Un anno dopo sull'Altipiano di Asiago, devastato dal ciclone Vaia
Raffaele Oriani , di RAFFAELE ORIANIIl 29 ottobre scorso la tempesta ha abbattutto intere foreste: 8,6 milioni di metri cubi di legname, che oggi deve essere venduto. Sottocosto. Anche alla Cina
ALTOPIANO DEI SETTE COMUNI (Asiago). La sera del 29 ottobre 2018 Marco Meneghini era nel suo rifugio in Val Maron sull'Altopiano di Asiago. Stava tranquillizzando i cani inquieti per il vento forte, quando cominciò a inquietarsi anche lui. Portò tutti al coperto e si mise in ascolto delle folate sempre più insistenti. A un certo punto bussarono, erano due amici che chiedevano ospitalità: "La strada verso Enego è chiusa, sono caduti un paio di alberi". In montagna succede, anche se raramente in una serata d'autunno senza un fiocco di neve. Passa un'ora e ogni tanto c'è un tonfo. Poi un boato, un colpo impetuoso che fa saltare le imposte, spalanca i battenti, sembra la fine del mondo. E invece è quasi la fine del vento. Pochi minuti dopo le folate cessano del tutto. Approfittando della calma irreale, Meneghini e i suoi compagni si avventurano all'aperto, accendono la torcia e nel buio fitto notano degli spill…
ALTOPIANO DEI SETTE COMUNI (Asiago). La sera del 29 ottobre 2018 Marco Meneghini era nel suo rifugio in Val Maron sull'Altopiano di Asiago. Stava tranquillizzando i cani inquieti per il vento forte, quando cominciò a inquietarsi anche lui. Portò tutti al coperto e si mise in ascolto delle folate sempre più insistenti. A un certo punto bussarono, erano due amici che chiedevano ospitalità: "La strada verso Enego è chiusa, sono caduti un paio di alberi". In montagna succede, anche se raramente in una serata d'autunno senza un fiocco di neve. Passa un'ora e ogni tanto c'è un tonfo. Poi un boato, un colpo impetuoso che fa saltare le imposte, spalanca i battenti, sembra la fine del mondo. E invece è quasi la fine del vento. Pochi minuti dopo le folate cessano del tutto. Approfittando della calma irreale, Meneghini e i suoi compagni si avventurano all'aperto, accendono la torcia e nel buio fitto notano degli spilli luminosi: sono occhi, tanti occhi, tutti gli animali del bosco che si sono riversati sui pascoli.
Nella sua corsa lungo l'arco alpino il ciclone Vaia ha appena attraversato l'Altopiano di Asiago scuotendo strade, danneggiando linee elettriche, ma soprattutto abbattendo centinaia di migliaia di alberi. Improvvisamente il bosco è una trappola e l'uomo quasi un compagno: i tre amici si avvicinano, e nove caprioli li guardano immobili senza accennare a un passo di fuga. È la peggior tempesta che foresta ricordi: nessuno, neppure gli animali, aveva mai visto nulla di simile. La mattina dopo Meneghini è già sulla scavatrice per sgombrare la strada. C'è nebbia e il bosco non si vede. Poi la nebbia si alza, ma il bosco continua a non vedersi: "Mi guardavo attorno, e la foresta di Marcésina non c'era più".
LA STRAGE DEGLI ALBERI
Dalla Val Camonica alla Carnia, un anno fa Vaia ha distrutto 42 mila ettari di bosco, lasciando a terra 8,6 milioni di metri cubi di legname, tanti quanti se ne tagliano in tutta Italia in tredici mesi: "Ma la stima dei danni è in continua evoluzione" spiega Fabrizio Stella, a capo della struttura d'emergenza forestale della Regione Veneto. "A ogni bosco che sgomberiamo in media dobbiamo aumentare il conto del legname abbattuto di un buon 30 per cento". Un disastro: entriamo in Val d'Assa, sempre sull'Altopiano d'Asiago, in compagnia di Gianni Frigo, guida escursionista e pozzo di scienza forestale. Qui la tempesta ha risalito i costoni pelando i bordi del bosco, poi è rimbalzata sui pendii lasciando migliaia di alberi con le radici al vento: "Erano tutti abeti rossi piantati cent'anni fa, dopo 41 mesi di Grande Guerra che avevano bruciato anche l'ultimo filo d'erba tra trincea e trincea" spiega Frigo. "La violenza di Vaia ha riportato alla luce centinaia di proiettili, pallettoni, schegge, intere granate conficcate nelle ceppaie". È l'Altopiano a un anno da quello che il primo rapporto ministeriale sui boschi italiani ha definito "l'evento di maggior disturbo mai verificatosi a discapito dei nostri ecosistemi forestali": tremila ettari di bosco in meno, 600 mila metri cubi di tronchi a terra, un viavai di camion per trasformarli il più rapidamente possibile in legno da esportazione.
