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Il santuario della Madonna di Polsi dove, fino a pochi anni fa, come hanno dimostrato i processi “Crimine” e “Infinito”, si riunivano i boss della ‘Ndrangheta (Luigi Narici/ Agf)
  

Statale 106, la strada della 'Ndrangheta

Paesini sperduti. Bambinelli decapitati. Lapidi di morti ammazzati e silenzi. Siamo stati nei luoghi dove è nata la mafia più potente e feroce. E da dove ancora muove i suoi fili, arrivati in quattro continenti Video
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REGGIO CALABRIA. Nella loro solitudine ancestrale, le meridionalissime selve dell'Aspromonte hanno qualcosa di nordico. Fanno venire in mente quelle foreste teutoniche nelle quali le legioni romane si inoltravano conquistatrici, uscendone spesso massacrate. Con il giornalista Antonio Talia e il fotografo Luigi Narici ci inerpichiamo su per i tornanti infami, nel silenzio druidico rotto soltanto dai badum! della Panda 4x4. A questa e ad altre rotte Talia ha dedicato Statale 106 (edizioni minimum fax), reportage on the road sulle strade della 'Ndrangheta. Strade segrete - il sottotitolo - a immagine di un'impresa mafiosa che ha assunto da tempo l'intricata morfologia reticolare dei flussi capitalistici globali, senza però privarsi di un roccioso radicamento locale e familiare.

Le trame affaristiche battute, anche fisicamente, da Talia portano in Lombardia, Veneto, Centro Europa, Canada, Australia, Latinoamerica, Asia. Eppure tutto parte da qui. La testa del corpa…
REGGIO CALABRIA. Nella loro solitudine ancestrale, le meridionalissime selve dell'Aspromonte hanno qualcosa di nordico. Fanno venire in mente quelle foreste teutoniche nelle quali le legioni romane si inoltravano conquistatrici, uscendone spesso massacrate. Con il giornalista Antonio Talia e il fotografo Luigi Narici ci inerpichiamo su per i tornanti infami, nel silenzio druidico rotto soltanto dai badum! della Panda 4x4. A questa e ad altre rotte Talia ha dedicato Statale 106 (edizioni minimum fax), reportage on the road sulle strade della 'Ndrangheta. Strade segrete - il sottotitolo - a immagine di un'impresa mafiosa che ha assunto da tempo l'intricata morfologia reticolare dei flussi capitalistici globali, senza però privarsi di un roccioso radicamento locale e familiare.

Le trame affaristiche battute, anche fisicamente, da Talia portano in Lombardia, Veneto, Centro Europa, Canada, Australia, Latinoamerica, Asia. Eppure tutto parte da qui. La testa del corpaccione 'ndranghetista rimane saldamente nascosta in questo groviglio di boschi, voragini, mulattiere, e più sotto di paesoni taciturni - San Luca, Platì - con le case costruite a metà, eterni cantieri, relitti industriali, spiagge metafisiche e struggenti, lungo la SS 106. Che Talia ha setacciato chilometro per chilometro, e che dello Stivale disegna esattamente la suola. Dura, sporca, dimenticata. Come spesso le suole.

Stando a Google Maps, da Reggio Calabria al santuario aspromontano di Polsi sono due ore di macchina. Ottimismo satellitare. Asfalto sbudellato permettendo, ce ne metti il doppio. A metà dell'anabasi smontiamo per uno sguardo all'inquietante Pietra Kappa, il più grosso monolite d'Europa, 140 metri di statura. Leggenda vuole che nelle cavità del granito si aggiri urlante l'anima dannata del soldataccio che schiaffeggiò Gesù Cristo davanti al Sinedrio. All'epoca dei sequestri, quei buchi racchiudevano invece i lamenti degli ostaggi tenuti alla catena come il maiale. Avvicinandoci al monastero incrociamo svampite mucche al pascolo, baby gang di cinghiali in erba, qualche cartello stradale sparato a pallettoni, ma poca roba e arrugginita. "È uno sport in declino" sorride Talia. Più numerosi gli ex voto: immerse negli arbusti, le statuine della Vergine ti fissano con occhietti da vietcong.

