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 Roberto Saviano nella sua casa di Roma (Luigi Narici/ Agf) 

Roberto Saviano: i miei primi quarant'anni

Intervista allo scrittore alla vigilia di un compleanno strano. "La vuoi sapere una cosa? Mi sento quasi in colpa di essere ancora vivo". L'album
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ROMA. La risata è quella di un ragazzino, lievemente acuta, l'allegria che sbotta all'improvviso, senza controllo né filtri. Ma accade poche volte durante il viaggio verso i suoi luoghi d'infanzia, gli stessi che dopo l'uscita di Gomorra l'hanno condannato a vivere dentro una bolla, sospeso in una quotidianità costantemente negata. Tra due giorni, il 22 settembre, Roberto Saviano compirà quarant'anni, ma è uno strano compleanno, perfino imbarazzante, come un evidenziatore tracciato su due vite inconciliabili: l'esistenza bruscamente interrotta nell'ottobre del 2006 dalla condanna a morte dei casalesi, e quella attuale sotto protezione, una "non vita" che scaccia come intollerabile il ricordo della precedente.

L'appuntamento è su un grande viale anonimo, in una mattina di sole sfacciato che però si ferma fuori dal finestrino blindato della macchina. In penombra, nel sedile posteriore, Savian…
ROMA. La risata è quella di un ragazzino, lievemente acuta, l'allegria che sbotta all'improvviso, senza controllo né filtri. Ma accade poche volte durante il viaggio verso i suoi luoghi d'infanzia, gli stessi che dopo l'uscita di Gomorra l'hanno condannato a vivere dentro una bolla, sospeso in una quotidianità costantemente negata. Tra due giorni, il 22 settembre, Roberto Saviano compirà quarant'anni, ma è uno strano compleanno, perfino imbarazzante, come un evidenziatore tracciato su due vite inconciliabili: l'esistenza bruscamente interrotta nell'ottobre del 2006 dalla condanna a morte dei casalesi, e quella attuale sotto protezione, una "non vita" che scaccia come intollerabile il ricordo della precedente.

L'appuntamento è su un grande viale anonimo, in una mattina di sole sfacciato che però si ferma fuori dal finestrino blindato della macchina. In penombra, nel sedile posteriore, Saviano indossa un abito blu goffrato che poco gli somiglia, scelto da una costumista per un programma tv. È il primo indizio dell'assenza di normalità, dal momento che Roberto non decide quasi niente del suo quotidiano, di quei gesti minuti che scandiscono il vissuto più ordinario: come vestirsi, cosa mangiare, chi vedere. Il secondo indizio è il modo di raccontarsi, filtrato da una rigida sorveglianza intellettuale: un'abitudine contratta in una vita pensata più che vissuta, costantemente spezzata dall'assillo della morte mancata. Porta con sé un ingombrante zaino con cui sembra proteggersi dal mondo. Segna anche il confine tra noi, sul sedile di dietro. Non gli domando cosa ci sia nello zaino. Lo capirò alla fine del viaggio.

In viaggio verso Napoli
"Mi chiedi cosa provo a compiere quarant'anni. Mi sembra strano, sì. Non l'avevo messo in conto. Pensa che mi fecero fare testamento a 27 anni, quando arrivò la condanna dei casalesi. Un consiglio della sicurezza: vai dal notaio e risolvi le tue cose, così stai più sereno. Sereno? Ma chi è che fa testamento a quell'età? Ho vissuto per alcuni anni con l'ossessione di essere ammazzato. Poi è subentrato un sentimento più feroce: non sono morto, quindi agli occhi di molti sono diventato un fake proprio perché non sono morto. A volte mi sento in colpa di essere vivo. Anche dentro di me avevo fatto il calcolo di morire presto. E ora mi tocca confrontarmi con una condizione per cui non sono pronto. Per un verso è come se avessi ancora vent'anni: sento di dover fare ancora un sacco di cose. Vuoi la lista? Mi sento un po' ridicolo perché ora sono fuori tempo massimo. Vabbè, cominciamo. Cazzeggiare, sì, al primo posto metterei il cazzeggio. Essere imprudente come lo si è a vent'anni, spensierato, leggero. Andare a letto e svegliarmi perché suona la sveglia e non perché le angosce e gli attacchi ti rendono impossibile il sonno. Cos'altro ancora? Mi manca poter sbagliare liberamente. Oggi ogni mio errore è osservato, spiato, amplificato, come se la mia vita fosse una cittadella assediata, che non ammette spazi di debolezza. E poi mi manca camminare senza meta, passeggiare, andare sulla moto che avevo ordinato pochi giorni prima della nuova vita sotto protezione, anche solo abbassare il finestrino della macchina blindata per prendere il vento in faccia. Far circolare l'aria è un lusso che non posso permettermi".

