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Lo scrittore e birdwatcher Jonathan Franzen (Talia Herman/ Guardian/ Eyevine/ Contrasto) 

Franzen, il birdwatcher

Da 30 anni studia le migrazioni e osserva i volatili dalla sua casa di Monterey, California. Qui ci racconta com’è nata una passione. E perché condividerla 
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Anche in questo momento, mentre parlo al telefono seduto in una stanza buia, gli uccelli sono intorno a me: posso sentire le diverse specie che cantano fuori dalla mia finestra" dice con voce divertita Jonathan Franzen, autore delle Correzioni, Libertà e Purity, dalla sua villetta di Santa Cruz, sulla baia di Monterey, California. "Sono immerso in questo costantemente. Quando, finita l'intervista, uscirò e andrò verso la mia auto, terrò gli occhi aperti e vedrò uccelli. E ne spunterà sempre fuori qualcuno ovunque andrò: in qualsiasi istante del giorno ho la possibilità di connettermi alla mia passione: è per questo che penso che il birdwatching sia diverso da tutti gli altri hobby. Se collezioni monete rare, o sei un grande fan della tua squadra, la tua passione è confinata al momento in cui ti occupi del tuo hobby. Ma se sei un birdwatcher sei sempre all'erta, perché gli uccelli sono sempre…
Anche in questo momento, mentre parlo al telefono seduto in una stanza buia, gli uccelli sono intorno a me: posso sentire le diverse specie che cantano fuori dalla mia finestra" dice con voce divertita Jonathan Franzen, autore delle Correzioni, Libertà e Purity, dalla sua villetta di Santa Cruz, sulla baia di Monterey, California. "Sono immerso in questo costantemente. Quando, finita l'intervista, uscirò e andrò verso la mia auto, terrò gli occhi aperti e vedrò uccelli. E ne spunterà sempre fuori qualcuno ovunque andrò: in qualsiasi istante del giorno ho la possibilità di connettermi alla mia passione: è per questo che penso che il birdwatching sia diverso da tutti gli altri hobby. Se collezioni monete rare, o sei un grande fan della tua squadra, la tua passione è confinata al momento in cui ti occupi del tuo hobby. Ma se sei un birdwatcher sei sempre all'erta, perché gli uccelli sono sempre intorno a te".

La passione di Franzen nasce nel 1999. "Un giorno due amici birdwatcher, venuti a New York proprio per osservare la migrazione primaverile, mi portarono a Central Park e mi passarono il loro binocolo, facendomi vedere uccelli che non avevo mai sentito nominare né avevo mai notato durante tutte le mie passeggiate nel parco. Fu allora che capii che mi stavo perdendo qualcosa di importante".

Ma non tutti gli uccelli hanno la stessa visibilità dei beniamini dei birdwatcher, che come il grande calao indiano (Buceros bicornis) - variopinto e dotato di una sorta di casco corneo sopra il becco - finiscono sulle copertine delle riviste e sono tra i preferiti di Franzen. La lontananza dagli occhi - e quindi dal cuore - di noi umani è una grave minaccia soprattutto per gli uccelli marini che vivono in posti remoti. Franzen dedica loro un commosso reportage nel suo libro più recente, la raccolta di saggi La fine della fine della Terra (Einaudi, pp. 208, euro 18,50, traduzione di Silvia Pareschi).

Che sta succedendo agli uccelli marini, mister Franzen?
"Negli ultimi sessant'anni la popolazione mondiale è crollata del 70 per cento. Una delle minacce più serie è nelle zone di pesca. Nell'Atlantico meridionale, per esempio, ogni anno migliaia di albatri che si tuffano per raccogliere gli scarti di pesce gettati fuori bordo dai pescherecci, rimangono impigliati nelle reti a strascico. E annegano. È un problema che si potrebbe risolvere se tutti i pescherecci utilizzassero semplici sistemi "spaventauccelli", come cavi dotati di fiocchi colorati. Poi c'è la pesca col palamito: allettati dalle esche, gli albatri rimangono agganciati alla lenza, che li trascina giù uccidendoli. Succede a circa centomila albatri ogni anno. Infine, le specie invasive. Come i topi che, arrivati sulle navi, hanno proliferato sulle isole. Molti uccelli marini si sono evoluti per milioni di anni su isole dove non esistevano mammiferi, e questo li rende incredibilmente vulnerabili: non riconoscono i topi come una minaccia. È impressionante vedere, nei filmati raccolti dal biologo Ross Wanless, come un uccello imponente come l'albatro di Tristan (Diomedea dabbenena) che arriva fino a dieci chili, non sia in grado di impedire a un topolino di 30 grammi di divorare i suoi piccoli a pochi centimetri da lui. Gli albatri raggiungono la maturità solo dopo circa cinque anni: se attacchi i loro pulcini, la loro popolazione collasserà. In posti come l'isola Gough i topi hanno già sterminato centinaia di migliaia di albatri di Tristan e petrelli dell'Atlantico. La sola cosa positiva è che i topi si possono eradicare. Purché ci sia la volontà necessaria".

