Ma Raffaello non era come l'hanno dipinto
Claudio Strinati , di CLAUDIO STRINATIMiracolo? No, un genio che si conquista un posto al sole tra contrasti e abili strategie. A Urbino, una mostra (che anticipa l’anniversario del 2020) investiga sul pittore fuori dai cliché
La mostra Raffaello e gli amici di Urbino tocca un argomento rilevante e mai esaminato con la cura e l’attenzione che merita. È sintomatico che, sotto la direzione di Peter Aufreiter, siano due tra le maggiori storiche dell’arte italiane, Barbara Agosti e Silvia Ginzburg, ad affrontare un tema decisivo per la comprensione di Raffaello Sanzio, perché contribuisce a demolire, nel senso più positivo del termine, l’assurdo mito creatosi nei secoli intorno alla figura del sommo pittore, per ricostruirne una verità seria e attendibile.
Non è Raffaello uno dei più grandi artisti italiani, celebrato e venerato da sempre? Lo è, ma è altrettanto vero che la sua immagine consegnataci dagli storici antichi risulta alla verifica falsata e inattendibile. Raffaello sarebbe l’emblema della bellezza ideale, l’artista per antonomasia, autore di quadri mirabili, sublime ma pericolosamente confinante con lo stucchevole.…
Non è Raffaello uno dei più grandi artisti italiani, celebrato e venerato da sempre? Lo è, ma è altrettanto vero che la sua immagine consegnataci dagli storici antichi risulta alla verifica falsata e inattendibile. Raffaello sarebbe l’emblema della bellezza ideale, l’artista per antonomasia, autore di quadri mirabili, sublime ma pericolosamente confinante con lo stucchevole.…
La mostra Raffaello e gli amici di Urbino tocca un argomento rilevante e mai esaminato con la cura e l’attenzione che merita. È sintomatico che, sotto la direzione di Peter Aufreiter, siano due tra le maggiori storiche dell’arte italiane, Barbara Agosti e Silvia Ginzburg, ad affrontare un tema decisivo per la comprensione di Raffaello Sanzio, perché contribuisce a demolire, nel senso più positivo del termine, l’assurdo mito creatosi nei secoli intorno alla figura del sommo pittore, per ricostruirne una verità seria e attendibile.
Non è Raffaello uno dei più grandi artisti italiani, celebrato e venerato da sempre? Lo è, ma è altrettanto vero che la sua immagine consegnataci dagli storici antichi risulta alla verifica falsata e inattendibile. Raffaello sarebbe l’emblema della bellezza ideale, l’artista per antonomasia, autore di quadri mirabili, sublime ma pericolosamente confinante con lo stucchevole.
Qui cominciano i problemi che la mostra di Urbino affronta, forse per la prima volta, con serietà scientifica e acume critico. È vero che l’ideale di armonia e bellezza fu raggiunto dall’artista a un livello che nessuno poi ha potuto o voluto superare? È appunto questo strano e inattendibile punto di vista che la mostra aiuta a superare accompagnandoci a conoscere i fatti e le persone realmente influenti sul pittore, proponendo un approccio a tali eletti argomenti molto più concreto e circostanziato. Lo fa seguendo il filo di Arianna delle amicizie e inimicizie dell’artista, anche se i documenti antichi in proposito sono rari e non sempre facilmente interpretabili.
La questione delle questioni inerente a Raffaello è quella della sua effettiva formazione, dei rapporti conseguenti con gli altri colleghi e delle scelte che fece pianificando in maniera quasi scientifica la sua carriera, riuscendo così a occupare posizioni importanti e pressoché incomparabili rispetto a tutti gli altri. La mostra ce lo racconta andando a indagare la realtà dell’ambiente artistico urbinate. Raffaello è il figlio di un pittore, Giovanni Santi (un’altra recente mostra a Urbino lo ha adeguatamente celebrato), che fu anche un intellettuale di notevole peso e uno scrittore ragguardevole di cose d’arte. Fu personaggio notevole alla corte di Urbino, patria privilegiata nella seconda metà del Quattrocento della pittura, della scultura, dell’architettura, della tarsia lignea.
Del resto Federico da Montefeltro duca a Urbino fu tra le figure più rimarchevoli del tempo: condottiero, intellettuale, uomo politico audace e sapiente, promotore di iniziative culturali e il suo Studiolo nel Palazzo Ducale è simbolo imperituro di un ambiente di incomparabile rilevanza. Raffaello giovinetto vi si forma. La cultura urbinate trova in lui l’esponente supremo e, da lui trasferita a Roma nella Curia papale di Giulio II e Leone X, genera una stagione unica, interrotta però troppo presto dalla precoce morte dell’artista a trentasette anni. Nessuna di queste affermazioni, divenute ormai luogo comune della storiografia, è però effettivamente dimostrabile per documenti e testimonianze antiche sicure.
