Il declino di Homo ridens
Giuliano Aluffi , di GIULIANO ALUFFIAbbiamo imparato a ridere ancora prima che a parlare, dice l'antropologo Le Breton. Ma ora quei versi che servivano a tenerci uniti stanno perdendo efficacia. Ecco perché
Se qualcuno con cui stiamo parlando scoppia a ridere - a meno che non si tratti del sinistro Joker interpretato da Joaquin Phoenix - ci è quasi impossibile restare seri. Quando siamo in compagnia ridiamo trenta volte di più rispetto a quando siamo soli. Per la precisione, secondo la neuroscienziata Sophie Scott, con gli altri ridiamo in media addirittura cinque-sette volte ogni dieci minuti. "Tutto ciò evidenzia la natura profondamente sociale del ridere, atto che è diventato una sorta di collante delle civiltà umane. E questo anche se si tratta di qualcosa che, da un punto di vista puramente acustico, ha più a che fare con i versi degli animali che con il linguaggio".
Lo dice David Le Breton, autore di Ridere. Antropologia dell'homo ridens (Raffaello Cortina editore). In questo saggio l'antropologo e sociologo dell'Università di Strasburgo sviscera la natura multiforme del ridere: lubrificante delle relazioni uma…
Lo dice David Le Breton, autore di Ridere. Antropologia dell'homo ridens (Raffaello Cortina editore). In questo saggio l'antropologo e sociologo dell'Università di Strasburgo sviscera la natura multiforme del ridere: lubrificante delle relazioni uma…
Se qualcuno con cui stiamo parlando scoppia a ridere - a meno che non si tratti del sinistro Joker interpretato da Joaquin Phoenix - ci è quasi impossibile restare seri. Quando siamo in compagnia ridiamo trenta volte di più rispetto a quando siamo soli. Per la precisione, secondo la neuroscienziata Sophie Scott, con gli altri ridiamo in media addirittura cinque-sette volte ogni dieci minuti. "Tutto ciò evidenzia la natura profondamente sociale del ridere, atto che è diventato una sorta di collante delle civiltà umane. E questo anche se si tratta di qualcosa che, da un punto di vista puramente acustico, ha più a che fare con i versi degli animali che con il linguaggio".
Lo dice David Le Breton, autore di Ridere. Antropologia dell'homo ridens (Raffaello Cortina editore). In questo saggio l'antropologo e sociologo dell'Università di Strasburgo sviscera la natura multiforme del ridere: lubrificante delle relazioni umane e al tempo stesso strumento di esclusione dei soggetti di cui si ride, prezioso istinto infantile che esprime il divertimento legato alla scoperta del mondo, ma anche "merce" onnipresente nella società dell'adultescenza, termine con cui Le Breton inquadra un Occidente ricco di adulti indotti dall'offerta continua di contenuti scherzosi a rifuggire la maturità. "È affascinante notare come proprio i media digitali, immateriali, siano diventati il regno della risata, che invece è il fenomeno corporeo per eccellenza" osserva. "Quando ridiamo, il nostro corpo fa irruzione nell'interazione con gli altri. Il volto si trasforma, e perdiamo la compostezza abituale".
Che la risata sia un'irruzione del corpo nel linguaggio lo suggeriscono anche i risultati sperimentali dello psicologo Robert Provine: se si chiede a qualcuno di ridere, perché lo faccia servono in media 2,1 secondi, più del doppio del tempo necessario a fargli pronunciare con voce neutra le sillabe "ah, ah, ah". Questo indica che il ridere e il parlare sono governati da meccanismi neuronali differenti. E quello della risata è molto più antico: quando ridiamo è come se per un momento tornassimo indietro di qualche milione di anni.
