I maestri ex cattedra che danno i buoni esempi
Marco Balzano , di MARCO BALZANO*Non sono pochi quelli che sperimentano nuovi modi di insegnare. Uno scrittore (e insegnante) ne ha incontrati alcuni. Ce li racconta qui e in otto puntate in tv
Per capire cosa succede davvero nel mondo della scuola bisognerebbe restare per ore ad osservare da vicino chi ogni mattina nell’insegnamento mette non solo impegno e entusiasmo, ma soprattutto creatività e conoscenza. Questo contatto ravvicinato è quanto di più prezioso porto a casa dal mio giro per le scuole d’Italia con la F Tv, in cui sono andato a incontrare otto insegnanti che hanno elaborato metodi didattici alternativi, inserito nuove materie nelle ore canoniche di lezione, rimesso al centro temi confinati ai margini.
Non tutto il giorno in classe
Non ho modo qui di raccontare tutti gli incontri che ho fatto, posso però sintetizzare qualche punto che accomuna queste figure. Ad esempio: nessuno di loro usa la cattedra. Bisogna parlare in mezzo agli studenti, sedercisi a fianco, scombinare le tradizionali coppie di banchi per creare esagoni e ottagoni in modo che si possa lavorare in gruppo, scambiarsi sia le matite che le idee. I bambini…
Non tutto il giorno in classe
Non ho modo qui di raccontare tutti gli incontri che ho fatto, posso però sintetizzare qualche punto che accomuna queste figure. Ad esempio: nessuno di loro usa la cattedra. Bisogna parlare in mezzo agli studenti, sedercisi a fianco, scombinare le tradizionali coppie di banchi per creare esagoni e ottagoni in modo che si possa lavorare in gruppo, scambiarsi sia le matite che le idee. I bambini…
Per capire cosa succede davvero nel mondo della scuola bisognerebbe restare per ore ad osservare da vicino chi ogni mattina nell’insegnamento mette non solo impegno e entusiasmo, ma soprattutto creatività e conoscenza. Questo contatto ravvicinato è quanto di più prezioso porto a casa dal mio giro per le scuole d’Italia con la F Tv, in cui sono andato a incontrare otto insegnanti che hanno elaborato metodi didattici alternativi, inserito nuove materie nelle ore canoniche di lezione, rimesso al centro temi confinati ai margini.
Non tutto il giorno in classe
Non ho modo qui di raccontare tutti gli incontri che ho fatto, posso però sintetizzare qualche punto che accomuna queste figure. Ad esempio: nessuno di loro usa la cattedra. Bisogna parlare in mezzo agli studenti, sedercisi a fianco, scombinare le tradizionali coppie di banchi per creare esagoni e ottagoni in modo che si possa lavorare in gruppo, scambiarsi sia le matite che le idee. I bambini e i ragazzi, in queste scuole, non passano intere giornate seduti in classe, ma vivono tutti gli spazi dell’edificio e trascorrono molto tempo ad esplorare la spiaggia, il bosco, la città, perché ormai è assodato che l’uso del corpo e l’interazione con l’ambiente rivestono un’importanza fondamentale in ogni processo di crescita. Del resto “aula”, in greco, vuol dire “spazio aperto”.
Compito a casa: oziare
Il maestro elementare Giampiero Monaca, che insegna alla Scuola del Sorriso in provincia di Asti, oltre a insegnare all’aperto, non dà voti e non assegna compiti a casa. Ai voti preferirebbe i giudizi, con parole scelte di volta in volta e non con numeri sempre uguali e poco capaci di raccontare la persona. Secondo lui dopo la scuola bisogna oziare. I più volenterosi possono compilare un diario su cui appuntare i loro pensieri, le loro emozioni, o ciò che hanno fatto con la famiglia e gli amici. Forse l’immagine che tra tutte mi resterà più impressa è quella che ho visto entrando proprio nella scuola dove lavora questo maestro. Quando ho aperto la porta della classe ho trovato quattro bambini che coloravano insieme a dei giovani africani di una trentina d’anni, mentre un altro paio di allievi scriveva alla lavagna delle parole italiane e due senegalesi, all’incirca della stessa età degli altri, ricambiavano inserendo nella colonna a fianco le corrispettive francesi.