Un anno fa si parlava dei boschi, oggi a tenere banco è soprattutto il legname. Emanuele Munari è sindaco di Gallio e presidente della Spettabile Reggenza dei Sette Comuni che regola le sorti dell'Altopiano dal 1310: "Per noi il legno è sempre stato fondamentale. In cambio dei nostri tronchi, Venezia ci ha garantito per secoli un'amplissima autonomia". Insieme seguiamo le tracce di Vaia fino ai rilievi delle Melette e del Longara: anche qui memorie di guerra, anche qui monocultura di abeti rossi e anche qui migliaia di alberi a terra. Per l'Altopiano il bosco è identità, sicurezza, turismo. Ma non ha mai smesso di essere anche una fonte di reddito: "In un'annata normale a Gallio si tagliano tra i 500 e i mille metri cubi di legname" puntualizza Munari. "I boschi sono comunali e coprono circa un quinto del nostro bilancio". Lo stesso quinto che dà sollievo alle casse comunali di Enego: "Senza boschi dovremmo ridurre fortemente i servizi" ammette il sindaco Ivo Boscardin. Ecco, a Gallio ogni anno si tagliavano non più di mille metri cubi di legname, Vaia ne ha schiantati 60 mila; a Enego se ne abbattevano duemila, un anno fa ne sono venuti giù 300 mila. Basta quest'incrocio di cifre per capire che quel quarto d'ora di spifferi è destinato a stravolgere a lungo l'equilibrio della montagna.
TAGLIA E SCUCI
Passata Vaia, le priorità sono state le stesse in tutto l'arco alpino: ripristinare la viabilità, consolidare i pendii, rimuovere il legname. Solo in Veneto, lo zar dell'emergenza, il sub commissario per la tutela del territorio, Nicola Dell'Acqua conta 377 milioni di euro già spesi in 1.746 cantieri: "Ma altri cinquecento milioni li spenderemo nei prossimi due anni". Sono strade, argini, protezioni paravalanghe. Le foreste però sono un'altra cosa: "Temevamo di doverci svenare per portare su strada il legname schiantato" ammette il sindaco di Gallio. "Ma poi abbiamo messo tutto all'asta e l'esbosco si è rivelato un guadagno". Munari è un tipo allegro, positivo, ottimista. Da buon veneto, vede il bicchiere mezzo pieno. Ma a Gallio il legname fino a un anno fa si vendeva a 60 euro al metro cubo, mentre ora è crollato a 20. A Enego si raggiungevano gli 80 euro e si è passati a 26, mentre il famoso abete rosso della Val Visdende, in Cadore, da un anno si vende con ribassi anche del 90 per cento.
Si poteva evitare? "No, perché la priorità è rimuovere questa massa enorme prima che i parassiti aggrediscano il bosco" rispondono all'unisono sindaci e funzionari della Regione. "Certamente sì" dicono invece autorevoli tecnici di Veneto Agricoltura, l'agenzia regionale più competente in materia: "L'alternativa era fare come in Francia, in Germania, in Svezia: finanziare l'esbosco, stoccare il legname e diluire la vendita nel corso degli anni". Non è stata una scelta di poco conto: l'Università di Padova stima che, inevitabile o meno, la svendita abbia fatto perdere 50 milioni di euro solo in Veneto, 174 per il legname dell'intero arco alpino. Dal suo osservatorio sull'emergenza forestale, Fabrizio Stella assicura che va bene così: "Chi ha comprato il legno ora ha tutto l'interesse a prelevarlo il prima possibile". Fare in fretta, prima che il legname deperisca e vada fuori mercato.
DAL VERRICELLO ALL'HARVESTER
A Enego la fretta sono quaranta camion che ogni giorno attraversano il paese imbottiti di tronchi: con la sua Panda da sindaco di montagna, Ivo Boscardin ci accompagna alla sorgente di questo fiume di legname che scorre dall'Altopiano in pianura. Sembra di vederli, quei caprioli impauriti: i prati di Marcésina sono più verdi che mai, tutt'intorno la cornice di boschi è un monito alla fragilità delle cose di questa terra. Erano abeti colossali, sono stuzzicadenti accatastati alla rinfusa. Di colossale in compenso ora ci sono le macchine che li devono segare, accatastare e trasportare fino in laguna.