"Per Provine, all'origine della risata potrebbe esserci l'ansimare ritmico che i nostri lontani antenati usavano, proprio allo stesso modo degli scimpanzé, come segnale prima di giochi corporei tipo la lotta. Se ne servivano per rassicurare i loro simili: sarebbero stati oggetto non di una vera aggressione, ma di un finto attacco, utile ad allenare le capacità fisiche di entrambi i contendenti. D'altra parte, un esempio di queste "finte aggressioni" primordiali è il solletico: il fatto che, se ce lo facciamo da soli, non riusciamo a ridere indica che nel fenomeno del solletico è insita una forma di discriminazione neurologica tra "me" e "altri", ovvero la più elementare consapevolezza sociale" spiega ancora Le Breton. "Ciò significa che ridere, già nella sua forma più ancestrale, è una forma di comunicazione con gli altri". Del resto il riso, questa irruzione del corpo nel discorso, tende a preservare la comunicazione: trova spazio soprattutto nelle pause alla fine delle frasi perché, come mostrano gli studi di Provine, il parlato ha un accesso prioritario al canale vocale.
La cosa più notevole del ridere è comunque il ruolo che sembra avere, fin dalle origini, quello di stemperare potenziali conflitti, un ruolo ancora molto evidente in alcuni popoli. "Una delle usanze più caratteristiche del popolo Inuit che vive nell'Artico è la risoluzione del disaccordo tra due individui con un duello a colpi di sberleffi e risate, con l'intero villaggio che assiste alla sfida e assume il ruolo di arbitro" racconta Le Breton. "I due contendenti si affrontano canzonandosi e minacciandosi a gesti, ciascuno con una mimica tesa a far perdere le staffe all'altro e con una sequela di affermazioni pensate per scatenare la derisione dell'avversario da parte degli spettatori. Può succedere che lo sconfitto perda talmente la faccia da decidere di abbandonare la comunità, ma nella maggior parte dei casi l'esito è la riconciliazione".
Secondo lo psicologo Peter Gray, la derisione è anche un utile strumento usato nelle società egualitarie come quelle dei cacciatori-raccoglitori: permette infatti di evitare che i soggetti che si sentono più forti decidano di instaurare un'oligarchia. Se un cacciatore si dimostra molto abile, verrà giocosamente deriso e sminuito dal gruppo come "soltanto fortunato", così da preservare un senso di fratellanza tra tutti. "Nelle società tradizionali ridere è quasi sempre un segnale di complicità in cui si esprime il gruppo, il "noi". Invece, nella nostra società formata da tanti "io", il riso può diventare una forza che disgrega e si accanisce verso i più deboli" spiega Le Breton. "Inoltre nelle società occidentali ognuno sente di dover dimostrare una certa distanza dai ruoli che assume nella vita quotidiana, un distacco ironico che si esprime nell'impulso a ridere di tutto. Pensiamo a YouTube: lì la stragrande maggioranza dei video punta sul ridicolizzare gli altri o sé stessi. Ma se tutto, ovunque, diventa motivo per ridere, quest'inflazione fa perdere al riso il suo valore sociale".
Non del tutto, certo, e in ogni caso resta il valore terapeutico della risata, che cambia il modo in cui respiriamo, fa battere più forte e più rapidamente il cuore, e così dilata i vasi sanguigni, un po' come l'attività fisica. Inoltre, visto che interrompe il flusso normale della respirazione, sforza il diaframma per liberare l'aria, e questo fa sì che lo stesso diaframma spinga fluido linfatico nel corpo, stimolando la produzione dei globuli bianchi che ci proteggono da infezioni e malattie. "E ci sono benefici anche per l'intelletto: gli esperimenti della psicologa clinica Natalia Tauzia ci indicano che le interazioni comiche con le pazienti affette da demenza senile le aiutano a ritrovare la capacità di esprimersi in maniera sensata" spiega Le Breton, "mentre altri studi mostrano che la visione di filmati comici di venti minuti, più volte alla settimana, riduce il consumo di antidolorifici nelle case di riposo".
