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Lingua dei segni: guarda chi parla e impara

La Lis, usata dai sordi italiani, ancora non è riconosciuta ufficialmente. E questo nega a tanti bambini un pieno accesso all’istruzione. Eppure, spiegano gli esperti, si tratta di lingue vere. E con un fascino particolare
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Ogni anno in Italia nascono circa duemila bambini sordi. In più di 90 casi su cento sono figli di genitori udenti, quindi impreparati ad affrontare la sordità. Alle loro domande le strutture sanitarie rispondono con un protocollo consolidato: indirizzano subito il bambino all'uso di una tecnologia per l'udito e raccomandano la logopedia come supporto all'apprendimento della lingua vocale. Questo approccio ha un punto debole: esclude l'unica soluzione che garantisce il pieno sviluppo delle facoltà cognitive e sociali del bambino sordo, ovvero l'esposizione precoce a una lingua dei segni. Le lingue segnate non sono uno scimmiottamento di quelle parlate, ma lingue a tutti gli effetti, complesse, vive, naturali, cioè emerse spontaneamente nella cultura. E anche con un fascino particolare: quando gli ominidi iniziarono a comunicare in modo articolato, probabilmente usarono una lingua simile a quelle che oggi usano i sordi.

Ogni Paese ha la s…
Ogni anno in Italia nascono circa duemila bambini sordi. In più di 90 casi su cento sono figli di genitori udenti, quindi impreparati ad affrontare la sordità. Alle loro domande le strutture sanitarie rispondono con un protocollo consolidato: indirizzano subito il bambino all'uso di una tecnologia per l'udito e raccomandano la logopedia come supporto all'apprendimento della lingua vocale. Questo approccio ha un punto debole: esclude l'unica soluzione che garantisce il pieno sviluppo delle facoltà cognitive e sociali del bambino sordo, ovvero l'esposizione precoce a una lingua dei segni. Le lingue segnate non sono uno scimmiottamento di quelle parlate, ma lingue a tutti gli effetti, complesse, vive, naturali, cioè emerse spontaneamente nella cultura. E anche con un fascino particolare: quando gli ominidi iniziarono a comunicare in modo articolato, probabilmente usarono una lingua simile a quelle che oggi usano i sordi.

Ogni Paese ha la sua, con  storie che si perdono nella notte dei tempi. La nostra è la Lis, lingua dei segni italiana, ma il nostro Stato, unico tra quelli europei, non l'ha ancora riconosciuta ufficialmente. Il che implica, tra le altre cose, che le scuole elementari e medie non ne prevedano l'insegnamento (salvo rare eccezioni), negando ai sordi il pieno accesso all'istruzione.

Su questo ritardo pesa un pregiudizio antico: che una lingua dei segni non sia una vera lingua e che la scelta di vita più auspicabile per un sordo sia adattarsi in qualche modo al modello udente. Il punto è che neppure una tecnologia avanzata come l'impianto cocleare (una neuroprotesi in grado di captare e inviare direttamente i suoni al nervo acustico al posto della coclea) risolve del tutto il problema della sordità. E le abilità linguistiche, per svilupparsi pienamente, richiedono l'esposizione stabile e precoce (0-3 anni) a una lingua naturale.

Nel dibattito entra ora  un libro curato da  quattro linguisti e psicolinguisti: Descrivere la lingua dei segni italiana (il Mulino, pp. 264, 25 euro) di Virginia Volterra, Maria Roccaforte, Alessio Di Renzo e Sabina Fontana.  A Volterra dobbiamo la prima descrizione scientifica della Lis,  battezzata così, nel 1981, proprio dal suo gruppo di ricerca all'Istituto di Psicologia del Cnr di Roma.

"Da allora sono cambiate molte cose" racconta Volterra. "Negli anni Ottanta non esistevano corsi di Lis. E fino a qualche tempo prima ai sordi venivano addirittura legate le mani, perché si temeva che l'uso dei segni ostacolasse l'apprendimento della lingua vocale. Alcuni medici ed educatori la pensano ancora così". Il libro, sulla base di ricerche empiriche, in particolare nel campo della linguistica cognitiva, mostra invece che c'è una sostanziale identità tra lingua segnata e vocale, e che quindi impararle entrambe significa semplicemente essere bilingui. "Le proprietà e le caratteristiche strutturali delle lingue segnate sono molto simili a quelle delle lingue parlate. La Lis, come l'italiano, ha un lessico molto ricco, formale e informale. Ci sono sinonimi, parolacce, eufemismi, dialetti regionali e persino gerghi legati alle scuole in cui si è studiato".