La testimoninanza dei migranti
Monaca mi ha raccontato che, a colpi di lettere al provveditorato e alla prefettura, è riuscito a far entrare a scuola i migranti del vicino centro di accoglienza affinché portassero la loro testimonianza. Questo genere di incontri, evidentemente, abitua alla diversità, indebolisce gli stereotipi, risveglia le coscienze e riconosce da subito agli studenti (sì, anche a quelli così giovani) la capacità di familiarizzare, comprendere e discutere di temi complessi in modo libero, non omologato e soprattutto diverso da quello che si ritrova nel mondo adulto.
L’affettività si impara
A Firenze ho incontrato Matteo Bianchini, docente di Educazione affettiva. È lui il primo che è riuscito a far inserire questa materia nell’offerta formativa di una scuola pubblica italiana. Ogni volta che un nuovo caso di bullismo, di violenza di genere, di discriminazione razziale occupa le pagine dei media, oltre a indignarci dovremmo ricordarci di quanto abbiamo bisogno di educare all’affettività e all’emotività sin dal primo giorno di scuola. Non qualche ora all’anno affidata a una cooperativa sociale o a uno psicologo, ma una materia fissa come la Matematica o la Storia, che ci accompagni per tutta l’età dello sviluppo. Così accade nella Scuola-Città Pestalozzi: due ore alla settimana in cui gli studenti delle elementari e delle medie, confrontandosi tra loro, possono sperimentare l’educazione tra pari, raccontarsi gioie e frustrazioni, giudicare pubblicamente il comportamento dei coetanei. Al maestro il difficile compito di partire da questo materiale incandescente per dargli una forma e ragionare pedagogicamente insieme alla classe su temi che nella vita scolastica sono quasi sempre sacrificati in nome del programma, delle interrogazioni, delle verifiche.
Scrivere tanto. E con la penna
Una delle prime puntate l’abbiamo girata all’Ipsia Mazzini-Da Vinci di Savona, istituto professionale per meccanici. Qui insegna lettere Sabina Minuto. Fa una cosa semplice e insieme rivoluzionaria: fa scrivere i suoi ragazzi. Non un tema al mese o qualche esercizio sul quaderno da svolgere a casa. Attraverso un metodo ben collaudato (Writing and reading workshop) i suoi allievi scrivono tutti i giorni. Sabina ha capito che per questi ragazzi – tra loro ci sono tanti stranieri, molti studenti ripetenti o in difficoltà – il primo scoglio da superare è quello di imparare a raccontarsi, di credere che la propria storia abbia un interesse per sé e per gli altri, di acquisire autostima. Così in classe si passano ore a scrivere (con la penna!), a leggere ad alta voce lettere, poesie, testi sulla propria visione del mondo e sulle proprie esperienze. Non per tutti, ma per alcuni di questi adolescenti la scrittura diventa così un appiglio, la lettura una pratica costante, fatti che da molto tempo non sono più scontati nemmeno al liceo classico. Insomma, una notevole capacità di fare ricerca per uscire dalle strettoie dell’apprendimento tradizionale e una passione mai retorica per la condivisione.
Anch’io posso fare di più
A volte per farsi venire una buona idea basterebbe andare a vedere cosa succede fuori dalle nostre quattro mura, studiare il lavoro degli altri, avere l’umiltà di copiare chi ha messo in piedi qualcosa di proficuo ed efficace. Io per primo, alla fine di questa esperienza, mi sono promesso di farlo di più.
* Scrittore e insegnante. I suoi ultimi libri sono il romanzo Resto qui e Le parole sono importanti (Einaudi)
Sul Venerdì del 13 settembre
Non tutto il giorno in classe
Non ho modo qui di raccontare tutti gli incontri che ho fatto, posso però sintetizzare qualche punto che accomuna queste figure. Ad esempio: nessuno di loro usa la cattedra. Bisogna parlare in mezzo agli studenti, sedercisi a fianco, scombinare le tradizionali coppie di banchi per creare esagoni e ottagoni in modo che si possa lavorare in gruppo, scambiarsi sia le matite che le idee. I bambini e i ragazzi, in queste scuole, non passano intere giornate seduti in classe, ma vivono tutti gli spazi dell’edificio e trascorrono molto tempo ad esplorare la spiaggia, il bosco, la città, perché ormai è assodato che l’uso del corpo e l’interazione con l’ambiente rivestono un’importanza fondamentale in ogni processo di crescita. Del resto “aula”, in greco, vuol dire “spazio aperto”.