La famiglia e i morti a terra
"Sono nato a Napoli, nella clinica Mediterranea. Poi ci trasferimmo quasi subito nel Casertano, dove ho trascorso infanzia e adolescenza. La mia era una famiglia particolare, nata dall'innesto di una doppia radice, non solo geografica ma anche sociale e sentimentale. Mia madre Maria Rosaria - una professoressa di Mineralogia di origine ligure - incarnava il Nord, la razionalità pura della scienza, l'operoso rigore di una donna che si era costruita con la sua sola forza e quella della sua passione per i minerali; mio padre Luigi - un medico - rappresentava al contrario istinto e ferinità, la vita contadina del Mezzogiorno, miseria, stenti, fatica, il dialetto stretto delle sue parti. Mio nonno materno Carlo, un colonnello carrista che aveva combattuto nella Seconda guerra mondiale, non capiva una parola detta da nonno Stefano, gigante buono di grande dignità del quale ricordo ancora la mano pesante sulla mia spalla, gesto di perpetuo incoraggiamento. Due mondi lunarmente distanti, uniti solo per amore. Mi piace pensare di essere stato il frutto di una grande passione, anche di un'intesa fortemente carnale. Quando i miei genitori si separarono non provai sofferenza. L'ansia non arrivava dal conflitto famigliare, ma dalla zona di guerra che era allora il Casertano. I miei zii mi hanno raccontato che da bambino ero ossessionato dai morti a terra. 'Lo vedi quell'incrocio', dicevo a zio Umberto passeggiando per Casal di Principe, 'là hanno ammazzato uno'. E poco dopo: 'E da quella parte ho visto morire un altro'. Mio zio preoccupatissimo chiese a mia madre: ma al bambino che film fate vedere? Purtroppo non era cinema, ma la guerra di mafia. Il sangue non mi impressionava perché era come il primo nudo di donna o la sigaretta proibita: mi faceva sentire grande. E io non vedevo l'ora di crescere, di capire le cose. Solo così entravo nella vita, quella vera".

Educazione casertana
"A mia madre devo moltissimo, da lei ho ricevuto il peggio e il meglio di quello che sono. Bellissima e colta. Da piccolo mi infastidiva che gli uomini la guardassero. Sono stato allevato da lei e da mio nonno Carlo insieme a mia zia Silvana: ancora oggi zia Silvana vorrebbe sapere se mangio, se mi copro bene e se non metto i gomiti sul tavolo. Con mio padre il rapporto è sempre stato di altra natura. Fisico, carnale. Con lui ho imparato a correre, a giocare a calcio, a tenere il volante dell'auto, a leggere le contraddizioni e le mille facce della realtà, anche quella apparentemente più semplice. Come quando mi insegnò a tirare un cazzotto sulla sua mano, salvo poi abbassarla d'improvviso facendo franare il mio pugno sulla vetrina alle sue spalle. 'Uè, si' scemo? Devi stare attento, Robbè, devi capire sempre cosa c'è dietro le cose'. Sì, mi disse anche quell'altra frase, che ho trascritto in Gomorra: 'È solo così che si fa il bene, solo quando puoi fare il male'. Ora vedo tutto con un'altra percezione, ma allora ero stordito. Sentivo il dolore di non saper menare o maneggiare un coltello, di non essere all'altezza della vita di strada. In prima media un ragazzino mi riempì di botte. 'A limoò', mi urlò alle spalle, alludendo alla mia testa a forma di limone. 'A limooò'. E io risposi: 'A maammetaa'. Allora lui mi afferrò il capo colpendolo con forza ripetutamente. Finsi di svenire. Credendomi morto lui scappò via terrorizzato. Mi rialzai tutto sgommato di sangue, ma avevo paura di tornare a casa perché non avevo vinto io, aveva vinto l'altro. Io ero un perdente".