Alcune parole hanno significati estremamente precisi ("furto di veicoli a motore", "torpore primaverile"); altre, a differenza di quelle delle lingue parlate, possono dire e mostrare allo stesso tempo. Molti segni "assomigliano fisicamente all'oggetto o alla persona a cui si riferiscono": Trump si dice disegnando l'onda della capigliatura, Andreotti il padiglione delle orecchie (evidentemente a sventola), Dante il naso aquilino. La metafora ha un ruolo essenziale: "stare zitti", per esempio, si dice mettendo le mani in tasca. Anche se le mani non parlano mai da sole: come in una sinfonia, si accordano ai movimenti del busto, alla direzione dello sguardo, a espressioni facciali, pause e componenti orali.

Era più o meno così che dovevano comunicare i progenitori di Homo sapiens, forse già un milione di anni fa, prima che l'abbassamento della laringe rendesse fisicamente possibile articolare le parole. Oggi l'ipotesi dominante è che il protolinguaggio fosse una combinazione di componenti manuali ed espressioni facciali (probabilmente già con una grammatica e una sintassi) a cui nel corso del tempo si sono aggiunte le vocalizzazioni. La parola, quindi, sarebbe nata per rinforzare i gesti, non viceversa.

"Tra l'altro" aggiunge Volterra "sembra che i gesti abbiano ancora un ruolo molto importante nel linguaggio. Basta osservare una persona che gesticola al cellulare: i gesti non vengono prodotti per l'interlocutore, che non è presente, ma per aiutare chi parla a esprimere il proprio pensiero. I gesti non si limitano cioè ad accompagnare il linguaggio: ne sono parte. E la comunicazione orale è soltanto una delle modalità in cui può esprimersi la capacità di comunicare". Lo confermano gli studi di neuroimaging: i correlati neurali delle lingue vocali sono comparabili a quelli delle lingue dei segni. E un bambino esposto a una di queste lingue la imparerà seguendo tempi e fasi analoghe a quelle osservate nell'apprendimento di una lingua vocale. Perciò la comunità sorda italiana chiede che la Lis venga riconosciuta e proposta tempestivamente ai bambini sordi, come integrazione alla riabilitazione uditiva.

"La tecnologia e la logopedia vanno benissimo, ma non possono essere l'unica soluzione" spiega Alessio Di Renzo, sordo, insegnante di Lis e linguistica della Lis. Lo incontriamo, insieme a un'interprete di Lis, al laboratorio LaCAM (Language and Communication across Modalities) del Cnr di Roma, dove si studia l'acquisizione del linguaggio nei bambini sordi e non. "Prendiamo l'impianto cocleare. Ha un tempo d'usura, una batteria che può scaricarsi; soprattutto, la sua efficacia varia da persona a persona e a seconda dei contesti di ascolto. Insomma, non si può fare affidamento solo su quello".

Il rischio, con un udito precario o instabile, è che le abilità linguistiche del bambino -   da cui dipendono molte altre competenze cognitive e sociali - non si sviluppino pienamente (come accade per il 50 per cento circa dei bambini impiantati). E poi "i sordi hanno il diritto di appartenere anche al mondo dei sordi" dice Di Renzo, "e la lingua dei segni contribuisce alla costruzione della nostra identità. Chi si è pentito di averla imparata? Nessuno. Molti invece si sono pentiti di aver imparato solo l'italiano".

L'edificio romano che ospita il LaCAM, su via Nomentana, è anche sede di una delle pochissime scuole statali con didattica bilingue (italiano e Lis), vero modello di integrazione. "Abbiamo circa 110 bambini udenti e 40 sordi, dalla materna alle medie. Gli iscritti udenti spesso hanno dei familiari sordi, o magari abitano qui vicino. Ma ci sono anche genitori che preferiscono che alla scuola materna i figli imparino la Lis invece dell'inglese". In effetti, sembra che la lingua dei segni abbia un impatto significativo sull'attenzione e sulla memoria visiva dei bambini. "E poi si può parlare sott'acqua" sorride Di Renzo. "O chiacchierare dal finestrino del treno".

Sul Venerdì del 6 settembre 2019