Quando vidi il comunismo arrivare in spiaggia
Bernardo Valli , di BERNARDO VALLILe miliziane sfilavano con la camicetta aperta al primo bottone. Poi quella leggerezza andò persa. Nessuno l’avrebbe detto, ma 60 anni dopo il regime è ancora lì
Alla domanda di Fidel – «Cosa dobbiamo fare di questi prigionieri?» – rispose un boato: «Paredón!». Al muro!
Era già notte. Radio e televisioni erano accese e dalle finestre spalancate alla tropicale primavera cubana il verdetto corale raggiunse tutta l’isola. L’interrogatorio era condotto dal Líder Máximo e gli imputati erano i gusanos, i vermi, come venivano chiamati i controrivoluzionari catturati. La richiesta della pena di morte nel gremito teatro dei sindacati, all’Avana, dove andava in scena il processo spettacolo, era scontata. Rituale. Ma Fidel Castro, dopo averla provocata, nella veste di giudice, si mostrò magnanimo: disse che non tutti quelli fatti prigionieri sulla Playa Girón, o nel resto della Baia dei Porci, nella provincia di Matanzas, dove erano sbarcati armi alla mano, con l’appoggio di qualche aereo americano, dovevano essere fucilati. No, non tutti. Avevano come o…
Era già notte. Radio e televisioni erano accese e dalle finestre spalancate alla tropicale primavera cubana il verdetto corale raggiunse tutta l’isola. L’interrogatorio era condotto dal Líder Máximo e gli imputati erano i gusanos, i vermi, come venivano chiamati i controrivoluzionari catturati. La richiesta della pena di morte nel gremito teatro dei sindacati, all’Avana, dove andava in scena il processo spettacolo, era scontata. Rituale. Ma Fidel Castro, dopo averla provocata, nella veste di giudice, si mostrò magnanimo: disse che non tutti quelli fatti prigionieri sulla Playa Girón, o nel resto della Baia dei Porci, nella provincia di Matanzas, dove erano sbarcati armi alla mano, con l’appoggio di qualche aereo americano, dovevano essere fucilati. No, non tutti. Avevano come o…
Alla domanda di Fidel – «Cosa dobbiamo fare di questi prigionieri?» – rispose un boato: «Paredón!». Al muro!
Era già notte. Radio e televisioni erano accese e dalle finestre spalancate alla tropicale primavera cubana il verdetto corale raggiunse tutta l’isola. L’interrogatorio era condotto dal Líder Máximo e gli imputati erano i gusanos, i vermi, come venivano chiamati i controrivoluzionari catturati. La richiesta della pena di morte nel gremito teatro dei sindacati, all’Avana, dove andava in scena il processo spettacolo, era scontata. Rituale. Ma Fidel Castro, dopo averla provocata, nella veste di giudice, si mostrò magnanimo: disse che non tutti quelli fatti prigionieri sulla Playa Girón, o nel resto della Baia dei Porci, nella provincia di Matanzas, dove erano sbarcati armi alla mano, con l’appoggio di qualche aereo americano, dovevano essere fucilati. No, non tutti. Avevano come obiettivo di suscitare un’insurrezione nel Paese, ma nessuno si era mosso. Non avevano fatto troppi danni. Con il loro fallimento i controrivoluzionari avevano dimostrato la forza della rivoluzione.
Una trovata di Fidel, non priva di ironia, mise in imbarazzo gli Stati Uniti. Il Líder Máximo propose alla superpotenza, che aveva organizzato la mancata invasione (progettata da Eisenhower e promossa con Kennedy alla Casa Bianca), di scambiare quelli che chiamava gusanos con trattori agricoli. Pacifici strumenti di lavoro contro aggressori sconfitti. Il successo militare fu così coronato da un’idea al tempo stesso saggia e beffarda. Cuba aveva bisogno di rilanciare il mondo rurale in cui viveva larga parte della popolazione. Soltanto coloro che avevano “precedenti criminali” sarebbero finiti davanti a un plotone d’esecuzione. A decidere sarebbe stato un tribunale di operai e contadini. Gli altri valevano ciascuno un trattore, prezioso per l’agricoltura, per la coltivazione della canna da zucchero. Risorsa essenziale dell’isola. All’inizio la rivoluzione cubana non mancava di immaginazione.