I summit nel santuario
Il santuario oscuro della Madonna di Polsi sta incassato tra gli strapiombi di una gola, fortilizio di una fede pervicace e misteriosa. Nel IX secolo, l'avrebbero fondato i sempre impavidi monaci basiliani in fuga dalla Bisanzio iconoclasta. Ma il suo genius loci  - di rapace suggestione come tutta la Calabria più segreta - è impastato di miti che parlano di sacrifici a Persefone, dea dell'Ade, o di tori selvaggi inviati dal cielo per evangelizzare le ispide genti montane. Assopito per il resto dell'anno, ogni 2 settembre il sacro recinto di Polsi esplode nella processione della Vergine. Migliaia di devoti affluiscono in carovana da ogni latitudine della calabresità. Molti se la fanno a piedi, magari risalendo - se asciutti - gli alvei delle fiumare. I più in forma percorrono l'ultimo tratto del percorso ginocchioni. "Festa dionisiaca, immenso baccanale religioso" lo definiva nel 1928 lo scrittore calabrese Francesco Perri. "Si mangia, si prega anche un poco, e con fervore, ma soprattutto si danza... gittando dei gridi gutturali acutissimi, come squittire di bestie selvatiche... Danzano tutti. Pure gli affibbiati alla 'Ndrangheta".

Fino a pochi anni fa, i vertici delle 'ndrine, le famiglie mafiose, si ritrovavano alla festa di Polsi per la convention annuale. Un summit modello Spectre a lungo ritenuto una favola nera, una bubbola cospirazionista. Finché, nel settembre 2009, le intercettazioni audio-video dei Ros dimostrarono che invenzione non era. Per credere, guardare i filmati su YouTube: nel tourbillon delle celebrazioni, serafici nonnetti panciuti con la polo a mezze maniche si appartano in conciliaboli sotto gli alberi di noce. Sono loro i patriarchi che - certo, col supporto di consulenti, broker, professionisti invisibili - decidono piani industriali e organigrammi, promozioni e retrocessioni di una multinazionale che fattura 55 miliardi l'anno. Nulla si capisce della 'Ndrangheta - ripete chi la studia e la combatte - senza questa simbiosi di arcaico e turbomoderno. È questa sua natura mutante, adattabile, e insieme fedele alle origini (riti, iniziazioni, gerarchie), la chiave del suo sempre più minaccioso successo.

All'ingresso della santa cittadella di Polsi, c'è il busto in marmo bianco di un sacerdote occhialuto. "Don Giuseppe Giovinazzo, servo buono e fedele di questo santuario, ucciso il 1° giugno 1989 da disonorata mano mafiosa" recita la stele. Ma, per quanto ultimamente la Chiesa abbia abbozzato una perestrojka, quello tra religione e 'Ndrangheta resta un abbraccio atavico, ancora complicato da sciogliere. Un tabù. A un ragazzino che ha l'età di un chierichetto e il cipiglio di un capitano di ventura, domando del nuovo parroco-rettore. Lui mi dice che il prete non c'è. Poi si piazza una sigaretta in bocca e mi chiede da accendere. Allargo le braccia spiacente: ho smesso.

Menù a base di capra
In chiesa non c'è anima viva. Un'iscrizione rievoca il miracolo del marchesino di Roccella che nel 1771 morì in culla e fu resuscitato dalla Vergine. Ma, a contrasto di quella resurrezione commovente, davanti all'altare stanno disposte simmetricamente due statuine della Madonna entrambe col bambinello decapitato, la testa appoggiata accanto. Simbolo rituale? "Non ci risulta. Forse soltanto incuria" mi diranno qualche giorno dopo i Carabinieri del comando di Bianco, sulla costa. Ricordandomi che a Polsi, attaccato al santuario, c'è adesso un nuovo presidio dell'Arma, con tanto di tricolore e bandiera Ue. È attivo solo durante i festeggiamenti: a rimarcare che l'epoca delle rimpatriate mafiose sotto copertura mariana è consegnata al passato.

Andando via dall'area sacra, incrociamo quattro tipi al lavoro. Sono gli uomini di fatica che montano/smontano stand e bancarelle della festa. Siccome s'è fatta ora di pranzo, chiediamo: "Dov'è che nei paraggi si può trovare un panino?". Risposta: "Qui. Ma non un panino: menù completo". Antipasto: formaggio di capra. Primo: maccheroni al ragù di capra. Secondo: arrosto di capra in umido. Prepara tutto uno della squadra, nel cucinino arrangiato dentro una baracca. Un altro si improvvisa cameriere. "Le capre erano sacrificate a Persefone. Ma ancora fino a qualche anno fa, lungo il sentiero che porta al santuario si macellavano gli animali e il sangue colorava le acque della fiumara per giorni. Le nuove normative sanitarie hanno messo fine all'usanza" mi racconta in auto Antonio Talia. Reggino, classe 1977, da anni trapiantato a Milano, impugna il volante senza mai abbandonare l'ingombrante sigaretta a nicotina liquida: un aggeggio delle dimensioni di una ciminiera.

