Timothée Chalamet: ora sono Enrico V
Marco Consoli , di MARCO CONSOLIL'attore americano su Netflix sfida Laurence Olivier e Kenneth Branagh però teme il #Metoo. «Woody Allen? Sì, sono il protagonista del suo film. Ma non lo vedrò»
VENEZIA. Quando, due anni fa, lo avevamo incontrato a Berlino per parlare di Chiamami col tuo nome, il film di Luca Guadagnino che ne ha lanciato la carriera internazionale, Timothée Chalamet era un giovane attore di belle speranze. Ma a vederlo in quel film si capiva subito che presto nulla sarebbe stato più come prima. Oggi, dopo la candidatura all'Oscar accompagnata da lusinghieri paragoni - è il nuovo Leo DiCaprio, anzi il nuovo Daniel Day-Lewis o addirittura il nuovo De Niro - l'attore, che il 27 dicembre compirà 24 anni, è uno dei volti più richiesti di Hollywood: l'anno prossimo lo vedremo nel remake di Piccole donne, con la regia di Greta Gerwig, in quello di Dune, firmato da Denis Villeneuve, e in The French Dispatch di Wes Anderson. Nel frattempo è passato però attraverso la "cura" dei publicist americani, che ti indottrinano su come rispondere nella maniera più evasiva possibile a domande s…
VENEZIA. Quando, due anni fa, lo avevamo incontrato a Berlino per parlare di Chiamami col tuo nome, il film di Luca Guadagnino che ne ha lanciato la carriera internazionale, Timothée Chalamet era un giovane attore di belle speranze. Ma a vederlo in quel film si capiva subito che presto nulla sarebbe stato più come prima. Oggi, dopo la candidatura all'Oscar accompagnata da lusinghieri paragoni - è il nuovo Leo DiCaprio, anzi il nuovo Daniel Day-Lewis o addirittura il nuovo De Niro - l'attore, che il 27 dicembre compirà 24 anni, è uno dei volti più richiesti di Hollywood: l'anno prossimo lo vedremo nel remake di Piccole donne, con la regia di Greta Gerwig, in quello di Dune, firmato da Denis Villeneuve, e in The French Dispatch di Wes Anderson. Nel frattempo è passato però attraverso la "cura" dei publicist americani, che ti indottrinano su come rispondere nella maniera più evasiva possibile a domande scomode per evitare contraccolpi pericolosi per la carriera: "Non ho visto Un giorno di pioggia a New York e non lo guarderò" ci dice durante l'intervista in occasione della presentazione di Il re, libero adattamento di David Michôd della storia di Enrico V già raccontata da William Shakespeare. Eppure Chalamet è uno dei protagonisti del film di Woody Allen che sarà in sala il 28 novembre, ma non uscirà in America per via della campagna del movimento #MeToo contro il regista (accusato di abusi dalla figlia Dylan Farrow, ma prosciolto dalla giustizia americana). Insomma, si fa un po' fatica a credere che quel film non l'abbia visto, e che non lo vedrà.
Quanto al Re, la sfida è notevole: sulla storia di Enrico V sono già stati girati due film, diretti e interpretati rispettivamente da Laurence Olivier e Kenneth Branagh ("Solo per questo motivo avrei dovuto rifiutare" scherza Chalamet). Nello spettacolare film in costume, che sarà disponibile da oggi su Netflix, Chalamet è il giovane principe Hal, un debosciato che passa le notti tra alcol e donne nei bassifondi di Londra e non vuole saperne del padre, il re guerrafondaio Enrico IV (Ben Mendelsohn). Quando questo muore, è però costretto a succedergli con il titolo di Enrico V, anche per salvare il fratello Thomas (Dean-Charles Chapman) da morte certa in guerra. Nonostante il tentativo di non farsi coinvolgere nel conflitto con Carlo VI di Francia (Thibault de Montalembert), Enrico V si farà trascinare dai cattivi consigli di William Gascoigne (Sean Harris) e si scontrerà con il Delfino (Robert Pattinson, interprete dell'unica nota umoristica del film) nella celebre battaglia di Azincourt, dove chiederà consigli di strategia militare all'amico sir John Falstaff (Joel Edgerton), qui eroico generale distante dalla versione shakespeariana.
"Spero che i giovani vorranno guardare questo film non soltanto perché ci sono io" ci dice Chalamet "ma perché è pieno di metafore politiche: per esempio ci ricorda che non sempre chi è chiamato a governare è la persona più indicata per farlo".
È importante per i giovani impegnarsi in politica?
"È fondamentale andare a votare, perché ci sono politici che fanno paura (ma Chalamet si guarda bene dal citare Trump, ndr.). E il recente dibattito sulla difesa dell'ambiente lo dimostra. Qualche anno fa al corso di politica al liceo il nostro insegnante ci raccontava che in Australia se non voti vieni multato: una cosa del genere servirebbe anche in America".
Che cosa l'ha attratta di questo film?