Non tutti i controrivoluzionari erano stati catturati il 26 aprile quando arrivai verso mezzogiorno nei paraggi della Playa Girón. Gruppi di barbudos si stavano già ritirando da quella provincia ed erano più che disponibili, sulla strada di casa, a raccontare le loro imprese. Le sigarette li rendevano loquaci. In segno di riconoscimento a chi le offriva organizzavano persino finti combattimenti sparando veri proiettili. Anche la vittoria veniva così celebrata. Alcuni gusanos erano sfuggiti alla cattura e si erano rifugiati in una zona acquitrinosa. Erano caduti in una trappola micidiale. Stavano per essere spinti in una zona di sabbie mobili o vi erano già imprigionati. Si accorgevano troppo tardi del pericolo. Spesso quando ormai sprofondavano nella melma. I barbudos li avevano accerchiati e facevano prigionieri quelli che riuscivano a evitare il fango mortale e affrontavano la dura giustizia dei vincitori, che poteva comportare la pena di morte.
Fidel Castro era al potere dal gennaio del 1959. Fulgencio Batista, che aveva governato fino allora, era fuggito dall’Avana mentre era in corso la festa di Capodanno. In neppure due anni e mezzo, eravamo nell’aprile del ’61, molte cose erano cambiate o stavano cambiando. Pochi giorni dopo il fallito sbarco della Baia dei Porci, Cuba si proclamò Repubblica socialista. La grande parata militare all’Avana fu al tempo stesso la celebrazione della vittoria della Playa Girón e dell’umiliazione inflitta agli Stati Uniti che avevano appoggiato la fallita invasione. Era soprattutto il debutto ufficiale socialista della rivoluzione. La svolta comunista era già in corso, ma era ancora negata. Per festeggiare la Repubblica socialista sfilarono anche delle miliziane, ragazze giovani, con la camicetta militare aperta al primo bottone. Una civetteria che non ebbe un seguito. Negli immediati anni che seguirono, il regime perse quell’immagine di leggerezza, favorita anche dalla giovinezza dei suoi responsabili.
Il resto del mondo non pensava che l’isola potesse resistere a un’ostilità orchestrata dalla superpotenza americana. Molti erano convinti che sarebbe stata costretta ad affrontare una rivolta interna. Certo gli oppositori non mancavano ma non osarono manifestarsi. Il nuovo regime stava già emarginando o reprimendo le correnti anticomuniste della rivoluzione. Le carceri erano piene di barbudos delusi, non più disposti a seguire Fidel Castro.
Arrivato a Cuba con il primo aereo da Città del Messico, dopo la fallita invasione, ho dovuto smentire spesso le notizie degli altri giornali stranieri che, con corrispondenze da Miami, davano L’Avana in fiamme e Castro ferito grave o addirittura morto. La radicata idea, appunto, che Cuba non potesse resistere all’attacco dei controrivoluzionari, basati a Miami, e assistiti dagli Stati Uniti, favoriva le false notizie. In realtà nulla accadde in quei giorni all’Avana. Né alla persona di Castro. Nella capitale non bruciò un solo edificio. Castro organizzò un banchetto sulla piazza della cattedrale con centinaia di commensali. Quando era al potere sfuggì a più di un centinaio di attentati, ma non in quei giorni, che si sappia. È comunque morto a più di novant’anni nel suo letto.