"Mio padre è stato il lato lupesco della mia formazione, anche se lo ricordo timido, estraneo all'arroganza diffusa. Voleva che io non mi piegassi alle logiche della sottomissione, non dovevo aver paura, e quindi dovevo sapermi difendere. Un giorno eravamo a pranzo in un ristorante vicino a Castel Volturno quando d'un tratto lo vidi diventare molto nervoso. Erano entrati due camorristi e lui non sopportava l'idea che fossero serviti al tavolo prima di noi. Pativa il sistema e lo interiorizzava, ma non c'era in lui l'elemento della sfida o della rottura. Quello l'avrei introdotto io più tardi con la denuncia. Mio padre soffriva la sua diversità perché in quelle terre la diversità si pagava a caro prezzo".

La barba di Felice Orsini
"Intorno a me c'era la monnezza, ma mio nonno Carlo non ha mai smesso di trasmettermi la fiducia nella parola e nel racconto, nella possibilità di costruire un sistema morale alternativo. Forse in questo si dispiegava la sua radice ebraica, insieme ai piccoli rituali di Pesach. La mia famiglia materna è laica, figlia dell'Italia illuminista e di tradizione mazziniana. Nonno Carlo era partito volontario su qualsiasi fronte della Seconda guerra mondiale, dalla Grecia all'Africa Orientale. Da vecchio riconosceva in me tratti della sua irrequietudine che l'aveva portato a cercare fronti dove combattere, a lasciare un lavoro sicuro, e una sera me lo disse: "Sono preoccupato, e molto". "Perché?" gli chiesi. "Perché sei uguale a me"".

"Da lui credo di aver ereditato la dimensione naturale della pugna, del combattimento, anche se la mia è una battaglia fatta di parole, di scrittura. I suoi cugini erano andati a lottare in Spagna nel 1936 al fianco dei repubblicani anarchici. Anarchico era stato anche suo padre, mio bisnonno, cacciato da New York perché indesiderato: distribuiva volantini a favore di Gaetano Bresci, l'assassino di Umberto I. Quando ero bambino, nonno Carlo mi fece leggere una pagina del diario di Felice Orsini, l'attentatore dell'imperatore Napoleone III. Una frase la porto sempre con me: 'Non mi piace il mare se non quando è in tempesta'. E mi colpiva anche perché in una lettera diceva di volere 'immolare la sua barba'. Confesso che qualche volta mi faccio crescere la barba nel goffo tentativo di assumere quell'aria risorgimentale. Oggi sono capace di apprezzare un'educazione del genere, ma da adolescente mi sembrava strana. E talvolta sono così ai ferri corti con la vita che do la colpa di quello che mi è capitato alla stramba formazione famigliare. Da lì certo arriva la mia ossessione romantica del conflitto e della lotta, ma in realtà è una cazzata perché mio fratello, allevato allo stesso modo, coltiva tutt'altre passioni".

Non sono più quello che ero
"Mio fratello è un infermiere molto stimato e molto amato dai pazienti: la cosa che oggi più gli invidio è la fiducia nel prossimo e nella vita. Se mi manca? Tantissimo. Ha quattro anni meno di me, ed è l'anima più bella tra le persone che conosco. Gli ho dormito accanto fino al mio trasferimento a Napoli, lui parlava nel sonno e questa cosa mi divertiva. Ora penso: cazzo, non mi lasciavi mai solo, anche quando dormivi, e ora, dove sei? Separarmi da lui è stata molto dura". "La mia famiglia è come se fosse morta, completamente disgregata, 13 anni fa. Nessuno di noi è stato capace di gestire la mia nuova assurda vita, ma chi lo sarebbe stato? Assenza, preoccupazione, nascondimento, ansia. La quotidianità va in frantumi, il nervosismo ha inghiottito la mia vera identità: oggi non sono più quello che ero. Ho per loro molti sensi di colpa".

