Il Venerdì

Eugenio Scalfari nel 1974 a una partita di calciocon il giornalista e photoeditor Franco Lefevre
Eugenio Scalfari nel 1974 a una partita di calcio
con il giornalista e photoeditor Franco Lefevre 

Dieci, cento, mille Scalfari: così li abbiamo raccontati

"Non siamo i biografi di Eugenio, ma i suoi romanzieri" dicono gli autori del libro-intervista con il fondatore di Repubblica. Novantacinque anni all'insegna di "libertà e gioia di vivere"

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Non siamo i biografi di Eugenio, semmai i suoi romanzieri, nel senso che abbiamo provato a raccontarlo come un romanzo, usando la sua stessa voce: "Ci sono mille Scalfari e tutti mi somigliano un po'...". E insieme a lui ci siamo divertiti, negli intensi pomeriggi che abbiamo trascorso interrogandolo, ad ambientare i ricordi nel luoghi e nel tempo, a ritrovare i volti delle persone che via via rievocava, a ridare un'anima alle città e un'architettura alle case, mai con la pedanteria cronologica degli storici dilettanti, ma seguendo la geografia delle emozioni: "A volte ho provato a immaginarla quella mattina del 6 aprile 1924: la notte delle doglie, l'andirivieni e la concitazione, le preghiere, gli asciugamani bianchi e le brocche, i catini, il medico, ma soprattutto la levatrice e le zie, tutti agli ordini della nonna Aristea... Il parto era ancora questione di donne, ma la nascita  avveniva solo con l'intervento paterno, quando la denunzia anagrafica metteva finalmente al mondo il neonato: papà scelse il nome di Eugenio, quello di mio nonno".

Abbiamo così scoperto che il giornale che Scalfari inventò nel 1976 somigliava al casinò di Sanremo di cui Pietro Scalfari era stato il direttore nel 1938, poi siamo entrati "nel giardino segreto di Italo Calvino" e per noi Eugenio ha rimesso in scena quella commedia umana che fu il passaggio dal fascismo all'antifascismo, la Resistenza in montagna e quella in convento: "A Roma la montagna è il Vaticano... Bisognava combattere nel 1943 o  modestamente e umilmente ci si doveva difendere dalla storia mentre i tedeschi occupavano Roma, rastrellavano, fucilavano?". Con la serietà del sorriso abbiamo seguito i sentieri del radical chic: "L'etichetta che la destra populista mi ha affibbiato come un insulto per me oggi, lo dico con serenità, è diventata un motivo di orgoglio". Ne abbiamo trovato tracce già nell'estetica del balilla, nei pantaloni corti che Eugenio indossava al suo primo incontro con Pannunzio, nell'amore per l'opera, nel piacere di ballare il charleston, il tango, il valzer ("vedo il tramonto, ma come al principe di Salina anche a me piacerebbe ballare con Angelica"), e soprattutto "nello stare a sinistra spiazzando innanzitutto la sinistra".

Non ci piace l'abuso che si fa della parola Novecento, il secolo che troppi pretendono di raccontare, che tutti scoprono e riscoprono. Si sa che, dopo Cristoforo Colombo, è infinito il numero di persone che hanno scoperto l'America. E invece il nostro non è stato pensato come un libro di storia, tanto meno di storia epica, ma semmai di letteratura e forse persino di musica, la sinfonia della gioia di vivere, il concerto della libertà: "Neppure il fascismo e la guerra riuscirono a scalfire la mia spensieratezza, il mio carattere giocoso e goliardico, il mio ottimismo". Ecco: Eugenio Scalfari è lo spartito che noi abbiamo suonato.

Sul Venerdì del 1° novembre 2019

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