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Vincent Van Gogh, Montagne a Saint-Rémy, particolare,1889 (© Solomon R. Guggenheim Foundation, New York SRGF) 

I connaisseur Thannhauser che salvarono le avanguardie

Speciale Arte Monet, Van Gogh, Picasso: al Palazzo Reale di Milano le opere appartenute alla famiglia ebrea tedesca di collezionisti d'arte. Per ripercorrere una storia fatta di amore per la bellezza. Anche davanti all'orrore nazista
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Oggi si direbbero talent scout. Allora l'etichetta chic era connaisseur o mecenati delle arti, intenditori lungimiranti capaci di intuire al volo il bello, il nuovo, il rivoluzionario. Così gli uomini di casa Thannhauser - Heinrich (1859-1935) e suo figlio Justin (1892-1976) - eredi di una famiglia della borghesia ebrea bavarese, si passarono il testimone di un'attività visionaria. Sullo sfondo di una Germania di inizio Novecento colta ed elegante, inaugurarono una galleria sensibile alle nuove tendenze europee e ai linguaggi radicali. Ovvero impressionismo, post-impressionismo e tanta avanguardia, dai germogli del cubismo sbocciati sui quadri di Cézanne a un giovane, imprevedibile Picasso. "Guidati dal principio del progresso" era il motto che annunciava le intenzioni. Anche se gli esordi furono soft, aderenti al gusto reazionario della Secessione locale, l'intuito di papà Thannhauser, aiutato da Justin appena diciassettenne, fece vir…
Oggi si direbbero talent scout. Allora l'etichetta chic era connaisseur o mecenati delle arti, intenditori lungimiranti capaci di intuire al volo il bello, il nuovo, il rivoluzionario. Così gli uomini di casa Thannhauser - Heinrich (1859-1935) e suo figlio Justin (1892-1976) - eredi di una famiglia della borghesia ebrea bavarese, si passarono il testimone di un'attività visionaria. Sullo sfondo di una Germania di inizio Novecento colta ed elegante, inaugurarono una galleria sensibile alle nuove tendenze europee e ai linguaggi radicali. Ovvero impressionismo, post-impressionismo e tanta avanguardia, dai germogli del cubismo sbocciati sui quadri di Cézanne a un giovane, imprevedibile Picasso. "Guidati dal principio del progresso" era il motto che annunciava le intenzioni. Anche se gli esordi furono soft, aderenti al gusto reazionario della Secessione locale, l'intuito di papà Thannhauser, aiutato da Justin appena diciassettenne, fece virare subito le scelte in una direzione sperimentale.

Il nome del loro showroom, Moderne Galerie, doveva comunicare lo spirito di un luogo votato alla modernità. Nel cuore di Monaco, al numero 7 della centralissima Theatinerstrasse, inaugurò nel novembre del 1909 la prima mostra monumentale. Duecento opere di artisti francesi e tedeschi, fra cui 45 capolavori impressionisti arrivati da un partner parigino che impacchettò molti Degas, Manet, Renoir, distillati su tre piani di galleria, fra lampadari di cristallo, tappezzerie di seta, divanetti capitonné. Ambienti accoglienti per la "dimora di un amante d'arte" titolarono i giornali, anche se molti arricciarono il naso per lo stile antiaccademico delle scelte. Heinrich, dietro i suoi occhiali tondi di ferro, il panciotto e i baffoni a manubrio, non si scompose. E tempo un paio d'anni mise in cantiere una mostra epocale: la prima esposizione del gruppo Blaue Reiter, il famoso Cavaliere azzurro, fondato a Monaco nel 1911 da Kandinskij, Marc, Klee e pochi altri, apice dell'espressionismo tedesco, riflesso acuto delle intuizioni del secolo.

Quando nel 1913 i Thannhauser decisero di spedire una ventina di pezzi di autori tedeschi a New York per la fiera dell'Armory Show, il destino della collezione fu segnato. Si spalancarono le porte di un mercato internazionale che vide clienti americani attratti dal loro lavoro impeccabile e da una scuderia di maestri dell'avanguardia europea che stavano scuotendo i colleghi d'oltreoceano dal languore romantico di una pittura ottocentesca.

Il ponte fra Monaco e New York steso all'alba del Novecento è ricostruito bene nella mostra Guggenheim. La collezione Thannhauser, da Van Gogh a Picasso allestita al Palazzo Reale di Milano, curata da Megan Fontanella, conservatrice di arte moderna al Guggenheim. Un'iniziativa che ripercorre la vicenda di questa raccolta blasonata sfuggita (in parte) ai sequestri dei nazisti e poi donata, nel 1963, alla Fondazione Solomon R. Guggenheim, che da allora la espone in una sezione del museo newyorchese, a lato della celeberrima rampa elicoidale di Wright. Dopo una tappa a Bilbao e un'altra ad Aix-en-Provence, Milano accoglie 50 opere che poi torneranno a Manhattan.

A parte i nomi da manuale - Degas, Gauguin, Manet, Renoir - colpisce la storia che lega ogni dipinto alle scelte dei Thannhauser. Il Palazzo Ducale di Venezia, ritratto da Monet nei vapori teneri della laguna, fu acquistato nel 1928 per una mostra del genio francese allestita nella nuova sede di Berlino (con un'altra succursale a Lucerna). Una foto d'epoca ritrae Picasso, frequentatore assiduo di casa Thannhauser, mentre firma per Justin L'aragosta e il gatto. Lo splendido quadro di Van Gogh Montagne a Saint-Rémy fu comprato pochi giorni prima del crollo di Wall Street, poi prestato al MoMA per la mostra del 1939 sull'arte del momento. Justin scrisse al direttore del museo, Alfred Barr Jr.: "Anche voi prendete opere per tenerle al sicuro? Sono in grado di ottenere in prestito pezzi che potrebbero interessarvi". Così aiutò amici collezionisti a salvaguardare i loro averi durante il conflitto.

Gli eventi storici stavano prendendo il sopravvento. Il padre Heinrich era morto nel 1935. Nella primavera del 1937 Justin, la moglie Käthe e i figli avevano già lasciato la Germania per Parigi. Tempo un mese, il regime nazista sequestrò 16 mila opere raccolte nella famigerata mostra sull'arte "degenerata" che sobillava il disprezzo per l'arte moderna. I Thannhauser portarono via quanto possibile. Ma il magazzino di Haberling finì distrutto dai bombardamenti. Con 11 capolavori dentro. "Cercai di farmi spedire altri quadri, ma non c'era telefono, né telegrafo. Arrivarono alcune cose, ma i quadri di Berlino non li ho più rivisti". Con una carta d'identità svizzera nell'autunno del 1940 la famiglia raggiunse Lisbona e a Natale si imbarcò per New York. Da qui, segnata dai dolori della guerra e da tragedie familiari (la morte prematura di entrambi i figli) la storia ricominciò lentamente, punteggiata di mostre e incontri.

Il libro degli ospiti testimonia visite di personalità, tra cui il compositore Leonard Bernstein, l'artista Louise Bourgeois, Rockefeller, Duchamp, l'attrice Zsa Zsa Gabor e Peggy Guggenheim, nipote di Solomon, al cui museo Justin avrebbe donato il suo patrimonio. "La mia famiglia ha vissuto in Germania per cinquecento anni e ora si è estinta" annunciò Justin al momento del lascito siglato con la seconda moglie Hilde "di qui viene la decisione di donare la collezione. Spero venga apprezzata: è tutta la mia vita".

Sul Venerdì dell'11 ottobre 2019