Alle Vele, dove tutto cominciò
La parola di Saviano rallenta in prossimità di Scampia, il quartiere in cui è nata la sua seconda vita. Senza Gomorra, il bestseller planetario che nel 2006 ha raccontato la criminalità di questo territorio, la sua esistenza oggi sarebbe diversa: più anonima ma più libera. L'atmosfera dentro la macchina blindata si fa più tesa, gli uomini della scorta sussurrano tra loro, in collegamento con l'automobile che ci segue. Roberto sembra assorto nei suoi pensieri, come se inseguisse ricordi che appartengono a un'adolescenza rimpianta. Passiamo davanti alle Vele, lo spettrale complesso architettonico dove sono stati ambientati il film di Garrone e la serie tv. Su un ballatoio appare la scritta: 'Non siamo Gomorra'.

"Guarda che luce, che spazi. Cazzo, mi manca la possibilità di tornarci. Lo so che può sembrarti impossibile, ma era bello venire qui. Da ragazzo mi capitava spesso di partecipare a qualche festeggiamento, nozze, prime comunioni. Una volta feci l'assistente di un fotografo amico, ma il ricevimento rischiò di finire in rissa. Tentai di rasserenare il clima quando un ragazzino del posto mi apostrofò con fare arrogante: tu continua a fare le foto, scattino. Mi colpiva sempre il frasario di quelle persone, una lingua epica a un passo dal ridicolo: molto diversa dal romanesco che nel mondo criminale risulta monocorde. Mi chiedi perché ne fossi affascinato. La mia passione era impanarmi in quella che qualcuno chiama merda, altri folclore, per me era la realtà e quello era l'unico modo per conoscerla profondamente, nelle viscere. Poi dalla realtà sono stato violentemente espulso ed è forse questa la mia pena del contrappasso. Anche se talvolta è la realtà che si immerge in me, viste le tante cose che mi succedono. Sì, l'ho visto quello striscione polemico con Gomorra. La rabbia vera è che se la sono presa con la mia denuncia, mentre non ho visto manifestazioni di pari intensità contro i criminali che venivano arrestati. Certo, è più facile prendersela con chi è lontano e solo, quasi scontato, è praticamente impossibile con chi tiene sotto scacco il territorio dove vivi tu e la tua famiglia. Però Gomorra ha smascherato un sistema criminale, consentendo il riscatto. Capisco che sia stato doloroso prendere coscienza di una realtà malata, e ancora più faticoso smarcarsene. Ma è successo. Ed è quello che conta".

Nei Quartieri Spagnoli
Attraversiamo il centro di Napoli diretti alla "stanzulella" di piazzetta Sant'Anna di Palazzo, dove Roberto ha vissuto gli ultimi anni della sua vita precedente. Di quella che considera la sua città conosce ogni sasso, il vento che l'ha levigato, la sua storia tra miseria e nobiltà. La vista del Maschio Angioino lo emoziona. San Carlo è il teatro in cui ascoltava Puccini insieme al nonno colonnello. In piazza del Plebiscito, davanti a Palazzo Reale, si lancia in un elenco dettagliato dei sovrani incorniciati nelle nicchie, con la velocità puntigliosa di un bambino che illustra orgoglioso la sua collezione di figurine. Poi imbocchiamo via Nardones, la strada in salita dei Quartieri Spagnoli, e Roberto ride felice.

"Vedi quel balconcino, sopra il lampione? Era casa mia. Dell'altra vita mi manca la libertà, è ovvio. Ma rimpiango soprattutto la fiducia negli altri. Credevo ancora nella possibilità di essere felice, anche se la felicità era poter dare libero sfogo alla mia inquietudine. Oggi ho sempre la sensazione che mi si voglia fottere, quindi devo sempre stare attento. Dei rapporti con le persone mi manca la gratuità. E la casualità. Io non incontro più nessuno per caso. Tutti vogliono qualcosa da me, ogni mia relazione è governata dall'interesse, non necessariamente in senso negativo, ma anche solo letterale. E ho difficoltà a lasciarmi andare. Non riesco neppure a farmi un bagno al mare. E dire che nuotare era una delle cose che mi piacevano di più: a Paestum, a un passo dai grandi templi greci. Ora l'acqua mi dà fastidio, mi crea ansia. Mi hanno detto che tutti i grandi traumatizzati hanno un problema con l'acquaticità, il corpo è mezzo di dolore, quindi non puoi farvi affidamento per galleggiare".