"Volevo lavorare con Michôd, di cui avevo amato Animal Kingdon, e con Joel Edgerton (qui anche sceneggiatore, ndr.). E mi interessava esplorare l'idea del potere dato a uomini ancora giovani e inesperti, che lo ricevono non per capacità personali ma per sangue. L'ereditarietà del potere è qualcosa che trovo spaventosa".
A proposito di inesperienza, lei è molto più giovane di altri celebri interpreti di Enrico V, come Olivier o Branagh...
"Ho letto che anche nelle rappresentazioni di Shakespeare c'era una certa avversione all'idea di usare attori giovani per questi ruoli, perché si pensava che solo un interprete esperto potesse recitare un materiale così importante. Io ho cercato di prepararmi al meglio, ma naturalmente ho avuto un po' di paura".
Di cosa in particolare?
"Anzitutto dell'accento inglese, visto che sono americano, oltretutto circondato da un regista e attori quasi tutti australiani. E poi perché, visti tutti i combattimenti che ho dovuto affrontare, questo è sicuramente il ruolo più fisico che ho fatto finora. Alcune scene di battaglia sono state girate senza stacchi: e sono state estenuanti".
Sullo schermo sembra anche un po' più corpulento.
"Ho messo su sei chili di massa muscolare, perché io sono piuttosto magrolino, e mi sono addestrato a lungo con il coordinatore degli stuntman Steve Dent. Mi sono divertito come un ragazzino a studiare le coreografie impugnando la spada, ma poi è arrivato il regista e mi ha gelato".
Perché?
"Le mosse che avevamo preparato assomigliavano più a quelle dei cavalieri jedi di Star Wars che a quelle di un soldato di inizio Quattrocento. Le battaglie erano totalmente caotiche, con movimenti spesso scoordinati, e la cosa fondamentale era sopravvivere. E la straordinarietà di Enrico V non consisteva nel fare a fette i nemici come un supereroe in un film d'azione, ma soltanto nel gettarsi in mezzo al fango senza guardie del corpo".
È cosciente di essere diventato una star di Hollywood?
"Luca Guadagnino mi ha dato accesso ad altri progetti. Ho girato talmente tanti film negli ultimi due anni che non ho avuto il tempo di pensare ad altro".
Sui giornali si parla molto della sua relazione con Lily-Rose Depp, che in Il re interpreta sua moglie Caterina di Valois. Le dà fastidio questa invasione della privacy?
"Non mi sento aggredito dai media e comunque cerco di non dare troppo peso a quello che leggo. Osservando altri attori ho capito che è inevitabile finire al centro dell'attenzione del gossip, ma se ti fai coinvolgere finisci per pagarla sul piano della vita privata".
Quando ha deciso che voleva diventare un attore?
"Alla scuola di Arti performative Fiorello La Guardia di New York. Avevo iniziato con le pubblicità già da bambino, ma è stato solo allora che ho capito che cosa voleva dire recitare: non soltanto pronunciare meccanicamente delle battute e fare le facce, ma lasciarsi pervadere dalle emozioni. Il fatto di aver potuto studiare recitazione dai 13 ai 17 anni mi ha permesso di usare in maniera costruttiva tutta l'energia che si ha da teenager. Finite le superiori, ho preso un agente e ho iniziato a fare provini".
E quando ha capito di potercela fare?
"Al secondo anno: un giorno sono stato invitato a un reading con una ragazza della mia età che aveva già lavorato in una serie tv a Hollywood. La invidiavo moltissimo, ma quando mi sono reso conto che ero stato in grado di recitare insieme a lei, mi sono detto: Timothée ce la puoi fare!".
C'è qualcosa che la lega a Enrico V?
"Poco. Lui si trovò costretto a regnare suo malgrado, io invece questo mestiere l'ho scelto perché lo amo da morire, anche se so che il successo può mettere in pericolo la tua sanità mentale. Per questo cerco di restare con i piedi per terra".
Sul Venerdì del 1° novembre 2019
Quanto al Re, la sfida è notevole: sulla storia di Enrico V sono già stati girati due film, diretti e interpretati rispettivamente da Laurence Olivier e Kenneth Branagh ("Solo per questo motivo avrei dovuto rifiutare" scherza Chalamet). Nello spettacolare film in costume, che sarà disponibile da oggi su Netflix, Chalamet è il giovane principe Hal, un debosciato che passa le notti tra alcol e donne nei bassifondi di Londra e non vuole saperne del padre, il re guerrafondaio Enrico IV (Ben Mendelsohn). Quando questo muore, è però costretto a succedergli con il titolo di Enrico V, anche per salvare il fratello Thomas (Dean-Charles Chapman) da morte certa in guerra. Nonostante il tentativo di non farsi coinvolgere nel conflitto con Carlo VI di Francia (Thibault de Montalembert), Enrico V si farà trascinare dai cattivi consigli di William Gascoigne (Sean Harris) e si scontrerà con il Delfino (Robert Pattinson, interprete dell'unica nota umoristica del film) nella celebre battaglia di Azincourt, dove chiederà consigli di strategia militare all'amico sir John Falstaff (Joel Edgerton), qui eroico generale distante dalla versione shakespeariana.
