Riscoprire l'acqua a Chennai
Cristian Martini Grimaldi , di CRISTIAN MARTINI GRIMALDIA giugno la città indiana ha dichiarato il day zero: tutte le falde si sono prosciugate. Una crisi terribile che però ha generato una nuova consapevolezza tra i cittadini. Reportage
CHENNAI (India). Albert Einstein affermava di non sapere con quale armi si sarebbe combattuta la Terza guerra mondiale, ma sapeva che alla Quarta gli uomini si sarebbero scannati con le pietre e coi bastoni. A Chennai, nello Stato del Tamil Nadu, un valoroso gruppo di cittadini non se lo pone neppure il problema del come. Loro sono convinti di avere individuato il perché del futuro conflitto globale: l'acqua.
Per capire il contesto nel quale è maturata la convinzione, basta entrare nel più grande centro commerciale della città. Al suo interno c'è il Jazz Cinemas Luxe. Mastodontici specchi riverberano vasche in marmo dalle venature violacee. Lampadari baroccheggianti calano da soffitti ciclopici. Ti metti in fila per il popcorn e ti senti a Versailles. Eppure se entri nei bagni, dove su ogni orinatoio spuntano display a cristalli liquidi (per l'India della penuria di toilette è un sogno proibito), ti accorgi con disappunto che non …
Per capire il contesto nel quale è maturata la convinzione, basta entrare nel più grande centro commerciale della città. Al suo interno c'è il Jazz Cinemas Luxe. Mastodontici specchi riverberano vasche in marmo dalle venature violacee. Lampadari baroccheggianti calano da soffitti ciclopici. Ti metti in fila per il popcorn e ti senti a Versailles. Eppure se entri nei bagni, dove su ogni orinatoio spuntano display a cristalli liquidi (per l'India della penuria di toilette è un sogno proibito), ti accorgi con disappunto che non …
CHENNAI (India). Albert Einstein affermava di non sapere con quale armi si sarebbe combattuta la Terza guerra mondiale, ma sapeva che alla Quarta gli uomini si sarebbero scannati con le pietre e coi bastoni. A Chennai, nello Stato del Tamil Nadu, un valoroso gruppo di cittadini non se lo pone neppure il problema del come. Loro sono convinti di avere individuato il perché del futuro conflitto globale: l'acqua.
Per capire il contesto nel quale è maturata la convinzione, basta entrare nel più grande centro commerciale della città. Al suo interno c'è il Jazz Cinemas Luxe. Mastodontici specchi riverberano vasche in marmo dalle venature violacee. Lampadari baroccheggianti calano da soffitti ciclopici. Ti metti in fila per il popcorn e ti senti a Versailles. Eppure se entri nei bagni, dove su ogni orinatoio spuntano display a cristalli liquidi (per l'India della penuria di toilette è un sogno proibito), ti accorgi con disappunto che non puoi sciacquarti le mani. O meglio, puoi lavare solo una mano per volta: per non rischiare di sprecare anche una sola goccia della preziosa fonte non c'è manovella né sensore, ma un arcaico rubinetto a pressione. Mentre una mano preme, l'altra compie funambolismi da prestigiatore per autodetergersi. Dunque ripetere l'operazione a mani invertite.
Una questione globale
L'ultima siccità qui è stata di proporzioni bibliche. A fine giugno 2019 la città dichiarava il Day Zero, ovvero tutte e quattro le riserve d'acqua esaurite. La più lunga assenza di pioggia da 30 anni a questa parte. E siccome l'età media della popolazione è di 29, si può aggiungere serenamente che è la più lunga a memoria d'uomo. Pur con le cattive, però, la crisi ha avuto il merito di infondere nella popolazione una coscienziosa parsimonia. Migliaia di dipendenti di aziende high tech sono stati invitati a lavorare da casa per limitare l'uso delle toilette. Caffè e ristoranti espongono targhe che denunciano l'aumento dei costi delle materie prime (e di conseguenza quelli sul menu) in virtù del caro prezzi sull'acqua. Ancora oggi, che i giorni più neri della crisi sono alle spalle, le strade sono un ingorgo di autobotti che sulle fiancate vanno diffondendo l'ammonimento "Save Rain Water" (conservate l'acqua piovana).
