Pomeriggio allucinato nella tana di Gainsbourg
Giuseppe Videtti , di GIUSEPPE VIDETTITra salamandre, liquorini e Paul Klee, cronaca di una vecchia intervista al rocker di francia nella casa di Rue de Verneuil. Oggi più graffitata e adorata della tomba di Jim Morrison
Nella primavera del 1977 Serge Gainsbourg e Jane Birkin abitavano ancora insieme a Rue de Verneuil. La statua di L'homme à tête de chou, la scultura fotografata sulla copertina dell'album uscito l'anno prima in pieno rinnovamento rock, era stata appena sistemata nel piccolo giardino (L'uomo con la testa di un cavolo era evidentemente lo stesso Gainsbourg, che aveva una strana conformazione cranica e orecchie enormi, esageratamente a sventola). Aveva compiuto 49 anni, io ne avevo meno della metà, il giorno che, per conto della radio Rai, giornalista non ancora professionista, fui imprudentemente mandato a intervistarlo, registratore a bobina Nagra a tracolla, cronista inesperto intossicato di french songs. Non ho memoria di accordi preliminari, forse non ce ne furono, nessuna interminabile anticamera con addetto stampa - solo un appuntamento a quell'indirizzo (che non immaginavo fosse casa sua, pensavo uno studio o una sala di registrazione) a un…
Nella primavera del 1977 Serge Gainsbourg e Jane Birkin abitavano ancora insieme a Rue de Verneuil. La statua di L'homme à tête de chou, la scultura fotografata sulla copertina dell'album uscito l'anno prima in pieno rinnovamento rock, era stata appena sistemata nel piccolo giardino (L'uomo con la testa di un cavolo era evidentemente lo stesso Gainsbourg, che aveva una strana conformazione cranica e orecchie enormi, esageratamente a sventola). Aveva compiuto 49 anni, io ne avevo meno della metà, il giorno che, per conto della radio Rai, giornalista non ancora professionista, fui imprudentemente mandato a intervistarlo, registratore a bobina Nagra a tracolla, cronista inesperto intossicato di french songs. Non ho memoria di accordi preliminari, forse non ce ne furono, nessuna interminabile anticamera con addetto stampa - solo un appuntamento a quell'indirizzo (che non immaginavo fosse casa sua, pensavo uno studio o una sala di registrazione) a un'ora del primo pomeriggio.
Apre il cancello Gainsbourg in persona, mi scorta all'interno attraverso una porta finestra. Aspetto emaciato, barba incolta, capelli in disordine, occhi immensi e asimmetrici sempre impegnati a scrutare altrove e il tipico jeans oversize cui vent'anni dopo Yohji Yamamoto avrebbe intitolato una collezione di denim. Il soggiorno non è ampio né luminoso, molte cose accatastate in terra; non solo libri, anche molti oggetti e quadri non incorniciati rivolti verso il muro. Gainsbourg bofonchia un benvenuto, poi rovista tra una serie di bottiglie e ne sceglie una "che arriva da qualche parte in Sudamerica". Ha l'aspetto di una grappa di quelle con il frutto all'interno, solo che invece della pera o della pesca c'è una specie di salamandra maculata. "Dicono sia afrodisiaco, tutte balle, è solo un liquore buonissimo, lo assaggi" ordina. Inorridito dall'animale imbalsamato nell'alcol, passo; lui ne ingolla un sorso dal bicchierino che funge da tappo. Non ricordo il tono dell'intervista, la quarta o quinta della mia carriera; certamente serio ma cordiale, sfuggente sugli argomenti tabù ma centratissimo sulla musica e sulla politica.
Oggi l'alcova parigina della coppia più chiacchierata della fine degli anni Sessanta, al 5 bis di Rue de Verneuil, è una specie di santuario, meta di pellegrinaggio, con più graffiti di quanti ce ne siano sulla tomba di Jim Morrison al Père-Lachaise o fuori dalla villa di Kurt Cobain a Lake Washington Blv, Seattle. A testimoniare che Gainsbourg è ancora il più rock di tutti i cantautori francesi ci sono i tributi di artisti come Mick Harvey e Michael Stipe, Rufus Wainwright e Marianne Faithfull, Cat Power e Franz Ferdinand, Marc Ribot e John Zorn.
Nel nuovo millennio uno come lui non avrebbe vita facile. Le paladine del #MeToo non gli darebbero tregua; le lolite-centennial dell'internet, ben più scaltre delle ingenue dive yéyé per le quali scriveva canzoni maliziose di cui quelle neanche comprendevano il doppio senso, lo sputtanerebbero senza pietà sui social. Oggi Serge Gainsbourg sarebbe triturato dal neoconformismo, scrutinato dalla politicallycorrectmania, linciato dalle nuove destre. E dubito che se il suo funerale si tenesse in questi giorni, il presidente Macron, dopo la canzone in tandem con la figlia tredicenne Charlotte che "candidamente" parla d'incesto, sarebbe generoso al pari di François Mitterand, che lo salutò come "il nostro Baudelaire, il nostro Apollinaire", aggiungendo: "Ha elevato la canzone a livello di arte".