Leggi anche: Raffaello, l'angelo caduto
Quando il padre muore Raffaello è un bambino di undici anni. Non sappiamo se lo onorasse o disprezzasse, fatto sta che gli storici ci dicono che eredita la bottega paterna, entra nella scuola di Pietro Perugino e assorbe contestualmente la lezione dei grandi artisti che frequentavano Urbino, tra cui Luca Signorelli. A Urbino, e qui entriamo nel vivo della mostra, agiscono durante la prima giovinezza di Raffaello pittori di poco più anziani di lui, che diverranno poi suoi seguaci e amici, addirittura proseguendone e sviluppandone il lavoro. Due soprattutto: Timoteo Viti e Gerolamo Genga, di cui la mostra ci parla ampiamente con fondamento filologico, malgrado ancora una volta le testimonianze antiche autentiche siano scarse. E le nostre autrici le vanno a cercare soprattutto attraverso una esauriente ricostruzione di Gerolamo Genga, pittore e architetto.
Genga è stato un grande artista. Anche lui si proclama urbinate, anche lui evolve in maniera vertiginosa, anche lui manifesta una qualità del lavoro altissima. Fu amico e sodale di Raffaello o non, invece, rivale e antagonista formidabile ma forse sfortunato?
La mostra in buona parte ruota intorno a tale quesito restituendoci la figura di un autentico maestro, ben diverso da Raffaello, anche se le sue opere esposte nell’occasione non possono coprirne l’intera attività. Inoltre interessanti deduzioni sono tratte dalle autrici sulla figura dell’altro urbinate, ma di formazione bolognese, Timoteo Viti, autentico e fino a oggi misconosciuto protagonista, dotato di personalità spiccata e in qualche modo alternativa rispetto a Raffaello, che molto dovette comunque stimarlo.
La mostra è un vero e proprio monito per gli intenditori d’arte a liberarsi da una visione monolitica della civiltà urbinate, che è esistita sul serio ma è stata tutt’altro che una civiltà compatta, armoniosa e concorde. Raffaello esprime un momento determinante di quella civiltà, ma non lo esaurisce affatto rispetto ai suoi amici veri o presunti. Ne incarna l’aspetto più sperimentale, come una sorta di avanguardia perenne. E proprio per questo è così difficile rintracciare i veri rapporti che Raffaello ebbe con i suoi contemporanei. La mostra, da qui, dipana una miriade di cospicue ricerche storiche, indagando, ad esempio, sul presunto alunnato o collaborazione di Raffaello giovanissimo presso il Perugino, il Pintoricchio, il Signorelli, il Genga. Distinguendo bene le testimonianze (poche) dalle supposizioni (molte).
Raffaello non è un miracolo inspiegabile, ma un genio che conquista la sua autorità attraverso contrasti, contese, strategie. Un grande che dialoga con i grandi, forse mostrandosi sempre amico e comprensivo, ma in realtà determinato e perentorio nelle sue convinzioni, pronto a conflitti epocali, la cui traccia è ben evidente nelle opere, sovente bellissime, esposte nelle sei sale della mostra.
(Sul Venerdì del 6 settembre 2019)
Non è Raffaello uno dei più grandi artisti italiani, celebrato e venerato da sempre? Lo è, ma è altrettanto vero che la sua immagine consegnataci dagli storici antichi risulta alla verifica falsata e inattendibile. Raffaello sarebbe l’emblema della bellezza ideale, l’artista per antonomasia, autore di quadri mirabili, sublime ma pericolosamente confinante con lo stucchevole.
Qui cominciano i problemi che la mostra di Urbino affronta, forse per la prima volta, con serietà scientifica e acume critico. È vero che l’ideale di armonia e bellezza fu raggiunto dall’artista a un livello che nessuno poi ha potuto o voluto superare? È appunto questo strano e inattendibile punto di vista che la mostra aiuta a superare accompagnandoci a conoscere i fatti e le persone realmente influenti sul pittore, proponendo un approccio a tali eletti argomenti molto più concreto e circostanziato. Lo fa seguendo il filo di Arianna delle amicizie e inimicizie dell’artista, anche se i documenti antichi in proposito sono rari e non sempre facilmente interpretabili.