LEGGI ANCHE: FIESTA TRISTE A L'AVANA
Sembrava allora impossibile che un’isola come Cuba, famosa per i suoi cabaret, i suoi casinò e i suoi bordelli, potesse resistere a lungo alla spesso aggressiva inimicizia (ritmata dalle sanzioni e dalle operazioni segrete della Cia) della vicina superpotenza. Le provocazioni cubane non mancavano. I nordamericani dichiaravano El Bloqueo commerciale, economico, finanziario contro Cuba: e Cuba nazionalizzava, tra l’altro, le grandi compagnie petrolifere nordamericane. Sono passati sessant’anni. E il regime è ancora in piedi. Col tempo la rivoluzione è diventata conservatrice, ma sopravvive. Non senza stenti. Non senza orgoglio.
Quasi due anni e mezzo dopo l’arrivo al potere di Fidel Castro, subito dopo l’invasione fallita della Baia dei Porci, all’Avana furono aperte a tutti le spiagge fino allora riservate ai ricchi soci dei club. Quelli che non erano riusciti a espatriare, a raggiungere Miami, furono privati del loro mare, furono costretti a condividerlo con gli operai e i contadini, e con i cubani di colore. Un’amica, appartenente a una famiglia della grande borghesia, mi invitò a festeggiare l’avvenimento nel club dove aveva fatto i primi bagni da bambina.
Era una segretaria di Raúl Castro, fratello di Fidel, e mi sembrava avesse aderito alla rivoluzione. Il padre era il rettore dell’Università dell’Avana. Un parente era il provvisorio ministro degli Esteri. Trovammo la sua spiaggia invasa da una folla di bagnanti afrocubani. E lei mi disse trionfante: «La rivoluzione funziona». Ma quando trovò la sua cabina occupata da una famiglia di colore con tanti bambini scoppiò in lacrime. E mi trascinò via. Fuori dal club che “le era stato rubato”. Anni dopo Saharita, così si chiamava, approfittò di un viaggio di lavoro per raggiungere gli Stati Uniti.
C’erano ancora molti americani all’Avana, gli anziani non volevano abbandonare l’isola. Erano degli insabbiati. Se ne incontravano nei casinò degli alberghi che ancora funzionavano dopo essere stati nazionalizzati. I croupier avevano un fazzoletto rosso al collo ed erano in maniche di camicia. Sugli scranni ai tavoli di baccarat e di blackjack c’erano pensionati nordamericani, drogati dal gioco d’azzardo, ma anche con legami sentimentali nell’isola, spesso con una famiglia cubana.
Dopo la proclamazione della República socialista i casinò dell’Hotel Capri, del Nacional e altri alberghi sul Malecón, il lungomare dell’Avana, cessarono di funzionare. Non aprirono più i battenti. Lo stesso accadde per i bordelli. Ma al bar del Capri, davanti al televisore, c’era sempre un drappello di prostitute che attendeva un’apparizione di Che Guevara. Lo consideravano, più che un politico o un ex guerrigliero, l’uomo più affascinante dell’America Latina. Il Che, allora ministro dell’Industria, appariva sui teleschermi soprattutto a tarda sera. Rapidamente l’isola diventò comunista e la stretta alleanza con l’Unione Sovietica portò la “guerra fredda” nei Caraibi, a ridosso degli Stati Uniti. Spesso con il rischio di una guerra vera.
Sul Venerdì del 15 novembre 2019
Era già notte. Radio e televisioni erano accese e dalle finestre spalancate alla tropicale primavera cubana il verdetto corale raggiunse tutta l’isola. L’interrogatorio era condotto dal Líder Máximo e gli imputati erano i gusanos, i vermi, come venivano chiamati i controrivoluzionari catturati. La richiesta della pena di morte nel gremito teatro dei sindacati, all’Avana, dove andava in scena il processo spettacolo, era scontata. Rituale. Ma Fidel Castro, dopo averla provocata, nella veste di giudice, si mostrò magnanimo: disse che non tutti quelli fatti prigionieri sulla Playa Girón, o nel resto della Baia dei Porci, nella provincia di Matanzas, dove erano sbarcati armi alla mano, con l’appoggio di qualche aereo americano, dovevano essere fucilati. No, non tutti. Avevano come obiettivo di suscitare un’insurrezione nel Paese, ma nessuno si era mosso. Non avevano fatto troppi danni. Con il loro fallimento i controrivoluzionari avevano dimostrato la forza della rivoluzione.