In questo suo secondo dopoguerra a un secolo esatto dal primo, la foresta di Marcésina si inchina alle nuove rotte economiche: "Da noi l'asta è stata vinta dalla multinazionale dell'energia Duferco che porta il legname a Marghera e da lì lo carica per la Cina" spiega il sindaco Boscardin. È come se quel vento smisurato avesse disseminato la piana di ospiti fuori scala: in Altopiano si usava raccogliere il legname con verricello e motosega, oggi sono all'opera macchine ciclopiche chiamate Harvester e Forwarder che addentano, tagliano e in qualche modo "domano" un tronco in poco più di un minuto. Chiediamo al sindaco se sia soddisfatto del lavoro. Ci risponde di sì. Poi aggiunge che era mesi che non dava interviste: "Marcésina era casa mia" dice con gli occhi lucidi."Ogni volta che la vedo in queste condizioni mi viene un groppo alla gola".
Sul Venerdì del 25 ottobre 2019
Nella sua corsa lungo l'arco alpino il ciclone Vaia ha appena attraversato l'Altopiano di Asiago scuotendo strade, danneggiando linee elettriche, ma soprattutto abbattendo centinaia di migliaia di alberi. Improvvisamente il bosco è una trappola e l'uomo quasi un compagno: i tre amici si avvicinano, e nove caprioli li guardano immobili senza accennare a un passo di fuga. È la peggior tempesta che foresta ricordi: nessuno, neppure gli animali, aveva mai visto nulla di simile. La mattina dopo Meneghini è già sulla scavatrice per sgombrare la strada. C'è nebbia e il bosco non si vede. Poi la nebbia si alza, ma il bosco continua a non vedersi: "Mi guardavo attorno, e la foresta di Marcésina non c'era più".
LA STRAGE DEGLI ALBERI
Dalla Val Camonica alla Carnia, un anno fa Vaia ha distrutto 42 mila ettari di bosco, lasciando a terra 8,6 milioni di metri cubi di legname, tanti quanti se ne tagliano in tutta Italia in tredici mesi: "Ma la stima dei danni è in continua evoluzione" spiega Fabrizio Stella, a capo della struttura d'emergenza forestale della Regione Veneto. "A ogni bosco che sgomberiamo in media dobbiamo aumentare il conto del legname abbattuto di un buon 30 per cento". Un disastro: entriamo in Val d'Assa, sempre sull'Altopiano d'Asiago, in compagnia di Gianni Frigo, guida escursionista e pozzo di scienza forestale. Qui la tempesta ha risalito i costoni pelando i bordi del bosco, poi è rimbalzata sui pendii lasciando migliaia di alberi con le radici al vento: "Erano tutti abeti rossi piantati cent'anni fa, dopo 41 mesi di Grande Guerra che avevano bruciato anche l'ultimo filo d'erba tra trincea e trincea" spiega Frigo. "La violenza di Vaia ha riportato alla luce centinaia di proiettili, pallettoni, schegge, intere granate conficcate nelle ceppaie". È l'Altopiano a un anno da quello che il primo rapporto ministeriale sui boschi italiani ha definito "l'evento di maggior disturbo mai verificatosi a discapito dei nostri ecosistemi forestali": tremila ettari di bosco in meno, 600 mila metri cubi di tronchi a terra, un viavai di camion per trasformarli il più rapidamente possibile in legno da esportazione.
Un anno fa si parlava dei boschi, oggi a tenere banco è soprattutto il legname. Emanuele Munari è sindaco di Gallio e presidente della Spettabile Reggenza dei Sette Comuni che regola le sorti dell'Altopiano dal 1310: "Per noi il legno è sempre stato fondamentale. In cambio dei nostri tronchi, Venezia ci ha garantito per secoli un'amplissima autonomia". Insieme seguiamo le tracce di Vaia fino ai rilievi delle Melette e del Longara: anche qui memorie di guerra, anche qui monocultura di abeti rossi e anche qui migliaia di alberi a terra. Per l'Altopiano il bosco è identità, sicurezza, turismo. Ma non ha mai smesso di essere anche una fonte di reddito: "In un'annata normale a Gallio si tagliano tra i 500 e i mille metri cubi di legname" puntualizza Munari. "I boschi sono comunali e coprono circa un quinto del nostro bilancio". Lo stesso quinto che dà sollievo alle casse comunali di Enego: "Senza boschi dovremmo ridurre fortemente i servizi" ammette il sindaco Ivo Boscardin. Ecco, a Gallio ogni anno si tagliavano non più di mille metri cubi di legname, Vaia ne ha schiantati 60 mila; a Enego se ne abbattevano duemila, un anno fa ne sono venuti giù 300 mila. Basta quest'incrocio di cifre per capire che quel quarto d'ora di spifferi è destinato a stravolgere a lungo l'equilibrio della montagna.