Date le premesse, non meraviglia che in molti quartieri siano nate associazioni di cittadini che hanno deciso che era il momento di cambiare passo. Una è la Kalakshetra Colony Welfare Association, 200 membri, in gran parte pensionati. Shanthi, 64 anni per un metro e 76 (per l'India del sud praticamente una vichinga), è la segretaria generale. Con cipiglio severo mi spiega perché la crisi non dovrebbe preoccupare solo gli indiani. "L'approvvigionamento idrico come causa del prossimo conflitto non è una provocazione e riguarda anche Paesi come Sudafrica, Libia e Giordania. Lo sfruttamento delle risorse del suolo detta l'agenda internazionale: se le guerre del Golfo sono figlie della sete di petrolio, in futuro non è improbabile che possa avvenire lo stesso per l'acqua".
Secondo uno studio del governo federale, 21 città indiane, tra cui Nuova Delhi, esauriranno le scorte nelle falde entro il prossimo anno. Già 200 mila indiani muoiono ogni anno perché non possono contare su un'acqua sicura, e 600 milioni sono a rischio approvvigionamento per i prossimi anni. La soluzione sperimentata dai volenterosi gruppi di quartiere si chiama rainwater harvesting, ovvero il recupero dell'acqua piovana. "L'operazione è di una banalità elementare" continua Shanthi: "Si buca il terreno fino a tre metri, l'acqua filtra attraverso lo strato di sabbia e rifluisce nella falda. Il cittadino non pesa sulla comunità e contribuisce a prevenire le inondazioni". Nessuna controindicazione, anzi ce ne sarebbe una lista lunga così per chi decide di non agire subito. "Io soffro di leptospirosi" spiega, "una patologia che si prende a contatto con l'urina dei topi. Solitamente affligge chi vive in uno slum, non certo chi risiede come me in uno dei quartieri bene della città. Me la sono presa andando a far passeggiare il cane. Capisci? Prima che cominciassi a raccogliere l'acqua piovana a ogni monsone, nel mio giardino si accumulavano 20 centimetri d'acqua". Gli associati contribuiscono con una quota annua perché per scavare una pit, una fossa, ci vogliono 17 mila rupie (213 euro). Caruccio, considerando che il salario medio è di 300 dollari. Poi ci sono i costi di manutenzione, 1.500 rupie (20 euro), perché le fosse vanno ripulite da detriti, fango e fogliame. Un ulteriore artificio che i volontari raccomandano è quello di speciali ugelli che riducono il flusso dai rubinetti dell'80 per cento. I ristoranti, invece, si ingegnano servendo il cibo nelle foglie di banana per risparmiare sui lavaggi dei piatti.
La dea cisterna
Dopo la siccità, tra luglio e settembre la città ha affrontato una nuova crisi ma di segno opposto: le inondazioni. Ad ogni monsone Chennai si ritrova infatti puntualmente le strade allagate. "In realtà i due problemi sono collegati" dice Shreya, giovane attivista di quartiere: "L'urbanizzazione selvaggia ha asfaltato le aree intorno ai laghi, di fatto rendendo impermeabili i suoli, che invece avrebbero potuto aiutare il processo di ricarica della falda acquifera. Di conseguenza l'acqua piovana stagna e inonda tutto. A Velachery la situazione è tragica".