In che altro modo possiamo aiutare questi animali?
"Un esempio straordinario è ciò che i neozelandesi hanno fatto per l'albatro delle Chatham (Thalassarche eremita), magnifico - e raro - animale che arriva fino a 3,5 metri di apertura alare, ha un piumaggio grigio, bianco e nero spettacolare e passa anni planando sull'oceano in cerca di pesci. Questa specie però ha un solo luogo per riprodursi, al largo della costa della Nuova Zelanda: l'isola Te Tara Koi Koia, dell'arcipelago delle Chatham, anche detta "la piramide" perché è proprio una piramide di roccia che spunta dall'oceano ed è completamente ricoperta da albatri delle Chatham. Tutta la loro popolazione mondiale si trova lì. E questo è un grosso rischio: se topi o malattie invadono quell'isola, l'intera specie può estinguersi. Per questo normali cittadini neozelandesi si sono attivati, dando il via a un progetto di trasloco: prendono piccoli di albatro dalla Piramide e li traslocano su altre isole, in luoghi recintati e protetti dai predatori, così che si formino un "imprinting" nel nuovo luogo. Da adulti torneranno a nidificare nelle nuove isole e formeranno colonie, rendendo più resiliente la specie".

C'è qualche uccello marino in grado di proteggere la prole?
"Il deserto di Atacama, in Cile, uno dei posti più aridi sul pianeta, tanto che non ci sono insetti, né rettili, né piante, ospita una colonia di gabbiani grigi (Leucopheus modestus). Depongono le uova nel deserto, e ogni mattina volano sopra le colline costiere, si procurano pesci nell'oceano e poi tornano nel deserto per portare il cibo ai pulcini. Fanno così perché il deserto è un posto molto sicuro, dove non devi preoccuparti di predatori, insetti o parassiti".

Sembrano ottimi genitori...
"Non sono i soli: ad esempio tra le urie (Uria aalge) delle isole Farallon, anche quando i figli lasciano il nido e si spingono sull'oceano, il padre li raggiunge e passa dei mesi con loro per insegnargli a pescare. Se, a partire da settembre, ti avvicini con una barca, vedrai un'uria adulta e vicino a essa una più giovane, riconoscibile per il piumaggio differente. È davvero una cosa commovente da vedere: in genere si pensa che quando gli uccelli lasciano il nido, il compito dei genitori sia finito. Ma per loro non è così. E quando si immergono in cerca di pesci possono arrivare insieme a 90 metri di profondità, sembrano volare sott'acqua, liberi e felici".

Grazie al suo successo letterario, lei è oggi il birdwatcher più famoso del mondo. Qual è stata la scena osservata al binocolo che l'ha emozionata di più?
"In Albania, prima che la caccia su tutto il territorio fosse proibita. Ho viaggiato con un naturalista tedesco e siamo stati in varie aree naturali molto belle, ma non vedevamo alcun uccello, perché era pieno di cacciatori. E mi spiace, ma devo dire che la maggior parte dei cacciatori, specialmente quelli che uccidevano più prede, erano italiani. Lì c'è un habitat  ideale per gli uccelli: una grande pianura piena di fiumi, terre umide e praterie e foreste. Beh, noi eravamo lì durante la migrazione di primavera, ed era un disastro: tutti gli uccelli che passavano per l'Albania venivano uccisi. Abbiamo visto spiagge dove ogni centinaio di metri c'era qualcuno nascosto dietro un riparo con un fucile, in attesa che un'anatra arrivasse dal mare. Un giorno, mentre stavamo guidando, depressi per la situazione, attraverso un campo a due chilometri dal mare, per un attimo abbiamo guardato in alto. 'Oddio, quello è un falco sacro (Falco cherrug)' ho gridato, entusiasta. 'E sta lottando con un falco Lanner!' (Falco biarmicus). Sono tra i falchi più rari d'Europa, già incontrarne uno solo è un evento raro. Fino ad allora li avevo visti soltanto nelle guide, pensando 'ok, ora so che esistono. Ma non ci credo davvero'. E invece eccoli lì. È stato stupefacente. Ma intanto il mio unico pensiero era: 'Spero che se ne vadano presto, altrimenti qualcuno gli sparerà'".

Sul Venerdì del 13 settembre 2019