E un'alta ciminiera fantasma - 154 metri - svetta tra le carcasse del miraggio industriale di Saline Joniche, Statale 106, chilometro 27. Vasche, cisterne, capannoni inghiottiti dagli sterpi. Negli anni 70, l'impianto della Liquichimica fu concepito per produrre bioproteine destinate ai mangimi animali. Ma sessanta giorni dopo l'inaugurazione, fermi tutti: l'Istituto superiore di sanità si è accorto che le bioproteine sono cancerogene. E buonanotte alla Liquichimica: 750 cassintegrati. Nessuna riconversione. Di funzionante rimase solo il porticciolo. Ma per sbarchi notturni di hashish dal Libano.

Da Bova a Bratislava
Portano invece in Slovacchia le gesta del clan dei Vadalà, da Bova Marina, quattromila abitanti, villette liberty e un municipio in stile arabeggiante , al chilometro 43 della SS. Nel 2018, Antonino Vadalà, professione imprenditore, venne estradato in Italia dalle autorità di Bratislava per traffico di cocaina. Qualche mese prima era stato arrestato e poi rilasciato per l'omicidio del giornalista d'inchiesta Jan Kuciak e della sua fidanzata. Su sfondo di truffe nei finanziamenti europei, il duplice ammazzamento fece cadere il governo slovacco. Lo scorso 10 ottobre Vadalà è stato condannato a 9 anni e 4 mesi di carcere dalla Procura di Venezia per narcotraffico in Laguna.

Come altri centri jonici, anche Bova Marina ha un suo avatar, un suo doppio montano: Bova alta. Un paesino che quando ci arrivi ti stropicci gli occhi. Perché sembra un'enclave tirolese in Aspromonte. Gerani alle finestre, fioriere nelle piazze, famiglie germaniche in mountain bike o tenuta da trekking. E le indicazioni stradali in quattro lingue: italiano, inglese, tedesco più greco, visto che siamo nella capitale dell'area grecanica. Al bar va forte l'amaro Képhas: "Dalle migliori erbe digestive mediterranee della Calabria greca. Bevilo ghiacciato!". Grazie a buone amministrazioni, Bova Superiore fa ora parte del circuito dei Borghi più belli d'Italia. Vista da quassù, la Gomorra jonica pare molto lontana.

Persino più lontana di quell'Australia che negli anni 80 si impiantò spericolatamente sulle coste della Locride in forma di uova. Uova di struzzo. Intorno a Palizzi Marina (km 51), "cominciarono a spuntare ovunque cartelli con scritto: QUI STRUZZI" racconta Talia, che all'epoca era un ragazzino. Decine di allevamenti. "I pennuti ti scrutavano da dietro le reti". Però la "struzzomania" ebbe vita effimera. Serviva a reinvestire in patria i guadagni maturati in Australia, terra di emigranti, coi soldi illegali fatti in Italia. Ma che futuro potrà mai avere il commercio di uova esotiche? Vuoi mettere con l'ecstasy? A Melbourne, nel 2008, la polizia trovò 15 milioni di pastiglie in tremila lattine di pomodoro. Architetti del colpaccio andato in fumo, due picciotti di qui: Frank Madaffari, da Oppido Mamertina, e Pasquale Barbaro, da Platì (km 91).

Il superlatitante Rocco Morabito, arrestato e poi evaso in Uruguay lo scorso giugno, viene invece da Africo. Nel senso di Africo Nuovo (km 74). Su in montagna, Africo Vecchio praticamente non esiste più. Il 14 ottobre del 1951 fu cancellato da un'alluvione che fece pochi morti ma migliaia di sfollati. Li traslocarono sulla costa, e dopo le baraccopoli sbocciò dal nulla Africo Nuovo. Nel passaggio violento dal mondo sigillato della dimensione montano-pastorale a quello mercantile del litorale si è macerata molta della rabbia 'ndranghetista. "Da quando una parte di questa Calabria montanara è scesa alla costa, si è formata una miscela esplosiva, la durezza del clan montanaro mescolata all'avidità delle clientele politiche e affaristiche della costa" scriveva Giorgio Bocca negli anni 90. Una serie di reportage lucidissimi, ma che gli costarono accuse di pregiudizio anti-calabro.

