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Fabio Fognini il 21 aprile 2019 conquista il trofeo
più importante in carriera vincendo il torneo di Montecarlo. (gettyimages) 

Matteo e i suoi fratelli (con la racchetta)

Dietro alla semifinale agli US Open di Berrettini c'è un gruppo di aspiranti campioni. Ma come ha fatto il tennis italiano a cambiare passo in così pochi anni? Ecco quali sono stati i colpi vincenti  
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Sono bastati meno di tre anni, al tennis italiano, per entrare dentro il suo rovescio. Solo nel dicembre del 2016 addolorate celebrazioni accompagnavano il ricordo dell’unica Coppa Davis vinta in questo Paese, con la famosa spedizione nel Cile di Pinochet che politica e opinione pubblica del 1976 osteggiavano. Nel glorificare la generazione di allora – i Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli – guardavamo la lunga traversata nel deserto senza più altri campioni e senza più altri titoli di Slam. La crisi pareva infinita.
Ora nel tennis italiano è arrivato un ragazzo romano in grado di ribaltare questa sensazione di resa. Matteo Berrettini è stato il primo a spingersi in semifinale agli US Open dopo quattro decenni. A 23 anni, 2 mesi e 4 giorni è diventato l’italiano ad aver impiegato meno tempo per conquistare tre titoli Atp (Gstaad, Stoccarda e Budapest). Ha fatto dire a Rafa Nadal che il futuro è suo. Nicola Pietr…
Sono bastati meno di tre anni, al tennis italiano, per entrare dentro il suo rovescio. Solo nel dicembre del 2016 addolorate celebrazioni accompagnavano il ricordo dell’unica Coppa Davis vinta in questo Paese, con la famosa spedizione nel Cile di Pinochet che politica e opinione pubblica del 1976 osteggiavano. Nel glorificare la generazione di allora – i Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli – guardavamo la lunga traversata nel deserto senza più altri campioni e senza più altri titoli di Slam. La crisi pareva infinita.
Ora nel tennis italiano è arrivato un ragazzo romano in grado di ribaltare questa sensazione di resa. Matteo Berrettini è stato il primo a spingersi in semifinale agli US Open dopo quattro decenni. A 23 anni, 2 mesi e 4 giorni è diventato l’italiano ad aver impiegato meno tempo per conquistare tre titoli Atp (Gstaad, Stoccarda e Budapest). Ha fatto dire a Rafa Nadal che il futuro è suo. Nicola Pietrangeli lo ritiene in grado di vincere un torneo del Grande Slam entro tre anni. Adriano Panatta se lo aspetta fra i primi 10 nel giro di due anni, e forse si tratta di una profezia al ribasso. Un algoritmo gli ha predetto l’arrivo nei prossimi mesi al sesto posto della classifica mondiale – e se davvero fosse così nella storia avrebbe davanti a sé solo un giocatore, proprio Panatta, che fu numero 4 (sempre nel famoso 1976). Si è piazzato alla destra di Fabio Fognini, a lungo condannato a reggere da solo la baracca con fiammate e bagliori, con lampi come un quarto di finale al Roland Garros nel 2011 e ora una improvvisa quanto tardiva continuità, capace di portarlo nei Top 10 a luglio scorso.

Una storia di famiglia
Due tipi distanti e diversi. Fognini risponde al perfetto cliché del tennista italiano, a suo agio sulla terra rossa e sfascia racchette quando la partita gira dall’altra parte. Berrettini ha il diritto, ha il rovescio, ha la testa. È così moderno nella tecnica e nella forza mentale che neppure sembra un italiano. Tutti e due hanno l’occasione di mettere insieme i punti necessari a qualificarsi per il Masters di fine anno, le finali dei migliori otto giocatori al mondo, traguardo che a un italiano sfugge dal 1978 con Corrado Barazzutti. Ma la terra rossa è finita, Berrettini ha più chance.

In casa Berrettini il tennis era già entrato con il papà e prim’ancora con il nonno. Eppure Matteo è un ragazzo che il tennis ha dovuto soffiare al basket e al judo. Quando da bambino giocava con le palline di spugna, non è che si divertisse tanto. Voleva lasciare, mollare tutto, racconta suo fratello Jacopo, pure lui tennista professionista, vent’anni, intorno al 450° posto nella classifica mondiale. Un giocatore in grado di diventare quasi un Berrettini, in questi ultimi 40 anni di diffuso grigiore ogni tanto era già spuntato. L’Italia ha avuto negli anni 90 fra i primi 20 al mondo Omar Camporese (18), Andrea Gaudenzi (18), Renzo Furlan (19). Ha giocato una finale di Davis, l’ultima, nel 1998. Il punto è che insieme all’ascesa di Berrettini, l’Italia si sta accorgendo di avere altro. Fra i primi 100 – a parte Fognini – abitano stabilmente il torinese Lorenzo Sonego (24 anni), il siciliano Marco Cecchinato (26, semifinalista al Roland Garros nel 2018), l’altoatesino Andreas Seppi (35 anni); con la maturità si sono spinti nell’eccellenza il marchigiano Stefano Travaglia (27 anni) e il pugliese Thomas Fabbiano (30). Non è finita. Sono fra i primi 200 altri nove giocatori con età media di 27,7 anni, in un range che va dai quasi 38 di Paolo Lorenzi ai 18 di Jannik Sinner, primo ragazzo al mondo nato nel 2001 che sia riuscito a partecipare a un torneo dello Slam. Se hai dunque 16 giocatori tra i primi 200 al mondo come la Spagna, come la Francia e come gli Usa (nessun Paese ne ha di più), vuol dire che qualcosa alla piccola Italia è successo.

