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Gianni Brera negli anni 80, durante una delle rituali cene del giovedì a Milano (Fotostudio Paltrinieri) 

La vita secondo Gioânn Brera

Foto, lettere, e i famosi taccuini. Negli archivi del giornalista che cambiò il modo di raccontare lo sport c’è tutto il suo mondo, fatto di calcio, amori, odi, vini e neologismi. Anche inediti, come sorbonagro. Che significa? Leggete qui
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MILANO. Prima di lasciar vuote le 48 pagine finali del suo ultimo taccuino con gli anelli a spirale e le righe larghe, l’uomo che da cent’anni chiamiamo Gianni Brera prese un appunto ancora, senza sapere che dopo non ci sarebbero più state altre parole scritte. Si riprometteva di parlare a Braida e Galliani di Ambrogio Pelagalli, ex calciatore pavese del Milan anni 60. Allenava l’Oltrepò ed era stato ospite suo a cena fino a po chi minuti prima dell’incidente fatale in auto, nella notte tra il 18 e il 19 dicembre del 1992. Brera mise il punto, uscì dal ristorante e andò a morire.

Questo gigante del Novecento, così prolifico da rendere impossibile un’opera omnia a 100 anni dalla nascita (8 settembre 1919) è stato tante persone in un corpo solo: un giovane giocatore di pallone, un paracadutista, fascista e partigiano, socialista e radicale, un padanista prima della Lega, un cacciatore, un amante della tavola, un po…
MILANO. Prima di lasciar vuote le 48 pagine finali del suo ultimo taccuino con gli anelli a spirale e le righe larghe, l’uomo che da cent’anni chiamiamo Gianni Brera prese un appunto ancora, senza sapere che dopo non ci sarebbero più state altre parole scritte. Si riprometteva di parlare a Braida e Galliani di Ambrogio Pelagalli, ex calciatore pavese del Milan anni 60. Allenava l’Oltrepò ed era stato ospite suo a cena fino a po chi minuti prima dell’incidente fatale in auto, nella notte tra il 18 e il 19 dicembre del 1992. Brera mise il punto, uscì dal ristorante e andò a morire.

Questo gigante del Novecento, così prolifico da rendere impossibile un’opera omnia a 100 anni dalla nascita (8 settembre 1919) è stato tante persone in un corpo solo: un giovane giocatore di pallone, un paracadutista, fascista e partigiano, socialista e radicale, un padanista prima della Lega, un cacciatore, un amante della tavola, un polemista, un volto televisivo, un romanziere erotico, un innovatore della lingua, e prima di tutto – sommando ogni aspetto – un giornalista. Per Zavoli ha portato lo sport in una nuova dimensione. Secondo Montanelli «i suoi puntigli erano sempre riscattati dall’odore di bucato che diffondevano». La sua prosa, scrisse Garboli in un saggio sulla rivista Paragone, era briaca: piena cioè di succhi e di umori. Beniamino Placido la chiamò rustico-barocca.

Fu a San Zenone Po, paese di dazieri all’inizio del secolo scorso, che seppe trasformarsi in totem il ragazzo di nome Gioânn, contadino senza aver mai tenuto in mano una zappa, per dirla alla Giorgio Bocca, ma contadino «nella lingua, nei lunari e nelle fiere, nei banchetti nuziali, nei proverbi, nell’umorismo, nel rapporto con il pane, con il vino e con la donna». Non sarebbe esistito il magistero di Brera senza il suo mondo, senza la galleria di tipi della Bassa e quella cultura popolare che in 55 anni di professione si portò dietro «nell’infame giornalismo di corsa» che gli frustrava ambizioni da letterato, per «tirare le povere paghe per il lesso». Non sarebbe stato Brera senza il bisogno di parlare con qualcuno fino a tardi. Di notte leggeva, spesso un libro intero, poi non era in piedi prima delle dieci. Al Tg3 Lombardia, raccontò autoironico di abitare in un appartamento di proprietà dell’Istituto giornalisti, e di essere stato uno dei pochi condomini a non essersi opposto al mercato in strada, sotto le finestre; salvo maledire la decisione che lo costringeva a dormire dall’altra parte della casa.

Il Metodo Brera prevedeva la lettura di otto giornali ogni mattina. Scriveva a ritmi unici. Era un giornalismo senza computer, né fax, né cellulari. In trasferta, un collega più giovane o l’autista sfilavano dalla macchina per scrivere la cartella con le prime 20 righe e correvano a dettarle. Un rito chiamato il volo del trombettiere. Il suo mondo irrompeva nei pezzi, specialmente nell’Arcimatto, la rubrica per il Guerin Sportivo in cui poteva scrivere della pesca dello storione, di una battuta di caccia con l’imprenditore Vittorio Necchi (che sognava di prestare i soldi per il tram a Filippo di Edimburgo), di una visita dal radiologo dopo una gomitata al fegato. Quanto alla rubrica delle lettere, erano quasi tutte fasulle. Costruite su misura per lui dalla redazione. «Non ho il callo degli scrittori perché non uso mai la penna. Ho il menisco dei dattilografi; la seconda articolazione dell’indice destro mi duole a cominciare dalla decima cartella». Allo stadio impugnava pennarelli per appunti enormi da dettare spesso a braccio. In un borsello di pelle di ippopotamo trasportava una cartoleria ambulante, le pipe, il tabacco, le medicine. Si descriveva stremato da questa vita già nell’agosto del ‘61 «per aver battuto infiniti fogli» e non era neppure a metà carriera. Poco dopo la guerra si era sottoposto a una perizia grafologica. «Natura intellettuale equilibrata. Realista. Deciso. Sicuro di sé. Difficilmente influenzabile. Testardo. Socievole, ma stringe difficilmente amicizia. Ama l’ordine ma non metodico. Idee originali, abilità pratica; non teorico. Crede in Dio, ma non religioso. Resistenza spirituale: forte. Vita sessuale: intensa. Intelligenza letteraria, ma guidata da una coscienza morale superiore. Ottimista».

