Pompei e Santorini, macchine del tempo
Cinzia Dal Maso , di CINZIA DAL MASOSpeciale Arte A Roma, alle Scuderie del Quirinale, una mostra sulla città e l'isola distrutte e sepolte da spaventose eruzioni. Che però, sotto la cenere, hanno conservato "intatti" due mondi. Con cui noi moderni ci confrontiamo
Mero studio di un passato lontano? No, grazie. L’archeologia il passato lo riporta in vita. Lo affida all’immaginario e alle riflessioni di noi moderni. E lo consegna all’eternità. Specie in quei luoghi dove una catastrofe naturale ha congelato il fluire del tempo in un attimo. Un dramma irreparabile, nel momento in cui accade. Ma, per una specie di contrappasso, quando dopo millenni si riporta tutto alla luce, il passato riemerge in tutta la sua ricchezza. A Pompei quasi duemila anni fa, come nell’isola cicladica di Santorini 1.700 anni prima, un vulcano ha sepolto tutto, conservando però tutto. Così che noi, gente d’oggi, possiamo confrontarci a tu per tu con le genti di ieri. Confrontare abitudini, riti, credenze, anche le più minute e quotidiane.
Pompei e Santorini. L’eternità in un giorno, a cura di Massimo Osanna e Demetrios Athanasoulis, con Luigi Gallo e Luana Toniolo, non è la classica mostra arche…
Pompei e Santorini. L’eternità in un giorno, a cura di Massimo Osanna e Demetrios Athanasoulis, con Luigi Gallo e Luana Toniolo, non è la classica mostra arche…
Mero studio di un passato lontano? No, grazie. L’archeologia il passato lo riporta in vita. Lo affida all’immaginario e alle riflessioni di noi moderni. E lo consegna all’eternità. Specie in quei luoghi dove una catastrofe naturale ha congelato il fluire del tempo in un attimo. Un dramma irreparabile, nel momento in cui accade. Ma, per una specie di contrappasso, quando dopo millenni si riporta tutto alla luce, il passato riemerge in tutta la sua ricchezza. A Pompei quasi duemila anni fa, come nell’isola cicladica di Santorini 1.700 anni prima, un vulcano ha sepolto tutto, conservando però tutto. Così che noi, gente d’oggi, possiamo confrontarci a tu per tu con le genti di ieri. Confrontare abitudini, riti, credenze, anche le più minute e quotidiane.
Pompei e Santorini. L’eternità in un giorno, a cura di Massimo Osanna e Demetrios Athanasoulis, con Luigi Gallo e Luana Toniolo, non è la classica mostra archeologica dove ammirare tesori del passato. Quelli ci sono, certo, bellezze superbe che lasciano senza fiato. Il punto focale, però, non è il passato ma il presente. È la scoperta moderna del passato. E la mostra è una macchina del tempo che viaggia tanto nella storia antica quanto nell’immaginario moderno.
Si comincia con Pompei, la città che nel Settecento ha dato avvio alla ricerca archeologica moderna. E che da allora è diventata la catastrofe naturale per antonomasia. La quotidianità dei suoi abitanti diventa palpabile in servizi d’argento come quello della Casa del Menandro, in casseforti come quella dalla Villa B di Oplontis, in pareti dipinte come quelle coloratissime della Casa del Bracciale d’oro. Ma l’attenzione si concentra sull’eruzione, su quanto il rischio fosse sottovalutato (e lo è anche oggi).
Santorini, invece, è scoperta più recente, scavata con metodo solo a partire dal 1967. Da allora è venuto progressivamente alla luce tutto il complesso mondo dei suoi marinai e commercianti travolti dall’eruzione del 1628 a.C. Un mondo che alle Scuderie del Quirinale si mostra come mai prima d’ora: grandi pareti affrescate, ricche di colori e di vita, popolate da elegantissime donne, da paesaggi fluviali e di rocce vulcaniche locali, da scene esotiche viste o narrate da chissà chi. C’è molto più del famosissimo ritratto del giovane pescatore. E ci sono anche i vasi in ceramica, oltre cento in mostra, dai decori che dialogano con le pitture e dalle forme potentemente moderne. E oggetti in legno, pelle, stoffa, paglia, tutto eternato (in forma di calco) da un’eruzione che ha fatto esplodere un’isola intera con ripercussioni in tutto il Mediterraneo orientale.