Il riso nelle società individualiste di oggi, dove è più difficile ridere insieme, diventa così una pratica diffusa, fondamentalmente innocua e addirittura medicalizzata. In parallelo si è trasformata anche una figura che in molte società umane serviva come valvola di sfogo utile ad allentare le tensioni: il "trickster", l'imbroglione di tante mitologie, che secondo gli antropologi si incarna nei comici, nei satiri e nei pagliacci. "Una volta il buffone di corte aveva uno statuto sociale che lo proteggeva, era l'unico che poteva prendere in giro il sovrano senza temere ripercussioni, e le risate che provocava non erano divisive" spiega Le Breton. "Oggi i comici che vediamo in televisione e in teatro da un lato hanno ereditato questa tradizione, ma dall'altro non hanno più il consenso unanime: la società non usa più la risata per compattarsi, ma la teme come elemento disgregante e cerca di neutralizzarla sia diluendola - fino a indebolirla - in ogni aspetto della vita, sia esercitando forme di controllo sociale come il politicamente corretto". Lo conferma il regista Todd Phillips: ha dichiarato di essere passato da commedie esilaranti come Una notte da leoni a film tragici come Joker perché questa era l'unica mossa che gli avrebbe permesso di girare film irriverenti senza offendere nessuno.
Sul Venerdì del 25 ottobre 2019
Lo dice David Le Breton, autore di Ridere. Antropologia dell'homo ridens (Raffaello Cortina editore). In questo saggio l'antropologo e sociologo dell'Università di Strasburgo sviscera la natura multiforme del ridere: lubrificante delle relazioni umane e al tempo stesso strumento di esclusione dei soggetti di cui si ride, prezioso istinto infantile che esprime il divertimento legato alla scoperta del mondo, ma anche "merce" onnipresente nella società dell'adultescenza, termine con cui Le Breton inquadra un Occidente ricco di adulti indotti dall'offerta continua di contenuti scherzosi a rifuggire la maturità. "È affascinante notare come proprio i media digitali, immateriali, siano diventati il regno della risata, che invece è il fenomeno corporeo per eccellenza" osserva. "Quando ridiamo, il nostro corpo fa irruzione nell'interazione con gli altri. Il volto si trasforma, e perdiamo la compostezza abituale".
Che la risata sia un'irruzione del corpo nel linguaggio lo suggeriscono anche i risultati sperimentali dello psicologo Robert Provine: se si chiede a qualcuno di ridere, perché lo faccia servono in media 2,1 secondi, più del doppio del tempo necessario a fargli pronunciare con voce neutra le sillabe "ah, ah, ah". Questo indica che il ridere e il parlare sono governati da meccanismi neuronali differenti. E quello della risata è molto più antico: quando ridiamo è come se per un momento tornassimo indietro di qualche milione di anni.
"Per Provine, all'origine della risata potrebbe esserci l'ansimare ritmico che i nostri lontani antenati usavano, proprio allo stesso modo degli scimpanzé, come segnale prima di giochi corporei tipo la lotta. Se ne servivano per rassicurare i loro simili: sarebbero stati oggetto non di una vera aggressione, ma di un finto attacco, utile ad allenare le capacità fisiche di entrambi i contendenti. D'altra parte, un esempio di queste "finte aggressioni" primordiali è il solletico: il fatto che, se ce lo facciamo da soli, non riusciamo a ridere indica che nel fenomeno del solletico è insita una forma di discriminazione neurologica tra "me" e "altri", ovvero la più elementare consapevolezza sociale" spiega ancora Le Breton. "Ciò significa che ridere, già nella sua forma più ancestrale, è una forma di comunicazione con gli altri". Del resto il riso, questa irruzione del corpo nel discorso, tende a preservare la comunicazione: trova spazio soprattutto nelle pause alla fine delle frasi perché, come mostrano gli studi di Provine, il parlato ha un accesso prioritario al canale vocale.