Una trovata di Fidel, non priva di ironia, mise in imbarazzo gli Stati Uniti. Il Líder Máximo propose alla superpotenza, che aveva organizzato la mancata invasione (progettata da Eisenhower e promossa con Kennedy alla Casa Bianca), di scambiare quelli che chiamava gusanos con trattori agricoli. Pacifici strumenti di lavoro contro aggressori sconfitti. Il successo militare fu così coronato da un’idea al tempo stesso saggia e beffarda. Cuba aveva bisogno di rilanciare il mondo rurale in cui viveva larga parte della popolazione. Soltanto coloro che avevano “precedenti criminali” sarebbero finiti davanti a un plotone d’esecuzione. A decidere sarebbe stato un tribunale di operai e contadini. Gli altri valevano ciascuno un trattore, prezioso per l’agricoltura, per la coltivazione della canna da zucchero. Risorsa essenziale dell’isola. All’inizio la rivoluzione cubana non mancava di immaginazione.
Non tutti i controrivoluzionari erano stati catturati il 26 aprile quando arrivai verso mezzogiorno nei paraggi della Playa Girón. Gruppi di barbudos si stavano già ritirando da quella provincia ed erano più che disponibili, sulla strada di casa, a raccontare le loro imprese. Le sigarette li rendevano loquaci. In segno di riconoscimento a chi le offriva organizzavano persino finti combattimenti sparando veri proiettili. Anche la vittoria veniva così celebrata. Alcuni gusanos erano sfuggiti alla cattura e si erano rifugiati in una zona acquitrinosa. Erano caduti in una trappola micidiale. Stavano per essere spinti in una zona di sabbie mobili o vi erano già imprigionati. Si accorgevano troppo tardi del pericolo. Spesso quando ormai sprofondavano nella melma. I barbudos li avevano accerchiati e facevano prigionieri quelli che riuscivano a evitare il fango mortale e affrontavano la dura giustizia dei vincitori, che poteva comportare la pena di morte.
Fidel Castro era al potere dal gennaio del 1959. Fulgencio Batista, che aveva governato fino allora, era fuggito dall’Avana mentre era in corso la festa di Capodanno. In neppure due anni e mezzo, eravamo nell’aprile del ’61, molte cose erano cambiate o stavano cambiando. Pochi giorni dopo il fallito sbarco della Baia dei Porci, Cuba si proclamò Repubblica socialista. La grande parata militare all’Avana fu al tempo stesso la celebrazione della vittoria della Playa Girón e dell’umiliazione inflitta agli Stati Uniti che avevano appoggiato la fallita invasione. Era soprattutto il debutto ufficiale socialista della rivoluzione. La svolta comunista era già in corso, ma era ancora negata. Per festeggiare la Repubblica socialista sfilarono anche delle miliziane, ragazze giovani, con la camicetta militare aperta al primo bottone. Una civetteria che non ebbe un seguito. Negli immediati anni che seguirono, il regime perse quell’immagine di leggerezza, favorita anche dalla giovinezza dei suoi responsabili.
Il resto del mondo non pensava che l’isola potesse resistere a un’ostilità orchestrata dalla superpotenza americana. Molti erano convinti che sarebbe stata costretta ad affrontare una rivolta interna. Certo gli oppositori non mancavano ma non osarono manifestarsi. Il nuovo regime stava già emarginando o reprimendo le correnti anticomuniste della rivoluzione. Le carceri erano piene di barbudos delusi, non più disposti a seguire Fidel Castro.
