rivoluzione siamo noi", predicava il Maestro.

Un'idea giapponese
Littmann studiò tre anni con Beuys all'Accademia di Düsseldorf, seguendo le sue animate lezioni, discussioni, performance. Come quando l'artista sciamano portò gli studenti a spazzare il bosco della città. "I suoi insegnamenti hanno ispirato tutta la mia vita", ricorda oggi Littmann. Che, chiusa la galleria d'arte, si affermò come deus ex machina di progetti artistici in spazi pubblici, ideati da lui o da altri: ha lavorato con Jean Tinguely, Keith Haring, César, Christo, Daniel Spoerri, Tony Cragg, Daniel Buren... Obiettivo: realizzare eventi temporanei (e non commerciabili) che rimanessero per sempre nella memoria del pubblico. L'anno scorso commissionò una città immaginaria nel seminterrato di un ex supermercato: tutto era finto, ma di un realismo sbalorditivo. Poi ideò Jardin des planètes, dodici pianeti che fluttuavano nel cielo di Basilea: enormi palloni rigonfi di elio, che si illuminavano di notte, realizzati ciascuno da un artista diverso.

Una volta invitò a Basilea il giapponese Tazro Niscino, perché creasse un'opera per la città. Ma, dopo mille sopralluoghi, nulla sembrava ispirarlo. Stava per ripartire, quando notò un dettaglio: "La ragazza con la gonna lunga... Vorrei costruirle una casa lassù". Quella che per un giapponese cresciuto tra Buddhismo e Scintoismo era una giovane in sottana, per altri è l'angelo banderuola sul tetto della cattedrale. Littmann si pietrificò. Sei matto? La chiesa non si può toccare... "È l'unica idea che ho". Per il deus ex machina seguirono mesi di viavai e colloqui con le autorità ecclesiastiche e municipali, che ponevano condizioni sempre più ardue. Ma alla fine nacque Engel: l'angelo fu dotato di un salotto sul tetto del presbiterio, con tanto di divano, libreria, poltrone. In cinque settimane accolse 30 mila visitatori.

Sul Venerdì del 23 agosto 2019