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Collezionisti di evasioni

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Ancora le tasse, le tasse, le tasse... La triplice invocazione – che potrebbe essere anche quadruplice e peggio che sconsolata – starebbe a significare che una volta sfiammato il consueto bruciore sull’evasione, 100, 107, 110, 120 miliardi da “recuperare”, al contribuente attempato non resta che il ricordo di quell’antico francobollo violaceo da 25 lire che si vede qui sotto; e che reca, in carattere mezzo fascio e mezzo antico romano, l’articolo 53 della Costituzione secondo cui “tutti” (scritto più in grande) debbono pagare giuste tasse.

Era il 1977 e il monito filatelico venne in testa all’allora premier Andreotti come ameno rinforzo all’opera della Guardia di Finanza, il cui comandante generale proprio in quegli anni portava valigie di soldi in Svizzera pure intessendo proficui rapporti con contrabbandieri di petrolio. Vent’anni prima, nel 1957, nominato ministro delle Finanze, sempre Andreotti, che a …
Ancora le tasse, le tasse, le tasse... La triplice invocazione – che potrebbe essere anche quadruplice e peggio che sconsolata – starebbe a significare che una volta sfiammato il consueto bruciore sull’evasione, 100, 107, 110, 120 miliardi da “recuperare”, al contribuente attempato non resta che il ricordo di quell’antico francobollo violaceo da 25 lire che si vede qui sotto; e che reca, in carattere mezzo fascio e mezzo antico romano, l’articolo 53 della Costituzione secondo cui “tutti” (scritto più in grande) debbono pagare giuste tasse.

Era il 1977 e il monito filatelico venne in testa all’allora premier Andreotti come ameno rinforzo all’opera della Guardia di Finanza, il cui comandante generale proprio in quegli anni portava valigie di soldi in Svizzera pure intessendo proficui rapporti con contrabbandieri di petrolio. Vent’anni prima, nel 1957, nominato ministro delle Finanze, sempre Andreotti, che a suo modo era uno spiritello giocoso, provò anche a scrivere un piccolo trattato sulle evasioni fiscali, del quale si conosce un solo frammento: “L’umiltà è una virtù stupenda. Ma non quando si esercita nella dichiarazione dei redditi”.

Il francobollo non sortì grandi effetti. Poco dopo, nel 1982, il fisco rientrò nelle competenze del ministro repubblicano Bruno Visentini, gran signore trevigiano. Dal grattacielo dell’Eur ebbe la conferma che i redditi da lavoro dipendente erano gli unici ad essere tassati; con il che l’evasione era oltre quota 70 mila miliardi di lire; e allora, con quell’accento veneto che secondo Montanelli suonava “come una grattugia”, disse: «È uno schifo» (secondo altra lectio: «un vero schifo»).

In realtà, ieri come oggi, il fisco italiano è un mostro, una materia di cui tra manette, condoni, incentivi, sgravi, regimi forfettari, spesometri, accise, rimodulazioni, rottamazioni, addizionali, scontrini e fatture (pre e post-elettronici), cunei e flat, tracciabilità e punibilità, tutti parlano, ma nessuno capisce più nulla, ciò che consente al potere di sguazzarci dentro alternando promesse di semplificazione e accanimento caotico, avidità e disperazione, ermetismo iniziatico e retorica surreale.

A proposito dell’euro-tax, il ministro Visco comunicò che alcuni cittadini esonerati dal tributo si erano proposti, via fax, di offrire contributi volontari. Vent’anni dopo il professor Monti intimò alla Rai di bandire l’espressione “furbi” parlando degli evasori. Meno tasse per tutti aveva proclamato Berlusconi. Ma poi vennero, o forse già c’erano, sia pure ballerine, l’Iva, l’Ici, l’Imu, l’Ires, l’Irpef, l’Irap, la Tari, la Tasi, le cartelle pazze di Equitalia, la penalizzazione ora dei sex-toys, ora delle crostatine. Nulla di più buffo, nulla di più spaventoso, nulla di più italiano.

Sul Venerdì del 4 ottobre 2019