Velachery è uno dei quartieri che più ha risentito della siccità, eppure bastano pochi minuti di pioggia per far sì che le vie diventino navigabili. Qui le autocisterne riforniscono regolarmente le residenze di quel liquido vitale ormai impossibile da mungere dalle falde rinsecchite. Le donne si affrettano abbracciate a taniche di plastica dai colori vivaci che paradossalmente evocano tante cose fuorché siccità. L'operazione si veste di suggestivo folclore, diresti che si va apparecchiando una fiera locale. E invece quelle sgomitano decise tirando a sé il tubo collegato alla botte e pagando carissimo, fino a dieci rupie ogni 20 litri (rispetto allo scorso anno i costi sono lievitati di più del 100 per cento). Oltre ai templi indù, ogni circondario venera il suo "moloch", enormi cisterne fisse che vengono ricaricate una volta al giorno e sempre difese da lucchetti anti-tentazione: si devono rispettare determinati orari e quantità. A giugno un uomo ci ha rimesso le penne in una colluttazione col vicino che andava facendosi una scorta di straforo.
Con i tre impianti di desalinizzazione che da soli non riescono a soddisfare la domanda, i rifornimenti in città arrivano anche su rotaia. Sono 50 i vagoni che ogni giorno traslocano qui 50 mila litri d'acqua dal distretto di Vellore, a 200 chilometri di distanza: sono capaci di riempire 17 mila vasche da bagno. Per non lasciare nulla di intentato, il governo statale nella persona del suo ministro della pesca ha partecipato a un rituale indù chiamato yagna. Con generoso spargimento d'offerte al dio Shiva, è una vera danza della pioggia, ma secondo gli esperti la soluzione potrebbe richiedere uno slancio di fantasia ulteriore. "Se un Paese come il Vietnam riesce a utilizzare 3-4 volte meno acqua di quella che usiamo noi, significa che stiamo facendo qualcosa di veramente sbagliato" dice Amit Kapoor, presidente dell'Institute for Competitiveness.
Rivoluzione per i campi
I numeri dicono che l'India gode del 4 per cento delle risorse acquifere mondiali ma deve dissetare quasi il 18 per cento della popolazione globale. Così mal dotata da madre natura, non potrebbe permettersi di coltivare canna da zucchero da esportazione. E invece è proprio ciò che avviene. "Ci vogliono quasi tremila litri d'acqua per produrre un chilo di canna da zucchero e in più noi, vedi in Punjab, la concediamo gratis a degli agricoltori che hanno tutte le risorse per pagarla". Secondo Amit, un coscienzioso utilizzo dell'acqua è inversamente proporzionale alla dichiarazione dei redditi: "È la fascia di popolazione più povera che usa l'acqua con più oculatezza, mentre i contadini benestanti compiono gli sprechi più criminali. Su quella quota dovrebbe gravare una super tassa, ma i politici non ci pensano proprio".
È stato calcolato che ogni famiglia avrebbe bisogno di appena 200 litri d'acqua, l'equivalente di tre docce nel mondo occidentale. Tutto il resto è scialo. Ma quanto sia complicato mettere d'accordo tutti sulle ricette per una soluzione praticabile lo si evince quando accenno al rainwater harvesting. "I sistemi per conservare l'acqua piovana possono funzionare a una dimensione di quartiere" dice Amit, "non di massa. Ci sono 250 milioni di famiglie in India. Che facciamo, scaviamo 250 milioni di fosse? Bisogna differenziare le colture e cominciare a far pagare un giusto prezzo ai contadini che se lo possono permettere. E si deve fare in fretta. Non per noi, ma per le generazioni future".
Sul Venerdì dell'8 novembre 2019
Per capire il contesto nel quale è maturata la convinzione, basta entrare nel più grande centro commerciale della città. Al suo interno c'è il Jazz Cinemas Luxe. Mastodontici specchi riverberano vasche in marmo dalle venature violacee. Lampadari baroccheggianti calano da soffitti ciclopici. Ti metti in fila per il popcorn e ti senti a Versailles. Eppure se entri nei bagni, dove su ogni orinatoio spuntano display a cristalli liquidi (per l'India della penuria di toilette è un sogno proibito), ti accorgi con disappunto che non puoi sciacquarti le mani. O meglio, puoi lavare solo una mano per volta: per non rischiare di sprecare anche una sola goccia della preziosa fonte non c'è manovella né sensore, ma un arcaico rubinetto a pressione. Mentre una mano preme, l'altra compie funambolismi da prestigiatore per autodetergersi. Dunque ripetere l'operazione a mani invertite.
