Il fotografo che ha aperto le porte delle prigioni
Michele Smargiassi , di MICHELE SMARGIASSIPoggioreale, Regina Coeli, Opera. Per tre anni Valerio Bispuri ha fotografato la vita nelle carceri d’Italia. Quell’esperienza (unica) ora è un libro e una mostra
"Poche persone hanno vissuto tanto in carcere senza essere detenuti o secondini". Valerio Bispuri ha varcato quelle porte per tredici anni, avanti e indietro. Ora che la fatica è finita, che il suo Prigionieri diventa una mostra al festival di fotogiornalismo di Perpignan e un libro, il capitolo finale della sua Trilogia della libertà perduta, ora il suo sguardo sembra affaticato da quel che ha visto. Da molti anni non c'erano fotografie da dentro. Valerio è uno dei pochi reporter che ha avuto il coraggio, la pervicacia, diciamo anche la scorza, di insistere a mostrare ciò che nessuno vuol vedere.
Come sei riuscito a entrare?
"Un giorno presentai Encerrados, il mio libro sulle carceri sudamericane, a Poggioreale. Un gruppo di detenuti mi disse: adesso racconta anche le nostre, qui è terribile. Non me lo lascerebbero fare, rispondo. Il direttore di allora, Antonio Fullone, ci ascoltava, e accettò la sfida: venga pure, le fac…
Come sei riuscito a entrare?
"Un giorno presentai Encerrados, il mio libro sulle carceri sudamericane, a Poggioreale. Un gruppo di detenuti mi disse: adesso racconta anche le nostre, qui è terribile. Non me lo lascerebbero fare, rispondo. Il direttore di allora, Antonio Fullone, ci ascoltava, e accettò la sfida: venga pure, le fac…
"Poche persone hanno vissuto tanto in carcere senza essere detenuti o secondini". Valerio Bispuri ha varcato quelle porte per tredici anni, avanti e indietro. Ora che la fatica è finita, che il suo Prigionieri diventa una mostra al festival di fotogiornalismo di Perpignan e un libro, il capitolo finale della sua Trilogia della libertà perduta, ora il suo sguardo sembra affaticato da quel che ha visto. Da molti anni non c'erano fotografie da dentro. Valerio è uno dei pochi reporter che ha avuto il coraggio, la pervicacia, diciamo anche la scorza, di insistere a mostrare ciò che nessuno vuol vedere.
Come sei riuscito a entrare?
"Un giorno presentai Encerrados, il mio libro sulle carceri sudamericane, a Poggioreale. Un gruppo di detenuti mi disse: adesso racconta anche le nostre, qui è terribile. Non me lo lascerebbero fare, rispondo. Il direttore di allora, Antonio Fullone, ci ascoltava, e accettò la sfida: venga pure, le faccio avere i permessi. Da lì è iniziato un viaggio di tre anni. Le grandi carceri, San Vittore, Ucciardone, Rebibbia, poi quelle minori, Isili in Sardegna, Capanne a Perugia, quelle speciali come Opera, quelle femminili...".
Tutto liscio?
"Mi sospesero i permessi per un anno. Avevo pubblicato su Repubblica alcune anticipazioni. Non piacque una foto con un detenuto al gabinetto. Io credo fosse un pretesto. Ma la mia testardaggine riuscì a farmi riammettere".
Intendevo, con i detenuti.
"A Mendoza, in Argentina, mi avevano detto: lei è matto a entrare nel padiglione 5, quello dei criminali pericolosi. Mi accolsero commossi. La stessa cosa in Italia, quasi sempre. Per loro, vedere una persona da fuori, che non sia un secondino o un parente, è un'emozione fortissima. Alla Giudecca una detenuta non voleva salutarmi, 'sono dieci anni che non abbraccio un uomo'. Non ci rendiamo conto di cos'è la privazione di libertà".
Una pena prevista dal nostro codice...
"Parliamo di carcere, è ovvio che dentro c'è chi ha fatto cose sbagliate e anche terribili. Ma io ho cercato di dire un'altra cosa: che quel portone blindato non divide l'umano dal non umano. Ho voluto andare a vedere chi sono gli umani che vivono dentro: cosa pensano, sperano, temono, sognano, patiscono. Fare una bella foto a posti terribili è facile, se hai un po' di mestiere. Io cercavo l'equilibrio fra l'emozione e la realtà".
Cos'hai trovato dietro quella porta?
"Le prigioni italiane sono diverse, ce ne sono di fatiscenti e di moderne, alcune cose sono intollerabili, altre stanno cambiando. A me non interessava fare un lavoro di denuncia sulle condizioni di vita in carcere. Giusto, ma tocca a qualcun altro. Volevo raccontare gli esseri umani. Cosa è la vita, il tempo, cosa è lo spazio oltre quella porta. A Rebibbia ho capito che perfino i suoni sono diversi, dentro".
Come lo hai spiegato a loro?
"Mi presentavo dicendo: non è il mio lavoro, è il nostro, senza di voi non può esistere. Ho chiesto di pranzare ogni giorno in una cella, senza fotografare. Erano emozionati, quando sapevano che sono romano mi preparavano la carbonara, una carbonara da galera, con ingredienti rimediati. Ma era una festa".
Prigionieri è una parola che ricorda la guerra...