Fu sicuramente uno spettacolo senza pari, se qualcuno ebbe la ventura di ammirarlo. Uno spettacolo che ha lasciato il segno al punto da alimentare forse, oltre un millennio dopo, l’immaginario su Atlantide. Perché noi in verità siamo attratti dallo spettacolo delle catastrofi naturali. È spaventoso ma anche grandioso, terribile ma anche immenso. Provoca in noi orrore e affascina al tempo stesso, mentre misuriamo la forza della natura e la nostra impotenza. Provoca quel sentimento che chiamiamo “sublime”, narrato in mostra da una Veduta notturna del Vesuvio di William Turner del 1817, o dall’Etna di Renato Guttuso del 1983, o dalle Pietre laviche di Richard Long del 1984. E poi, proviamo empatia per le vittime delle catastrofi, immaginando il loro terrore. Per questo i calchi in gesso delle vittime dell’eruzione del Vesuvio, realizzati dall’archeologo Giuseppe Fiorelli già nell’Ottocento, hanno avuto e hanno ancora tanta presa su di noi. È l’orrore della morte colto nell’istante in cui colpisce, senza lasciare scampo. Così molti artisti moderni hanno tratto ispirazione da quei calchi, contribuendo alla riflessione sulle forme cristallizzate della morte e la fragilità della vita: da Medardo Rosso ad Arturo Martini, da Anthony Gormley a Giuseppe Penone ad Allan Mc Collum.
Ma il cataclisma ci affascina anche perché svela prepotentemente le fratture della nostra contemporaneità. E perché, per converso, promette un nuovo inizio, che cancelli i mali del mondo e faccia ricominciare tutto all’insegna del bene. Anche l’archeologia – dice la mostra – genera nuovi inizi e resurrezioni. E proprio a seguito degli eventi più tragici, restituisce con più evidenza e potenza la vita.
Sul Venerdì dell'11 ottobre 2019
Pompei e Santorini. L’eternità in un giorno, a cura di Massimo Osanna e Demetrios Athanasoulis, con Luigi Gallo e Luana Toniolo, non è la classica mostra archeologica dove ammirare tesori del passato. Quelli ci sono, certo, bellezze superbe che lasciano senza fiato. Il punto focale, però, non è il passato ma il presente. È la scoperta moderna del passato. E la mostra è una macchina del tempo che viaggia tanto nella storia antica quanto nell’immaginario moderno.
Si comincia con Pompei, la città che nel Settecento ha dato avvio alla ricerca archeologica moderna. E che da allora è diventata la catastrofe naturale per antonomasia. La quotidianità dei suoi abitanti diventa palpabile in servizi d’argento come quello della Casa del Menandro, in casseforti come quella dalla Villa B di Oplontis, in pareti dipinte come quelle coloratissime della Casa del Bracciale d’oro. Ma l’attenzione si concentra sull’eruzione, su quanto il rischio fosse sottovalutato (e lo è anche oggi).
Santorini, invece, è scoperta più recente, scavata con metodo solo a partire dal 1967. Da allora è venuto progressivamente alla luce tutto il complesso mondo dei suoi marinai e commercianti travolti dall’eruzione del 1628 a.C. Un mondo che alle Scuderie del Quirinale si mostra come mai prima d’ora: grandi pareti affrescate, ricche di colori e di vita, popolate da elegantissime donne, da paesaggi fluviali e di rocce vulcaniche locali, da scene esotiche viste o narrate da chissà chi. C’è molto più del famosissimo ritratto del giovane pescatore. E ci sono anche i vasi in ceramica, oltre cento in mostra, dai decori che dialogano con le pitture e dalle forme potentemente moderne. E oggetti in legno, pelle, stoffa, paglia, tutto eternato (in forma di calco) da un’eruzione che ha fatto esplodere un’isola intera con ripercussioni in tutto il Mediterraneo orientale.
Fu sicuramente uno spettacolo senza pari, se qualcuno ebbe la ventura di ammirarlo. Uno spettacolo che ha lasciato il segno al punto da alimentare forse, oltre un millennio dopo, l’immaginario su Atlantide. Perché noi in verità siamo attratti dallo spettacolo delle catastrofi naturali. È spaventoso ma anche grandioso, terribile ma anche immenso. Provoca in noi orrore e affascina al tempo stesso, mentre misuriamo la forza della natura e la nostra impotenza. Provoca quel sentimento che chiamiamo “sublime”, narrato in mostra da una Veduta notturna del Vesuvio di William Turner del 1817, o dall’Etna di Renato Guttuso del 1983, o dalle Pietre laviche di Richard Long del 1984. E poi, proviamo empatia per le vittime delle catastrofi, immaginando il loro terrore. Per questo i calchi in gesso delle vittime dell’eruzione del Vesuvio, realizzati dall’archeologo Giuseppe Fiorelli già nell’Ottocento, hanno avuto e hanno ancora tanta presa su di noi. È l’orrore della morte colto nell’istante in cui colpisce, senza lasciare scampo. Così molti artisti moderni hanno tratto ispirazione da quei calchi, contribuendo alla riflessione sulle forme cristallizzate della morte e la fragilità della vita: da Medardo Rosso ad Arturo Martini, da Anthony Gormley a Giuseppe Penone ad Allan Mc Collum.
Ma il cataclisma ci affascina anche perché svela prepotentemente le fratture della nostra contemporaneità. E perché, per converso, promette un nuovo inizio, che cancelli i mali del mondo e faccia ricominciare tutto all’insegna del bene. Anche l’archeologia – dice la mostra – genera nuovi inizi e resurrezioni. E proprio a seguito degli eventi più tragici, restituisce con più evidenza e potenza la vita.
Sul Venerdì dell'11 ottobre 2019