I tornei fatti in casa
Il cambiamento ha più di un motivo. La federazione di Angelo Binaghi ha dato una sterzata ai rapporti con i circoli privati. Si è chiusa l’era dei finanziamenti a pioggia. I contributi vanno a sostenere i giocatori più promettenti, individuati da un gruppo di talent scout. L’Italia è diventato il secondo Paese al mondo dopo gli Usa per numero di challenger organizzati, i tornei di seconda fascia (montepremi fino a 125mila dollari) accessibili a giocatori medi. Averne di più in casa consente di aumentare le possibilità di aggiungere punti alla classifica senza troppi viaggi, senza troppi costi. In Europa se ne giocano 82, in Italia sono 19. Vent’anni fa erano 7. La federazione contribuisce all’organizzazione e in cambio ottiene di assegnare le wild card, gli inviti per chi non avrebbe diritto a parteciparvi. È lo stesso metodo con cui la Spagna ha riempito la classifica di giovani prodotti della sua scuola tecnica.

È caduto il dogma dell’intoccabilità di Tirrenia, il vecchio centro federale, dove ragazzi provenienti da tutta Italia erano chiamati a ritrovarsi, sradicati dalle loro realtà, e spesso avviati allo smarrimento di abitudini, ambizioni. I tecnici della federazione hanno iniziato un percorso di condivisione di esperienze e competenze con i maestri locali. Proprio Berrettini è uno dei protagonisti dell’esperimento. Al suo angolo siedono sia Vincenzo Santopadre, l’allenatore che lo segue da ragazzino, sia Umberto Rianna, allenatore della federazione. Negli ultimi due mesi allo staff s’è aggiunto Craig O’Shannessy, il match analyst del numero 1 al mondo Novak Djokovic, specializzato nel disegnare strategie di gioco su misura.

Anche la mente va allenata
Con il suo team privato, Riccardo Piatti era stato a lungo un’eccezione nel panorama organizzativo del tennis italiano. Un eretico, dicevano.Ora, come già con Pato Alvarez in Spagna, il suo modello è egemone. Matteo Dell’Edera è il direttore dell’istituto superiore di formazione della federazione italiana. Dice: «Questa condivisione di contenuti con i privati ci ha fatto compiere un balzo in avanti, spingendo gli insegnanti a investire su sé stessi, sulla qualità del lavoro e sui ragazzi». I coach italiani sono diventati più internazionali e più ambiziosi. La maggior parte dei maestri si era ritirata nei circoli sotto casa per 2 mila euro al mese. «Il settore tecnico giovanile delle Under da 12 a 16 anni è affidato all’istituto» spiega Dell’Edera «e la formazione da dieci anni è stata estesa ai dirigenti dei circoli in ambito provinciale e ai genitori dei ragazzi promettenti, tesa a costruire una cultura del raggiungimento degli obiettivi non a breve scadenza. Abbiamo inserito nuove figure: laureati in psicologia hanno seguito dei corsi sul tennis per formarsi come mental coach. Per avere tennisti talentuosi abbiamo bisogno di staff talentuosi».

Le scuole tennis sono passate dal 2009 a oggi da 1.200 a 2.000. Esistono 133 centri di aggregazione provinciale, affidati a tecnici federali, dove la politica del decentramento organizza raduni sistematici per bambini sotto i 10 anni. Il protocollo è unico. I piccoli tennisti sono indirizzati allo studio della lingua inglese e durante i raduni viene verificato il livello con il quale si esprimono. Sono uguali in tutt’Italia non solo le dimensioni del campo, ma la misura della racchetta e il tipo di palline da adoperare. Ai bambini viene insegnato a dare un nome alle emozioni che provano giocando: per saperle riconoscere, gestire e dominare. I ragazzi dagli 11 ai 14 anni sono radunati una o due volte al mese. Quelli tra i 15 e i 18 anni continuano a fare riferimento a Tirrenia o Formia (le ragazze). I giocatori tesserati sono aumentati da 80 mila a 145 mila. I circoli sono divisi in categorie come gli hotel. In cima c’è la Top School, 5 stelle, qualifica che viene attribuita a chi dispone di campi in tutte le superfici. Nel tennis d’oggi l’80 per cento dei punti del ranking viene attribuito su cemento. È superata la programmazione con cui i giocatori italiani seguivano i tornei in terra rossa anche mentre la stagione di vertice entrava nel vivo sul duro, in America. Si osa e si raccoglie.

Cronisti e tifosi
Come Berrettini cambierà il panorama dei prossimi anni resta da verificare. Non cambia la distanza dalla materia in chi racconta. Federico Ferrero è la voce del tennis su Eurosport. Spiega: «Il telecronista di tennis ha un codice diverso da quello del calcio. Nel tennis può capitare che faccia il tifo per Federer anche uno spettatore connazionale del suo avversario. Durante gli US Open ricevevo mail in diretta che mi rimproveravano di non fare abbastanza il tifo per Berrettini. Da casa si lamentavano che non fossi partecipe e fazioso. Ora, a me piacerebbe poter avere un italiano fisso ai quarti di finale nei tornei dello Slam, ma non credo sia giusto stravolgere il racconto della partita e la sua telecronaca». Dietro Berrettini, l’Italia aspetta l’affermazione del diciottenne Sinner. Giulio Zeppieri ne ha 17 ed è fra i primi 450 al mondo. Diciassettenne è pure Lorenzo Musetti, vincitore del torneo juniores degli Australian Open a gennaio dopo aver giocato la finale a Flushing Meadows nell’agosto del 2018. Forse possiamo davvero smettere di pensare a Panatta e Bertolucci.

Sul Venerdì del 27 settembre 2019