Arrivato a Cuba con il primo aereo da Città del Messico, dopo la fallita invasione, ho dovuto smentire spesso le notizie degli altri giornali stranieri che, con corrispondenze da Miami, davano L’Avana in fiamme e Castro ferito grave o addirittura morto. La radicata idea, appunto, che Cuba non potesse resistere all’attacco dei controrivoluzionari, basati a Miami, e assistiti dagli Stati Uniti, favoriva le false notizie. In realtà nulla accadde in quei giorni all’Avana. Né alla persona di Castro. Nella capitale non bruciò un solo edificio. Castro organizzò un banchetto sulla piazza della cattedrale con centinaia di commensali. Quando era al potere sfuggì a più di un centinaio di attentati, ma non in quei giorni, che si sappia. È comunque morto a più di novant’anni nel suo letto.
LEGGI ANCHE: FIESTA TRISTE A L'AVANA
Sembrava allora impossibile che un’isola come Cuba, famosa per i suoi cabaret, i suoi casinò e i suoi bordelli, potesse resistere a lungo alla spesso aggressiva inimicizia (ritmata dalle sanzioni e dalle operazioni segrete della Cia) della vicina superpotenza. Le provocazioni cubane non mancavano. I nordamericani dichiaravano El Bloqueo commerciale, economico, finanziario contro Cuba: e Cuba nazionalizzava, tra l’altro, le grandi compagnie petrolifere nordamericane. Sono passati sessant’anni. E il regime è ancora in piedi. Col tempo la rivoluzione è diventata conservatrice, ma sopravvive. Non senza stenti. Non senza orgoglio.
Quasi due anni e mezzo dopo l’arrivo al potere di Fidel Castro, subito dopo l’invasione fallita della Baia dei Porci, all’Avana furono aperte a tutti le spiagge fino allora riservate ai ricchi soci dei club. Quelli che non erano riusciti a espatriare, a raggiungere Miami, furono privati del loro mare, furono costretti a condividerlo con gli operai e i contadini, e con i cubani di colore. Un’amica, appartenente a una famiglia della grande borghesia, mi invitò a festeggiare l’avvenimento nel club dove aveva fatto i primi bagni da bambina.
Era una segretaria di Raúl Castro, fratello di Fidel, e mi sembrava avesse aderito alla rivoluzione. Il padre era il rettore dell’Università dell’Avana. Un parente era il provvisorio ministro degli Esteri. Trovammo la sua spiaggia invasa da una folla di bagnanti afrocubani. E lei mi disse trionfante: «La rivoluzione funziona». Ma quando trovò la sua cabina occupata da una famiglia di colore con tanti bambini scoppiò in lacrime. E mi trascinò via. Fuori dal club che “le era stato rubato”. Anni dopo Saharita, così si chiamava, approfittò di un viaggio di lavoro per raggiungere gli Stati Uniti.
C’erano ancora molti americani all’Avana, gli anziani non volevano abbandonare l’isola. Erano degli insabbiati. Se ne incontravano nei casinò degli alberghi che ancora funzionavano dopo essere stati nazionalizzati. I croupier avevano un fazzoletto rosso al collo ed erano in maniche di camicia. Sugli scranni ai tavoli di baccarat e di blackjack c’erano pensionati nordamericani, drogati dal gioco d’azzardo, ma anche con legami sentimentali nell’isola, spesso con una famiglia cubana.
Dopo la proclamazione della República socialista i casinò dell’Hotel Capri, del Nacional e altri alberghi sul Malecón, il lungomare dell’Avana, cessarono di funzionare. Non aprirono più i battenti. Lo stesso accadde per i bordelli. Ma al bar del Capri, davanti al televisore, c’era sempre un drappello di prostitute che attendeva un’apparizione di Che Guevara. Lo consideravano, più che un politico o un ex guerrigliero, l’uomo più affascinante dell’America Latina. Il Che, allora ministro dell’Industria, appariva sui teleschermi soprattutto a tarda sera. Rapidamente l’isola diventò comunista e la stretta alleanza con l’Unione Sovietica portò la “guerra fredda” nei Caraibi, a ridosso degli Stati Uniti. Spesso con il rischio di una guerra vera.
Sul Venerdì del 15 novembre 2019