TAGLIA E SCUCI
Passata Vaia, le priorità sono state le stesse in tutto l'arco alpino: ripristinare la viabilità, consolidare i pendii, rimuovere il legname. Solo in Veneto, lo zar dell'emergenza, il sub commissario per la tutela del territorio, Nicola Dell'Acqua conta 377 milioni di euro già spesi in 1.746 cantieri: "Ma altri cinquecento milioni li spenderemo nei prossimi due anni". Sono strade, argini, protezioni paravalanghe. Le foreste però sono un'altra cosa: "Temevamo di doverci svenare per portare su strada il legname schiantato" ammette il sindaco di Gallio. "Ma poi abbiamo messo tutto all'asta e l'esbosco si è rivelato un guadagno". Munari è un tipo allegro, positivo, ottimista. Da buon veneto, vede il bicchiere mezzo pieno. Ma a Gallio il legname fino a un anno fa si vendeva a 60 euro al metro cubo, mentre ora è crollato a 20. A Enego si raggiungevano gli 80 euro e si è passati a 26, mentre il famoso abete rosso della Val Visdende, in Cadore, da un anno si vende con ribassi anche del 90 per cento.
Si poteva evitare? "No, perché la priorità è rimuovere questa massa enorme prima che i parassiti aggrediscano il bosco" rispondono all'unisono sindaci e funzionari della Regione. "Certamente sì" dicono invece autorevoli tecnici di Veneto Agricoltura, l'agenzia regionale più competente in materia: "L'alternativa era fare come in Francia, in Germania, in Svezia: finanziare l'esbosco, stoccare il legname e diluire la vendita nel corso degli anni". Non è stata una scelta di poco conto: l'Università di Padova stima che, inevitabile o meno, la svendita abbia fatto perdere 50 milioni di euro solo in Veneto, 174 per il legname dell'intero arco alpino. Dal suo osservatorio sull'emergenza forestale, Fabrizio Stella assicura che va bene così: "Chi ha comprato il legno ora ha tutto l'interesse a prelevarlo il prima possibile". Fare in fretta, prima che il legname deperisca e vada fuori mercato.
DAL VERRICELLO ALL'HARVESTER
A Enego la fretta sono quaranta camion che ogni giorno attraversano il paese imbottiti di tronchi: con la sua Panda da sindaco di montagna, Ivo Boscardin ci accompagna alla sorgente di questo fiume di legname che scorre dall'Altopiano in pianura. Sembra di vederli, quei caprioli impauriti: i prati di Marcésina sono più verdi che mai, tutt'intorno la cornice di boschi è un monito alla fragilità delle cose di questa terra. Erano abeti colossali, sono stuzzicadenti accatastati alla rinfusa. Di colossale in compenso ora ci sono le macchine che li devono segare, accatastare e trasportare fino in laguna.
In questo suo secondo dopoguerra a un secolo esatto dal primo, la foresta di Marcésina si inchina alle nuove rotte economiche: "Da noi l'asta è stata vinta dalla multinazionale dell'energia Duferco che porta il legname a Marghera e da lì lo carica per la Cina" spiega il sindaco Boscardin. È come se quel vento smisurato avesse disseminato la piana di ospiti fuori scala: in Altopiano si usava raccogliere il legname con verricello e motosega, oggi sono all'opera macchine ciclopiche chiamate Harvester e Forwarder che addentano, tagliano e in qualche modo "domano" un tronco in poco più di un minuto. Chiediamo al sindaco se sia soddisfatto del lavoro. Ci risponde di sì. Poi aggiunge che era mesi che non dava interviste: "Marcésina era casa mia" dice con gli occhi lucidi."Ogni volta che la vedo in queste condizioni mi viene un groppo alla gola".
Sul Venerdì del 25 ottobre 2019