Addio alle armi
La vecchia, coriacea generazione dei pastori è scomparsa o sta al 41 bis, mi spiegano il colonnello dei Carabinieri Gabriele De Pascalis e il capitano Ermanno Soriano. "Le nuove leve hanno la pelle meno dura, sono attratte dai consumi, sognano il Suv". Cedimenti che potrebbero lesionare l'antico muro dell'omertà in un'organizzazione rimasta finora impermeabile al pentitismo. Perché, a differenza di quelli siciliani, i clan 'ndranghetisti non sono famiglie in senso lato, ma strettissimo. Dinastie annodate da vincoli di sangue che inibiscono il tradimento. Dopo le guerre tra cosche che lasciarono centinaia di cadaveri, "negli ultimi anni il clima è cambiato" dice De Pascalis. "Non c'è più il coprifuoco. È l'ora dell'infiltrazione dell'illegale nel legale". 

IL CAPITALISMO MONDIALE DELLA 'NDRANGHETA

Una manovra fredda, però incessante. Adesso nelle estorsioni, per esempio, raramente si ricorre alla violenza. Ci si presenta offrendo servizi, chiedendo aiuto per un parente in carcere, per ripianare un debito. E così, alla fine nessuna attività economica sfugge al controllo. Ma in questa transizione dalla fase militare a quella affaristica quanto pesano ancora le vecchie liturgie, le iniziazioni, i giuramenti davanti agli anziani? "Molto" dice Ermanno Soriano. "Quello dell'appartenenza resta un crisma. E dal santuario di Polsi i rituali si saranno sicuramente trasferiti altrove. Conferiscono identità".

In La rete degli invisibili (in uscita per Mondadori), il magistrato Nicola Gratteri e lo studioso Antonio Nicaso decifrano questa identità ricorrendo allo storico delle religioni Mircea Eliade. Che scriveva: "Per il pensiero arcaico l'uomo è "fatto": non è lui a farsi da solo. Sono gli anziani iniziati, i maestri spirituali che lo "fanno". Ma costoro applicano ciò che è stato a loro volta rivelato all'inizio dagli esseri sovrannaturali. Questo significa che per diventare effettivamente uomini bisogna rassomigliare a un modello mitico". È il mito dell'anthropos 'ndranghetista (il termine 'Ndrangheta potrebbe derivare dal greco andragathos, uomo valoroso). Mito che, però, nell'immaginario collettivo è ancora largamente subalterno a quello del malavitoso siciliano o del camorrista. Su 337 film di tema mafioso realizzati tra il 1948 e il 2018, riportano gli autori, solo un 4 per cento parla di 'Ndrangheta. E sempre in termini un po' folk. Un santino qua, una capra sgozzata là.

Sempre sul versante delle cifre,  Gratteri e Nicasio ricordano che oggi in Italia "sono poco meno di 6.000 gli affiliati ai clan della 'Ndrangheta, schedati dalle forze di polizia". Nella sola Locride le "locali" (consorzi territoriali di più 'ndrine) sono tra 25 e 30. Ognuna di 40-50 membri.

O cresci o muori
"Ogni organizzazione criminale" sottolinea il capitano Soriano "è condannata alla crescita". O cresci o muori. "Ma, più che da una volontà di arricchimento, i mafiosi sono mossi da una sete di potere, di controllo. Altrimenti non si infilerebbero in appalti da mille euro". Un'ansia di prestazione che genera stress. Ai tempi di Giorgio Bocca, i vecchi banditi dell'Aspromonte soffrivano di cuore, tali e tante erano "le ferocie incontenibili, le ferite emotive, il rancore antico". Oggi invece, afflitti dal superlavoro, gli 'ndranghetisti trovano conforto negli ansiolitici. Dalla mafia cardiopatica alla mafia Xanax.

Usciti dalla stazione dei carabinieri, con Antonio Talia e Luigi Narici andiamo a farci un Bergotto, l'ottima gassosa al bergamotto prodotta a Bova Marina. Mentre poppiamo dalle bottigliette, sulla Statale 106 prende corpo la più surreale tra le visioni: un sikh. In bicicletta sotto il sole. Col turbante, la barba e tutto il resto. "Ma questo?" chiedo. "Li sfruttano come  braccianti, raccoglitori. Olive, bergamotto e altri agrumi" dice Antonio. "Non se ne sa molto". Più o meno come dei gesùbambini decollati.

Sul Venerdì dell'8 novembre 2019