Una questione globale
L'ultima siccità qui è stata di proporzioni bibliche. A fine giugno 2019 la città dichiarava il Day Zero, ovvero tutte e quattro le riserve d'acqua esaurite. La più lunga assenza di pioggia da 30 anni a questa parte. E siccome l'età media della popolazione è di 29, si può aggiungere serenamente che è la più lunga a memoria d'uomo. Pur con le cattive, però, la crisi ha avuto il merito di infondere nella popolazione una coscienziosa parsimonia. Migliaia di dipendenti di aziende high tech sono stati invitati a lavorare da casa per limitare l'uso delle toilette. Caffè e ristoranti espongono targhe che denunciano l'aumento dei costi delle materie prime (e di conseguenza quelli sul menu) in virtù del caro prezzi sull'acqua. Ancora oggi, che i giorni più neri della crisi sono alle spalle, le strade sono un ingorgo di autobotti che sulle fiancate vanno diffondendo l'ammonimento "Save Rain Water" (conservate l'acqua piovana).
Date le premesse, non meraviglia che in molti quartieri siano nate associazioni di cittadini che hanno deciso che era il momento di cambiare passo. Una è la Kalakshetra Colony Welfare Association, 200 membri, in gran parte pensionati. Shanthi, 64 anni per un metro e 76 (per l'India del sud praticamente una vichinga), è la segretaria generale. Con cipiglio severo mi spiega perché la crisi non dovrebbe preoccupare solo gli indiani. "L'approvvigionamento idrico come causa del prossimo conflitto non è una provocazione e riguarda anche Paesi come Sudafrica, Libia e Giordania. Lo sfruttamento delle risorse del suolo detta l'agenda internazionale: se le guerre del Golfo sono figlie della sete di petrolio, in futuro non è improbabile che possa avvenire lo stesso per l'acqua".
Secondo uno studio del governo federale, 21 città indiane, tra cui Nuova Delhi, esauriranno le scorte nelle falde entro il prossimo anno. Già 200 mila indiani muoiono ogni anno perché non possono contare su un'acqua sicura, e 600 milioni sono a rischio approvvigionamento per i prossimi anni. La soluzione sperimentata dai volenterosi gruppi di quartiere si chiama rainwater harvesting, ovvero il recupero dell'acqua piovana. "L'operazione è di una banalità elementare" continua Shanthi: "Si buca il terreno fino a tre metri, l'acqua filtra attraverso lo strato di sabbia e rifluisce nella falda. Il cittadino non pesa sulla comunità e contribuisce a prevenire le inondazioni". Nessuna controindicazione, anzi ce ne sarebbe una lista lunga così per chi decide di non agire subito. "Io soffro di leptospirosi" spiega, "una patologia che si prende a contatto con l'urina dei topi. Solitamente affligge chi vive in uno slum, non certo chi risiede come me in uno dei quartieri bene della città. Me la sono presa andando a far passeggiare il cane. Capisci? Prima che cominciassi a raccogliere l'acqua piovana a ogni monsone, nel mio giardino si accumulavano 20 centimetri d'acqua". Gli associati contribuiscono con una quota annua perché per scavare una pit, una fossa, ci vogliono 17 mila rupie (213 euro). Caruccio, considerando che il salario medio è di 300 dollari. Poi ci sono i costi di manutenzione, 1.500 rupie (20 euro), perché le fosse vanno ripulite da detriti, fango e fogliame. Un ulteriore artificio che i volontari raccomandano è quello di speciali ugelli che riducono il flusso dai rubinetti dell'80 per cento. I ristoranti, invece, si ingegnano servendo il cibo nelle foglie di banana per risparmiare sui lavaggi dei piatti.