"Ho esitato a scegliere il titolo. Per me la parola giusta è encerrados, rinchiusi. Nessuno è uguale a un altro, quello che li unisce è solo questo: la privazione della libertà. Ci sono criminali fieri di esserlo, ci sono quelli finiti dentro come potremmo finirci tutti, non per un progetto criminale ma per un momento storto, un blackout. Ricordo un ragazzo a Firenze, mi disse che era dentro per aver fatto una inversione folle in tangenziale ammazzando diverse persone: non capiva ancora come fosse successo, non bastava qualche birra in più".
Le prigioni argentine che hai raccontato sono bolge infernali. Eppure il tasso di suicidi è quasi zero. Nelle carceri italiane è allarmante. Come te lo spieghi?
"Nell'universo segregato di Buenos Aires ho scoperto legami di solidarietà fortissimi. Nelle carceri italiane non sei mai da solo, ma sei sempre solo. È una solitudine di massa. Ci si sopporta".
Credi che il tuo lavoro interessi, in un'Italia dove anche i ministri pensano che i delinquenti debbano "marcire in galera"?
"Interessa a me, interessa a quel po' di umanità che dovremmo conservare ancora dentro".
Leggi anche I DETENUTI CHE IN CARCERE FANNO L'UNIVERSITÀ
Sul Venerdì del 30 agosto 2019
Come sei riuscito a entrare?
"Un giorno presentai Encerrados, il mio libro sulle carceri sudamericane, a Poggioreale. Un gruppo di detenuti mi disse: adesso racconta anche le nostre, qui è terribile. Non me lo lascerebbero fare, rispondo. Il direttore di allora, Antonio Fullone, ci ascoltava, e accettò la sfida: venga pure, le faccio avere i permessi. Da lì è iniziato un viaggio di tre anni. Le grandi carceri, San Vittore, Ucciardone, Rebibbia, poi quelle minori, Isili in Sardegna, Capanne a Perugia, quelle speciali come Opera, quelle femminili...".
Tutto liscio?
"Mi sospesero i permessi per un anno. Avevo pubblicato su Repubblica alcune anticipazioni. Non piacque una foto con un detenuto al gabinetto. Io credo fosse un pretesto. Ma la mia testardaggine riuscì a farmi riammettere".
Intendevo, con i detenuti.
"A Mendoza, in Argentina, mi avevano detto: lei è matto a entrare nel padiglione 5, quello dei criminali pericolosi. Mi accolsero commossi. La stessa cosa in Italia, quasi sempre. Per loro, vedere una persona da fuori, che non sia un secondino o un parente, è un'emozione fortissima. Alla Giudecca una detenuta non voleva salutarmi, 'sono dieci anni che non abbraccio un uomo'. Non ci rendiamo conto di cos'è la privazione di libertà".
Una pena prevista dal nostro codice...
"Parliamo di carcere, è ovvio che dentro c'è chi ha fatto cose sbagliate e anche terribili. Ma io ho cercato di dire un'altra cosa: che quel portone blindato non divide l'umano dal non umano. Ho voluto andare a vedere chi sono gli umani che vivono dentro: cosa pensano, sperano, temono, sognano, patiscono. Fare una bella foto a posti terribili è facile, se hai un po' di mestiere. Io cercavo l'equilibrio fra l'emozione e la realtà".
Cos'hai trovato dietro quella porta?
"Le prigioni italiane sono diverse, ce ne sono di fatiscenti e di moderne, alcune cose sono intollerabili, altre stanno cambiando. A me non interessava fare un lavoro di denuncia sulle condizioni di vita in carcere. Giusto, ma tocca a qualcun altro. Volevo raccontare gli esseri umani. Cosa è la vita, il tempo, cosa è lo spazio oltre quella porta. A Rebibbia ho capito che perfino i suoni sono diversi, dentro".
Come lo hai spiegato a loro?
"Mi presentavo dicendo: non è il mio lavoro, è il nostro, senza di voi non può esistere. Ho chiesto di pranzare ogni giorno in una cella, senza fotografare. Erano emozionati, quando sapevano che sono romano mi preparavano la carbonara, una carbonara da galera, con ingredienti rimediati. Ma era una festa".
Prigionieri è una parola che ricorda la guerra...
"Ho esitato a scegliere il titolo. Per me la parola giusta è encerrados, rinchiusi. Nessuno è uguale a un altro, quello che li unisce è solo questo: la privazione della libertà. Ci sono criminali fieri di esserlo, ci sono quelli finiti dentro come potremmo finirci tutti, non per un progetto criminale ma per un momento storto, un blackout. Ricordo un ragazzo a Firenze, mi disse che era dentro per aver fatto una inversione folle in tangenziale ammazzando diverse persone: non capiva ancora come fosse successo, non bastava qualche birra in più".
Le prigioni argentine che hai raccontato sono bolge infernali. Eppure il tasso di suicidi è quasi zero. Nelle carceri italiane è allarmante. Come te lo spieghi?
"Nell'universo segregato di Buenos Aires ho scoperto legami di solidarietà fortissimi. Nelle carceri italiane non sei mai da solo, ma sei sempre solo. È una solitudine di massa. Ci si sopporta".
Credi che il tuo lavoro interessi, in un'Italia dove anche i ministri pensano che i delinquenti debbano "marcire in galera"?
"Interessa a me, interessa a quel po' di umanità che dovremmo conservare ancora dentro".
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Sul Venerdì del 30 agosto 2019