Gainsbourg (Lucien Ginsburg), figlio di ebrei russi immigrati dopo la rivoluzione, che aveva conosciuto l'umiliazione della stella gialla cucita sulla giacca e ascoltato di persona i racconti degli scampati al genocidio (aveva evitato la deportazione fuggendo da Parigi con documenti falsi), fece della trasgressione una regola, della provocazione la sua forza, della sfrenata libertà una bandiera, dell'anticonformismo un'arma di autodifesa - la distanza indispensabile fra sé e il mondo.
La canzone francese del post-Boris Vian non sarebbe stata la stessa senza il genio di Gainsbourg, senza le sue intuizioni, il rispetto per la gloriosa tradizione degli chansonnier (Le Poinçonneur des Lilas), lo sconfinato talento che ha incantato interpreti come Juliette Gréco (La Javanaise), l'amore per il jazz e, più avanti con gli anni, le violente passioni (nella musica come nella vita) per il rock, il reggae e l'elettronica. Nella laicissima Francia si sentiva al sicuro negli anni in cui il Vaticano condannava per oscenità la sua Je t'aime... moi non plus - nient'altro che una languida messa in musica dell'orgasmo femminile - che prima incise con Brigitte Bardot, con cui quell'uomo bruttissimo e parecchio intrigante ebbe una storia fugace, poi con Jane Birkin, che gli sarebbe rimasta accanto per oltre un decennio (in Italia cercarono di far loro il verso, in maniera più maldestra che audace: prima Andrea Giordana con Marisa Solinas, poi Armando Stula con Maria Sole - niente da fare, la coppia originale era morbosamente inimitabile).
Ricordo che durante la nostra intervista, trascorsi non più di venti minuti (una volta gli incontri con gli artisti duravano anche ore), squillò il telefono. Gainsbourg parlotta a bassa voce con qualcuno. "Dobbiamo interrompere per un quarto d'ora" dice dopo aver riagganciato, "ho una commissione da fare. Lei faccia come a casa sua". Lo aspetto per oltre un'ora, il tempo di curiosare tra quei quadri rivolti verso il muro (ci sono dei Paul Klee!) e dare una sbirciatina al resto della casa, un dedalo cavernoso: la camera dalle pareti scure, lenzuola di raso nero, letto disfatto. Quando rientra, non fa un cenno al lungo tempo trascorso, come se lasciare uno sconosciuto in una casa piena di oggetti d'arte (avrei potuto darmela a gambe con un Klee) fosse la cosa più normale del mondo.
Alla fine dell'intervista, torna alla carica col liquorino, propone un brindisi che a quel punto non posso rifiutare, sperando che la salamandra sia solo un giocattolo di plastica e non un piccolo anfibio sacrificato alla libidine degli uomini. Un'intervista tranquilla - i nastri devono essere sepolti in qualche bunker della Rai, ma forse i materiali radiofonici, non riutilizzabili per Techetechetè, saranno andati al macero. Tranquillo non fu il resto della serata. Per non parlare della nottata. Il "liquorino" doveva contenere un qualche allucinogeno. Gainsbourg mi spalancò le porte della percezione. Si richiusero solo all'alba del giorno dopo. Ma senza più chiavistelli.
Sul Venerdì del 18 ottobre 2019
Apre il cancello Gainsbourg in persona, mi scorta all'interno attraverso una porta finestra. Aspetto emaciato, barba incolta, capelli in disordine, occhi immensi e asimmetrici sempre impegnati a scrutare altrove e il tipico jeans oversize cui vent'anni dopo Yohji Yamamoto avrebbe intitolato una collezione di denim. Il soggiorno non è ampio né luminoso, molte cose accatastate in terra; non solo libri, anche molti oggetti e quadri non incorniciati rivolti verso il muro. Gainsbourg bofonchia un benvenuto, poi rovista tra una serie di bottiglie e ne sceglie una "che arriva da qualche parte in Sudamerica". Ha l'aspetto di una grappa di quelle con il frutto all'interno, solo che invece della pera o della pesca c'è una specie di salamandra maculata. "Dicono sia afrodisiaco, tutte balle, è solo un liquore buonissimo, lo assaggi" ordina. Inorridito dall'animale imbalsamato nell'alcol, passo; lui ne ingolla un sorso dal bicchierino che funge da tappo. Non ricordo il tono dell'intervista, la quarta o quinta della mia carriera; certamente serio ma cordiale, sfuggente sugli argomenti tabù ma centratissimo sulla musica e sulla politica.