"Spero che i giovani vorranno guardare questo film non soltanto perché ci sono io" ci dice Chalamet "ma perché è pieno di metafore politiche: per esempio ci ricorda che non sempre chi è chiamato a governare è la persona più indicata per farlo".
È importante per i giovani impegnarsi in politica?
"È fondamentale andare a votare, perché ci sono politici che fanno paura (ma Chalamet si guarda bene dal citare Trump, ndr.). E il recente dibattito sulla difesa dell'ambiente lo dimostra. Qualche anno fa al corso di politica al liceo il nostro insegnante ci raccontava che in Australia se non voti vieni multato: una cosa del genere servirebbe anche in America".
Che cosa l'ha attratta di questo film?
"Volevo lavorare con Michôd, di cui avevo amato Animal Kingdon, e con Joel Edgerton (qui anche sceneggiatore, ndr.). E mi interessava esplorare l'idea del potere dato a uomini ancora giovani e inesperti, che lo ricevono non per capacità personali ma per sangue. L'ereditarietà del potere è qualcosa che trovo spaventosa".
A proposito di inesperienza, lei è molto più giovane di altri celebri interpreti di Enrico V, come Olivier o Branagh...
"Ho letto che anche nelle rappresentazioni di Shakespeare c'era una certa avversione all'idea di usare attori giovani per questi ruoli, perché si pensava che solo un interprete esperto potesse recitare un materiale così importante. Io ho cercato di prepararmi al meglio, ma naturalmente ho avuto un po' di paura".
Di cosa in particolare?
"Anzitutto dell'accento inglese, visto che sono americano, oltretutto circondato da un regista e attori quasi tutti australiani. E poi perché, visti tutti i combattimenti che ho dovuto affrontare, questo è sicuramente il ruolo più fisico che ho fatto finora. Alcune scene di battaglia sono state girate senza stacchi: e sono state estenuanti".
Sullo schermo sembra anche un po' più corpulento.
"Ho messo su sei chili di massa muscolare, perché io sono piuttosto magrolino, e mi sono addestrato a lungo con il coordinatore degli stuntman Steve Dent. Mi sono divertito come un ragazzino a studiare le coreografie impugnando la spada, ma poi è arrivato il regista e mi ha gelato".
Perché?
"Le mosse che avevamo preparato assomigliavano più a quelle dei cavalieri jedi di Star Wars che a quelle di un soldato di inizio Quattrocento. Le battaglie erano totalmente caotiche, con movimenti spesso scoordinati, e la cosa fondamentale era sopravvivere. E la straordinarietà di Enrico V non consisteva nel fare a fette i nemici come un supereroe in un film d'azione, ma soltanto nel gettarsi in mezzo al fango senza guardie del corpo".
È cosciente di essere diventato una star di Hollywood?
"Luca Guadagnino mi ha dato accesso ad altri progetti. Ho girato talmente tanti film negli ultimi due anni che non ho avuto il tempo di pensare ad altro".
Sui giornali si parla molto della sua relazione con Lily-Rose Depp, che in Il re interpreta sua moglie Caterina di Valois. Le dà fastidio questa invasione della privacy?
"Non mi sento aggredito dai media e comunque cerco di non dare troppo peso a quello che leggo. Osservando altri attori ho capito che è inevitabile finire al centro dell'attenzione del gossip, ma se ti fai coinvolgere finisci per pagarla sul piano della vita privata".
Quando ha deciso che voleva diventare un attore?
"Alla scuola di Arti performative Fiorello La Guardia di New York. Avevo iniziato con le pubblicità già da bambino, ma è stato solo allora che ho capito che cosa voleva dire recitare: non soltanto pronunciare meccanicamente delle battute e fare le facce, ma lasciarsi pervadere dalle emozioni. Il fatto di aver potuto studiare recitazione dai 13 ai 17 anni mi ha permesso di usare in maniera costruttiva tutta l'energia che si ha da teenager. Finite le superiori, ho preso un agente e ho iniziato a fare provini".
E quando ha capito di potercela fare?
"Al secondo anno: un giorno sono stato invitato a un reading con una ragazza della mia età che aveva già lavorato in una serie tv a Hollywood. La invidiavo moltissimo, ma quando mi sono reso conto che ero stato in grado di recitare insieme a lei, mi sono detto: Timothée ce la puoi fare!".
C'è qualcosa che la lega a Enrico V?
"Poco. Lui si trovò costretto a regnare suo malgrado, io invece questo mestiere l'ho scelto perché lo amo da morire, anche se so che il successo può mettere in pericolo la tua sanità mentale. Per questo cerco di restare con i piedi per terra".
Sul Venerdì del 1° novembre 2019