Compito a casa: oziare
Il maestro elementare Giampiero Monaca, che insegna alla Scuola del Sorriso in provincia di Asti, oltre a insegnare all’aperto, non dà voti e non assegna compiti a casa. Ai voti preferirebbe i giudizi, con parole scelte di volta in volta e non con numeri sempre uguali e poco capaci di raccontare la persona. Secondo lui dopo la scuola bisogna oziare. I più volenterosi possono compilare un diario su cui appuntare i loro pensieri, le loro emozioni, o ciò che hanno fatto con la famiglia e gli amici. Forse l’immagine che tra tutte mi resterà più impressa è quella che ho visto entrando proprio nella scuola dove lavora questo maestro. Quando ho aperto la porta della classe ho trovato quattro bambini che coloravano insieme a dei giovani africani di una trentina d’anni, mentre un altro paio di allievi scriveva alla lavagna delle parole italiane e due senegalesi, all’incirca della stessa età degli altri, ricambiavano inserendo nella colonna a fianco le corrispettive francesi.
La testimoninanza dei migranti
Monaca mi ha raccontato che, a colpi di lettere al provveditorato e alla prefettura, è riuscito a far entrare a scuola i migranti del vicino centro di accoglienza affinché portassero la loro testimonianza. Questo genere di incontri, evidentemente, abitua alla diversità, indebolisce gli stereotipi, risveglia le coscienze e riconosce da subito agli studenti (sì, anche a quelli così giovani) la capacità di familiarizzare, comprendere e discutere di temi complessi in modo libero, non omologato e soprattutto diverso da quello che si ritrova nel mondo adulto.
L’affettività si impara
A Firenze ho incontrato Matteo Bianchini, docente di Educazione affettiva. È lui il primo che è riuscito a far inserire questa materia nell’offerta formativa di una scuola pubblica italiana. Ogni volta che un nuovo caso di bullismo, di violenza di genere, di discriminazione razziale occupa le pagine dei media, oltre a indignarci dovremmo ricordarci di quanto abbiamo bisogno di educare all’affettività e all’emotività sin dal primo giorno di scuola. Non qualche ora all’anno affidata a una cooperativa sociale o a uno psicologo, ma una materia fissa come la Matematica o la Storia, che ci accompagni per tutta l’età dello sviluppo. Così accade nella Scuola-Città Pestalozzi: due ore alla settimana in cui gli studenti delle elementari e delle medie, confrontandosi tra loro, possono sperimentare l’educazione tra pari, raccontarsi gioie e frustrazioni, giudicare pubblicamente il comportamento dei coetanei. Al maestro il difficile compito di partire da questo materiale incandescente per dargli una forma e ragionare pedagogicamente insieme alla classe su temi che nella vita scolastica sono quasi sempre sacrificati in nome del programma, delle interrogazioni, delle verifiche.
Scrivere tanto. E con la penna
Una delle prime puntate l’abbiamo girata all’Ipsia Mazzini-Da Vinci di Savona, istituto professionale per meccanici. Qui insegna lettere Sabina Minuto. Fa una cosa semplice e insieme rivoluzionaria: fa scrivere i suoi ragazzi. Non un tema al mese o qualche esercizio sul quaderno da svolgere a casa. Attraverso un metodo ben collaudato (Writing and reading workshop) i suoi allievi scrivono tutti i giorni. Sabina ha capito che per questi ragazzi – tra loro ci sono tanti stranieri, molti studenti ripetenti o in difficoltà – il primo scoglio da superare è quello di imparare a raccontarsi, di credere che la propria storia abbia un interesse per sé e per gli altri, di acquisire autostima. Così in classe si passano ore a scrivere (con la penna!), a leggere ad alta voce lettere, poesie, testi sulla propria visione del mondo e sulle proprie esperienze. Non per tutti, ma per alcuni di questi adolescenti la scrittura diventa così un appiglio, la lettura una pratica costante, fatti che da molto tempo non sono più scontati nemmeno al liceo classico. Insomma, una notevole capacità di fare ricerca per uscire dalle strettoie dell’apprendimento tradizionale e una passione mai retorica per la condivisione.
Anch’io posso fare di più
A volte per farsi venire una buona idea basterebbe andare a vedere cosa succede fuori dalle nostre quattro mura, studiare il lavoro degli altri, avere l’umiltà di copiare chi ha messo in piedi qualcosa di proficuo ed efficace. Io per primo, alla fine di questa esperienza, mi sono promesso di farlo di più.
* Scrittore e insegnante. I suoi ultimi libri sono il romanzo Resto qui e Le parole sono importanti (Einaudi)
Sul Venerdì del 13 settembre