La cosa più notevole del ridere è comunque il ruolo che sembra avere, fin dalle origini, quello di stemperare potenziali conflitti, un ruolo ancora molto evidente in alcuni popoli. "Una delle usanze più caratteristiche del popolo Inuit che vive nell'Artico è la risoluzione del disaccordo tra due individui con un duello a colpi di sberleffi e risate, con l'intero villaggio che assiste alla sfida e assume il ruolo di arbitro" racconta Le Breton. "I due contendenti si affrontano canzonandosi e minacciandosi a gesti, ciascuno con una mimica tesa a far perdere le staffe all'altro e con una sequela di affermazioni pensate per scatenare la derisione dell'avversario da parte degli spettatori. Può succedere che lo sconfitto perda talmente la faccia da decidere di abbandonare la comunità, ma nella maggior parte dei casi l'esito è la riconciliazione".
Secondo lo psicologo Peter Gray, la derisione è anche un utile strumento usato nelle società egualitarie come quelle dei cacciatori-raccoglitori: permette infatti di evitare che i soggetti che si sentono più forti decidano di instaurare un'oligarchia. Se un cacciatore si dimostra molto abile, verrà giocosamente deriso e sminuito dal gruppo come "soltanto fortunato", così da preservare un senso di fratellanza tra tutti. "Nelle società tradizionali ridere è quasi sempre un segnale di complicità in cui si esprime il gruppo, il "noi". Invece, nella nostra società formata da tanti "io", il riso può diventare una forza che disgrega e si accanisce verso i più deboli" spiega Le Breton. "Inoltre nelle società occidentali ognuno sente di dover dimostrare una certa distanza dai ruoli che assume nella vita quotidiana, un distacco ironico che si esprime nell'impulso a ridere di tutto. Pensiamo a YouTube: lì la stragrande maggioranza dei video punta sul ridicolizzare gli altri o sé stessi. Ma se tutto, ovunque, diventa motivo per ridere, quest'inflazione fa perdere al riso il suo valore sociale".
Non del tutto, certo, e in ogni caso resta il valore terapeutico della risata, che cambia il modo in cui respiriamo, fa battere più forte e più rapidamente il cuore, e così dilata i vasi sanguigni, un po' come l'attività fisica. Inoltre, visto che interrompe il flusso normale della respirazione, sforza il diaframma per liberare l'aria, e questo fa sì che lo stesso diaframma spinga fluido linfatico nel corpo, stimolando la produzione dei globuli bianchi che ci proteggono da infezioni e malattie. "E ci sono benefici anche per l'intelletto: gli esperimenti della psicologa clinica Natalia Tauzia ci indicano che le interazioni comiche con le pazienti affette da demenza senile le aiutano a ritrovare la capacità di esprimersi in maniera sensata" spiega Le Breton, "mentre altri studi mostrano che la visione di filmati comici di venti minuti, più volte alla settimana, riduce il consumo di antidolorifici nelle case di riposo".
Il riso nelle società individualiste di oggi, dove è più difficile ridere insieme, diventa così una pratica diffusa, fondamentalmente innocua e addirittura medicalizzata. In parallelo si è trasformata anche una figura che in molte società umane serviva come valvola di sfogo utile ad allentare le tensioni: il "trickster", l'imbroglione di tante mitologie, che secondo gli antropologi si incarna nei comici, nei satiri e nei pagliacci. "Una volta il buffone di corte aveva uno statuto sociale che lo proteggeva, era l'unico che poteva prendere in giro il sovrano senza temere ripercussioni, e le risate che provocava non erano divisive" spiega Le Breton. "Oggi i comici che vediamo in televisione e in teatro da un lato hanno ereditato questa tradizione, ma dall'altro non hanno più il consenso unanime: la società non usa più la risata per compattarsi, ma la teme come elemento disgregante e cerca di neutralizzarla sia diluendola - fino a indebolirla - in ogni aspetto della vita, sia esercitando forme di controllo sociale come il politicamente corretto". Lo conferma il regista Todd Phillips: ha dichiarato di essere passato da commedie esilaranti come Una notte da leoni a film tragici come Joker perché questa era l'unica mossa che gli avrebbe permesso di girare film irriverenti senza offendere nessuno.
Sul Venerdì del 25 ottobre 2019