"Mi chiedi di raccontare la mia vita precedente, ma per me è difficile. Mi devo sforzare perché ho cancellato tanto, e ora mi pesa ricordare, andare a scavare. Se ho rimosso per difendermi dalla mia vita attuale? Forse sì, ma non lo so. Di recente mi sono rivisto piccolissimo in vecchi filmini girati in famiglia e ho scoperto che ero un bambino molto allegro. Non so dire quando ho perso l'allegria, so che tuttora apprezzo molto la convivialità: detesto le persone spigolose, e detesto esserlo. Sono stato un adolescente solitario. Chi mi conosce è convinto che anche senza la condanna a morte della camorra non sarei stato giovane fino in fondo. "Tu rimpiangi ciò che non sei mai stato", dicono. Questa cosa mi fa molto innervosire. Perché è difficile immaginare chi sarei diventato se la vita non avesse preso questa piega".

Passeggiando a Castel dell'Ovo
Sul Lungomare viene autorizzato per la prima volta dalla scorta a scendere dalla macchina. Con passo sostenuto mi porta sul bastione più alto del Castello, dove da ragazzo andava a guardare il mare. Un vecchio dalla faccia vissuta lo saluta in modo confidenziale.

"Facci caso, sono sempre i personaggi più singolari i primi a riconoscermi nella folla. Qui ci venivo da solo, mi sedevo in quell'angolo, con la schiena sul muro. Scrivere è sempre stata la mia ambizione più grande, scrivere per cambiare la realtà. Per questo mi sono gettato tra le fiamme, ma non credevo di rimanere bruciato. Se ne è valsa la pena? Giocarsi la vita non vale mai la pena, ma quando accade non bisogna mai rinnegare. Se un angelo crudele mi proponesse di cancellare tutto restituendomi in cambio la mia vita di prima, sarei molto tentato. Ma è anche vero che a Scampia e nel Casertano molto è cambiato perché c'è stata la narrazione di Gomorra. Se non racconti, il cambiamento non inizia. Mi chiedo spesso se ci sarebbe potuta essere una mediazione. Dopo l'uscita del romanzo sarei potuto scomparire per un anno, magari le cose avrebbero preso una piega diversa. Ma ha senso oggi domandarselo?".

Torniamo a Roma
Dopo un giro nella Terra dei Fuochi, nel pomeriggio torniamo a casa, a Roma, nell'appartamento dove Saviano conta di vivere i prossimi due anni. Siamo in un quartiere borghese molto amato dai romani colti. Roberto si muove tra le pareti tappezzate di libri con l'esitazione di un estraneo. Gli chiedo cosa significhi per lui oggi avere una casa.

"La casa sono i miei libri, anche se sono stati loro ad avermi condannato. La casa è la possibilità di uno spazio di luce, sono le voci nel giardino di palmizi. Nella vita asettica dentro una bolla non arriva mai un rumore". 

Inutile domandargli se ama qualcuno, della sua vita sentimentale, magari lontana da qui.
"Parlarne con te significherebbe autorizzare tutti a farlo. E io la voglio proteggere".

Ci raggiunge il fotografo Luigi Narici, che lo sollecita a compiere gesti quotidiani. Roberto lo guarda stranito, come se gli si chiedesse l'impossibile: la sua quotidianità non esiste, ogni gesto risulterebbe falso. Anche la dimensione del tempo perde la sua scansione rituale.
"Per me non esistono le giornate, ma le cose da fare. Spesso mi sveglio e non so in quale caserma, casa o albergo ho dormito".

Fa fatica a riempire i vuoti di uno spazio di intimità: non vi è abituato.
"Con i luoghi è come con le persone" ci dice salutandoci sulla porta: "Impossibile abbassare la guardia".