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Negli ultimi venti anni Brera aggiunse alla sua produzione un diario quotidiano, tenuto su comuni agende da tavolo. L’ultima è andata perduta nell’incidente stradale, le altre sono scampate all’incendio della casa sul lago di Pusiano perché donate poco prima a Fondazione Mondadori, dove sono tuttora custodite: il Venerdì ne ha consultate alcune. Brera vi segnava gli anticipi delle case editrici per i libri, le mance ai camerieri, i prestiti. Si preoccupava di lasciare i conti in ordine temendo una morte improvvisa. Incontri, telefonate, lettere, lo stato dei progetti: a volte sono pagine ricostruite in ritardo. Se ne lascia una bianca, aggiunge: no recuerdo. Mescola spagnolo, francese, latino, inglese. Le prime righe sono del 1° gennaio 1972: «I did divorce with R. at first days of December 1971». Il 25 luglio scrive di un carosello per la Facis (si trova su YouTube): «Pericolo di risultare troppo ridicolo nelle riprese filmate».

I diari registrano le progressioni di amicizie e antipatie. Il 24 giugno 1977 Umberto Eco cerca la pace dopo anni di polemiche. Gli manda una copia de Il superuomo di massa con una dedica tratta da Marlowe: «Hai fornicato. Ma fu in un altro paese. E inoltre la ragazza è morta. A Gianni Brera, con cordialità (e la citazione si riferisce sia a me che a lui)». L’11 ottobre Brera è furioso: «La Stampa pubblica lettera aperta a Gianni Brera di Arpino piena di bischerate, invidia e stronzaggine da terrone travestito. Non rispondo». Era successo che Arpino gli rimproverasse con sarcasmo («come devo cominciare questa lettera? In dialetti gallo-liguri? Con un’invettiva celtica? Imprecando in basso-lombardo?») un certo protagonismo televisivo in dissenso con le scelte filotorinesi del c.t. Bearzot. I rapporti erano gelidi da tanto. Il Fondo Brera conserva la lettera con cui Arpino aveva rotto (18 novembre 1970) dopo giudizi poco graditi: «Per nascita mi è difficile porgere l’altra guancia. Quando è uscito un tuo romanzo, io ho interpretato vita et amicizia in modo diverso. Non decadere come Falstaff. Non è il secolo».

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I rapporti tra Brera e Bearzot erano migliorati dopo il 9 giugno 1977: «Mi si rivela hombre serio e non privo di ideali (quindi onesto fissato e un poco fesso). Facciamo spuntino chez moi; bevucchia vino furlan e parla molto (non male)». Ci sono le cene ad Arcore da Berlusconi, un giudizio sul romanzo Il ladrone di Festa Campanile («agile e leggero») e sul film Sabrina («ennesima versione di Cinderella»). Il 17 ottobre sogna di avere una figlia foca e di prenderla in braccio per aiutarla ad attraversare la strada. Riflette sulla morte, il cui pensiero si fa vivo sotto Natale e ai compleanni. «Non pensavo di vivere così tanto» scriverà l’8 settembre del ‘91.

Il diario 1982 è quello in cui registra il suo passaggio dal Giornale a Repubblica. Il 25 febbraio telefona a Montanelli per dimettersi: «Mi sento leggero. Cambio cavallo per dignità. Era ora». Guglielmo Zucconi gli offre di tornare al Giorno: «Sei un Pavarotti, devi cantare nel tuo teatro». Willy Molco fa da intermediario per Barbiellini Amidei al Corriere della sera. Il 3 marzo Cucci lo vuole al Guerino e Confalonieri prova a trattenerlo. Mario Sconcerti lo aveva già conquistato: il 15 Brera è a Roma da Scalfari. Il 19 annota che per merito suo Repubblica ha per la prima volta in prima pagina la foto di un calciatore. È Giancarlo Antognoni, detto l’Abatone, ultima evoluzione dell’abatino Rivera.

Durante il Mundial, confessa la malinconia per la pioggia di Vigo e l’insofferenza per le serate con Mario Soldati. Soffre le vigilie della Nazionale. Prima di Italia-Argentina: «Si sente il rumore della storia. Dormirò poco». Dopo Italia-Brasile 3-2 confessa che s’aspettava un 1-5. Sappiamo così che il 10 luglio scrisse sette cartelle dalle 12 alle 15 prima della finale con la Germania: «Chiediamo la grazia a Santo Catenaccio. Estoi dudoso porque no sabemos jugar». Il giorno dopo: «Dormo fino alle 10-10.30. Bevo cognac per alleviare comocion cardiaca dovuta alla finale».

Gli restano ancora dieci anni di vita e di giornalismo, in fondo per lui la stessa cosa. L’ultimo articolo che firma è una risposta alla lettera del signor Aurelio Pupi, di Cosenza, critico con Trapattoni. È purissimo Brera: «Mai sentito nulla di più ridicolmente presuntuoso. Mi domando a quale grado salirebbe la Sua improntitudine se invece che nella mite e lontana Cosenza fosse nato nella superba Parigi. Ella ragiona come da troppi anni usano i sorbonagri della scuola napoletana». Sorbonagri – professoroni presuntuosi e acidi – fu l’ultimo neologismo di chi aveva inventato libero, contropiede, centrocampista e intramontabile. Fu Gioânn Brera fino all’ultimo giorno.

Sul Venerdì del 30 agosto 2019