Oggi l'alcova parigina della coppia più chiacchierata della fine degli anni Sessanta, al 5 bis di Rue de Verneuil, è una specie di santuario, meta di pellegrinaggio, con più graffiti di quanti ce ne siano sulla tomba di Jim Morrison al Père-Lachaise o fuori dalla villa di Kurt Cobain a Lake Washington Blv, Seattle. A testimoniare che Gainsbourg è ancora il più rock di tutti i cantautori francesi ci sono i tributi di artisti come Mick Harvey e Michael Stipe, Rufus Wainwright e Marianne Faithfull, Cat Power e Franz Ferdinand, Marc Ribot e John Zorn.
Nel nuovo millennio uno come lui non avrebbe vita facile. Le paladine del #MeToo non gli darebbero tregua; le lolite-centennial dell'internet, ben più scaltre delle ingenue dive yéyé per le quali scriveva canzoni maliziose di cui quelle neanche comprendevano il doppio senso, lo sputtanerebbero senza pietà sui social. Oggi Serge Gainsbourg sarebbe triturato dal neoconformismo, scrutinato dalla politicallycorrectmania, linciato dalle nuove destre. E dubito che se il suo funerale si tenesse in questi giorni, il presidente Macron, dopo la canzone in tandem con la figlia tredicenne Charlotte che "candidamente" parla d'incesto, sarebbe generoso al pari di François Mitterand, che lo salutò come "il nostro Baudelaire, il nostro Apollinaire", aggiungendo: "Ha elevato la canzone a livello di arte".
Gainsbourg (Lucien Ginsburg), figlio di ebrei russi immigrati dopo la rivoluzione, che aveva conosciuto l'umiliazione della stella gialla cucita sulla giacca e ascoltato di persona i racconti degli scampati al genocidio (aveva evitato la deportazione fuggendo da Parigi con documenti falsi), fece della trasgressione una regola, della provocazione la sua forza, della sfrenata libertà una bandiera, dell'anticonformismo un'arma di autodifesa - la distanza indispensabile fra sé e il mondo.
La canzone francese del post-Boris Vian non sarebbe stata la stessa senza il genio di Gainsbourg, senza le sue intuizioni, il rispetto per la gloriosa tradizione degli chansonnier (Le Poinçonneur des Lilas), lo sconfinato talento che ha incantato interpreti come Juliette Gréco (La Javanaise), l'amore per il jazz e, più avanti con gli anni, le violente passioni (nella musica come nella vita) per il rock, il reggae e l'elettronica. Nella laicissima Francia si sentiva al sicuro negli anni in cui il Vaticano condannava per oscenità la sua Je t'aime... moi non plus - nient'altro che una languida messa in musica dell'orgasmo femminile - che prima incise con Brigitte Bardot, con cui quell'uomo bruttissimo e parecchio intrigante ebbe una storia fugace, poi con Jane Birkin, che gli sarebbe rimasta accanto per oltre un decennio (in Italia cercarono di far loro il verso, in maniera più maldestra che audace: prima Andrea Giordana con Marisa Solinas, poi Armando Stula con Maria Sole - niente da fare, la coppia originale era morbosamente inimitabile).
Ricordo che durante la nostra intervista, trascorsi non più di venti minuti (una volta gli incontri con gli artisti duravano anche ore), squillò il telefono. Gainsbourg parlotta a bassa voce con qualcuno. "Dobbiamo interrompere per un quarto d'ora" dice dopo aver riagganciato, "ho una commissione da fare. Lei faccia come a casa sua". Lo aspetto per oltre un'ora, il tempo di curiosare tra quei quadri rivolti verso il muro (ci sono dei Paul Klee!) e dare una sbirciatina al resto della casa, un dedalo cavernoso: la camera dalle pareti scure, lenzuola di raso nero, letto disfatto. Quando rientra, non fa un cenno al lungo tempo trascorso, come se lasciare uno sconosciuto in una casa piena di oggetti d'arte (avrei potuto darmela a gambe con un Klee) fosse la cosa più normale del mondo.
Alla fine dell'intervista, torna alla carica col liquorino, propone un brindisi che a quel punto non posso rifiutare, sperando che la salamandra sia solo un giocattolo di plastica e non un piccolo anfibio sacrificato alla libidine degli uomini. Un'intervista tranquilla - i nastri devono essere sepolti in qualche bunker della Rai, ma forse i materiali radiofonici, non riutilizzabili per Techetechetè, saranno andati al macero. Tranquillo non fu il resto della serata. Per non parlare della nottata. Il "liquorino" doveva contenere un qualche allucinogeno. Gainsbourg mi spalancò le porte della percezione. Si richiusero solo all'alba del giorno dopo. Ma senza più chiavistelli.
Sul Venerdì del 18 ottobre 2019