Sulla Tomba di Cicerone
Il giorno dopo, l'appuntamento è a Formia, dove Saviano è stato invitato dalla libreria Tuttilibri a presentare In mare non esistono taxi, il suo ultimo libro pubblicato da Contrasto. A pochi passi è il luogo dove Cicerone fu assassinato dai sicari di Antonio, prima volò via la testa poi le mani con le quali aveva scritto le Filippiche. Il legame tra la parola e la morte è troppo forte perché lo scrittore la lasci cadere sul palcoscenico. Nonostante l'eco sinistra della Storia, Roberto oggi appare più rilassato: in fondo è la sua "ora d'aria", la sua parentesi di convivialità con gli editori Roberto Koch e Alessandra Mauro. Piccole illusioni di normalità, che però non durano a lungo. I tavoli della cena sono disposti lungo il bordo della piscina di Villa Irlanda, una cornice accogliente che a un tratto gli appare minacciosa.

"No, qui non riprendetemi. La piscina fa molto attico a Manhattan e in molti pensano che io viva tra lussi e privilegi. Questa cosa mi fa crepare di rabbia e, se da ragazzino mi faceva soffrire che mi si riportassero le cose - "guarda, quello ha detto che sei uno stronzo" - è stato terribile l'assedio quotidiano da quando sono diventato un personaggio pubblico. Ho fatto fatica ad abituarmici. La notorietà rende antipatici, cancellando la vita di merda che sei costretto a fare. Talvolta intravedo il pregiudizio nello sguardo di persone insospettabili, anche le più vicine. Può capitare che anche i miei famigliari indossino una maschera ostile, come a dire non ti montare la testa, stai coi piedi per terra, senza capire che non solo resto in una condizione terrena ma anche molto malmessa. Non è stato facile conservare le amicizie del passato, forse non sono stato bravo nella manutenzione degli affetti. Avrei dovuto capire meglio un meccanismo che è naturale: il tuo migliore amico esplode, finisce sotto protezione, te lo ritrovi al cinema o in tv, è inevitabile un sentimento di disagio, forse di estraneità. E io non ho saputo prendermi cura di questo disagio, mostrando il dolore della mia vita vera".

Firmacopie con abbracci
Dopo la conferenza su Cicerone, comincia la liturgia del "firmacopie", formidabile fotografia di un'Italia sospesa tra impegno e richiamo del corpo mediatico. Interi gruppi di famiglia, mamme single con bimbetto, il papà con figlio disabile, coppie di fidanzati, professoresse di mezza età, una vecchia compagna di Erasmus, un comandante della Sea Watch, ragazzi dei centri sociali e di associazioni di volontariato. Per Roberto è anche il momento degli abbracci, quelli veri, fisici, che non può avere nella sua vita sotto osservazione. Quelli da cui non può ritrarsi perché in fondo gli piace riceverli. Non indossa più l'abito blu da cerimonia, ma una maglietta che scopre le braccia tatuate. Sembra contento e stordito.

"Quando sto lì immobile, a firmare libri per un tempo infinito, provo un sentimento di enorme gratitudine. Però mi succede anche di odiare quello che sono diventato, di detestare il mio lavoro, la sua dimensione simbolica e officiante, perché il prezzo da pagare è diventato troppo alto. Vivo la vita d'un malato o d'un carcerato, e sai come riesco a consolarmi? Dicendomi che in realtà sono un privilegiato, libero da patologie e da sentenze di pena, e allora mi vergogno di averlo pensato. Però è proprio strano convivere con una condanna a morte che non ti ammazza. Non so se sono pronto per i quarant'anni. Non so neanche se mi piace fino in fondo esserci arrivato. Lo so che sto dicendo una bestialità, ma non l'avevo previsto. Ora devo fare i conti con un altro pezzo della mia vita che non avevo immaginato. Ho spinto nella certezza di non arrivarci. E adesso mi tocca gestire l'esistenza di un uomo maturo, anche se maturo non lo sarò mai completamente. Ma in che cazzo di vita sono finito? Ci sono dei momenti in cui letteralmente non respiro, non respiro dentro di me".

Nel salutarlo sembra quasi inutile domandargli cosa porti in quell'ingombrante zaino da cui non si separa mai, il carico di inquietudini che ci accompagna da due giorni. Si vorrebbe alleggerirne il peso, ma è impossibile. Roberto, da vecchio come ti immagini? Risponde con la sua risata stridula, da adolescente.
"Non mi immagino".

Sul Venerdì del 20 settembre 2019