La questione delle questioni inerente a Raffaello è quella della sua effettiva formazione, dei rapporti conseguenti con gli altri colleghi e delle scelte che fece pianificando in maniera quasi scientifica la sua carriera, riuscendo così a occupare posizioni importanti e pressoché incomparabili rispetto a tutti gli altri. La mostra ce lo racconta andando a indagare la realtà dell’ambiente artistico urbinate. Raffaello è il figlio di un pittore, Giovanni Santi (un’altra recente mostra a Urbino lo ha adeguatamente celebrato), che fu anche un intellettuale di notevole peso e uno scrittore ragguardevole di cose d’arte. Fu personaggio notevole alla corte di Urbino, patria privilegiata nella seconda metà del Quattrocento della pittura, della scultura, dell’architettura, della tarsia lignea.
Del resto Federico da Montefeltro duca a Urbino fu tra le figure più rimarchevoli del tempo: condottiero, intellettuale, uomo politico audace e sapiente, promotore di iniziative culturali e il suo Studiolo nel Palazzo Ducale è simbolo imperituro di un ambiente di incomparabile rilevanza. Raffaello giovinetto vi si forma. La cultura urbinate trova in lui l’esponente supremo e, da lui trasferita a Roma nella Curia papale di Giulio II e Leone X, genera una stagione unica, interrotta però troppo presto dalla precoce morte dell’artista a trentasette anni. Nessuna di queste affermazioni, divenute ormai luogo comune della storiografia, è però effettivamente dimostrabile per documenti e testimonianze antiche sicure.
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Quando il padre muore Raffaello è un bambino di undici anni. Non sappiamo se lo onorasse o disprezzasse, fatto sta che gli storici ci dicono che eredita la bottega paterna, entra nella scuola di Pietro Perugino e assorbe contestualmente la lezione dei grandi artisti che frequentavano Urbino, tra cui Luca Signorelli. A Urbino, e qui entriamo nel vivo della mostra, agiscono durante la prima giovinezza di Raffaello pittori di poco più anziani di lui, che diverranno poi suoi seguaci e amici, addirittura proseguendone e sviluppandone il lavoro. Due soprattutto: Timoteo Viti e Gerolamo Genga, di cui la mostra ci parla ampiamente con fondamento filologico, malgrado ancora una volta le testimonianze antiche autentiche siano scarse. E le nostre autrici le vanno a cercare soprattutto attraverso una esauriente ricostruzione di Gerolamo Genga, pittore e architetto.
Genga è stato un grande artista. Anche lui si proclama urbinate, anche lui evolve in maniera vertiginosa, anche lui manifesta una qualità del lavoro altissima. Fu amico e sodale di Raffaello o non, invece, rivale e antagonista formidabile ma forse sfortunato?
La mostra in buona parte ruota intorno a tale quesito restituendoci la figura di un autentico maestro, ben diverso da Raffaello, anche se le sue opere esposte nell’occasione non possono coprirne l’intera attività. Inoltre interessanti deduzioni sono tratte dalle autrici sulla figura dell’altro urbinate, ma di formazione bolognese, Timoteo Viti, autentico e fino a oggi misconosciuto protagonista, dotato di personalità spiccata e in qualche modo alternativa rispetto a Raffaello, che molto dovette comunque stimarlo.
La mostra è un vero e proprio monito per gli intenditori d’arte a liberarsi da una visione monolitica della civiltà urbinate, che è esistita sul serio ma è stata tutt’altro che una civiltà compatta, armoniosa e concorde. Raffaello esprime un momento determinante di quella civiltà, ma non lo esaurisce affatto rispetto ai suoi amici veri o presunti. Ne incarna l’aspetto più sperimentale, come una sorta di avanguardia perenne. E proprio per questo è così difficile rintracciare i veri rapporti che Raffaello ebbe con i suoi contemporanei. La mostra, da qui, dipana una miriade di cospicue ricerche storiche, indagando, ad esempio, sul presunto alunnato o collaborazione di Raffaello giovanissimo presso il Perugino, il Pintoricchio, il Signorelli, il Genga. Distinguendo bene le testimonianze (poche) dalle supposizioni (molte).
Raffaello non è un miracolo inspiegabile, ma un genio che conquista la sua autorità attraverso contrasti, contese, strategie. Un grande che dialoga con i grandi, forse mostrandosi sempre amico e comprensivo, ma in realtà determinato e perentorio nelle sue convinzioni, pronto a conflitti epocali, la cui traccia è ben evidente nelle opere, sovente bellissime, esposte nelle sei sale della mostra.
(Sul Venerdì del 6 settembre 2019)