La dea cisterna
Dopo la siccità, tra luglio e settembre la città ha affrontato una nuova crisi ma di segno opposto: le inondazioni. Ad ogni monsone Chennai si ritrova infatti puntualmente le strade allagate. "In realtà i due problemi sono collegati" dice Shreya, giovane attivista di quartiere: "L'urbanizzazione selvaggia ha asfaltato le aree intorno ai laghi, di fatto rendendo impermeabili i suoli, che invece avrebbero potuto aiutare il processo di ricarica della falda acquifera. Di conseguenza l'acqua piovana stagna e inonda tutto. A Velachery la situazione è tragica".
Velachery è uno dei quartieri che più ha risentito della siccità, eppure bastano pochi minuti di pioggia per far sì che le vie diventino navigabili. Qui le autocisterne riforniscono regolarmente le residenze di quel liquido vitale ormai impossibile da mungere dalle falde rinsecchite. Le donne si affrettano abbracciate a taniche di plastica dai colori vivaci che paradossalmente evocano tante cose fuorché siccità. L'operazione si veste di suggestivo folclore, diresti che si va apparecchiando una fiera locale. E invece quelle sgomitano decise tirando a sé il tubo collegato alla botte e pagando carissimo, fino a dieci rupie ogni 20 litri (rispetto allo scorso anno i costi sono lievitati di più del 100 per cento). Oltre ai templi indù, ogni circondario venera il suo "moloch", enormi cisterne fisse che vengono ricaricate una volta al giorno e sempre difese da lucchetti anti-tentazione: si devono rispettare determinati orari e quantità. A giugno un uomo ci ha rimesso le penne in una colluttazione col vicino che andava facendosi una scorta di straforo.
Con i tre impianti di desalinizzazione che da soli non riescono a soddisfare la domanda, i rifornimenti in città arrivano anche su rotaia. Sono 50 i vagoni che ogni giorno traslocano qui 50 mila litri d'acqua dal distretto di Vellore, a 200 chilometri di distanza: sono capaci di riempire 17 mila vasche da bagno. Per non lasciare nulla di intentato, il governo statale nella persona del suo ministro della pesca ha partecipato a un rituale indù chiamato yagna. Con generoso spargimento d'offerte al dio Shiva, è una vera danza della pioggia, ma secondo gli esperti la soluzione potrebbe richiedere uno slancio di fantasia ulteriore. "Se un Paese come il Vietnam riesce a utilizzare 3-4 volte meno acqua di quella che usiamo noi, significa che stiamo facendo qualcosa di veramente sbagliato" dice Amit Kapoor, presidente dell'Institute for Competitiveness.
Rivoluzione per i campi
I numeri dicono che l'India gode del 4 per cento delle risorse acquifere mondiali ma deve dissetare quasi il 18 per cento della popolazione globale. Così mal dotata da madre natura, non potrebbe permettersi di coltivare canna da zucchero da esportazione. E invece è proprio ciò che avviene. "Ci vogliono quasi tremila litri d'acqua per produrre un chilo di canna da zucchero e in più noi, vedi in Punjab, la concediamo gratis a degli agricoltori che hanno tutte le risorse per pagarla". Secondo Amit, un coscienzioso utilizzo dell'acqua è inversamente proporzionale alla dichiarazione dei redditi: "È la fascia di popolazione più povera che usa l'acqua con più oculatezza, mentre i contadini benestanti compiono gli sprechi più criminali. Su quella quota dovrebbe gravare una super tassa, ma i politici non ci pensano proprio".
È stato calcolato che ogni famiglia avrebbe bisogno di appena 200 litri d'acqua, l'equivalente di tre docce nel mondo occidentale. Tutto il resto è scialo. Ma quanto sia complicato mettere d'accordo tutti sulle ricette per una soluzione praticabile lo si evince quando accenno al rainwater harvesting. "I sistemi per conservare l'acqua piovana possono funzionare a una dimensione di quartiere" dice Amit, "non di massa. Ci sono 250 milioni di famiglie in India. Che facciamo, scaviamo 250 milioni di fosse? Bisogna differenziare le colture e cominciare a far pagare un giusto prezzo ai contadini che se lo possono permettere. E si deve fare in fretta. Non per noi, ma per le generazioni future".
Sul Venerdì dell'8 novembre 2019