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Lucia Berlin, coni figli Jeff e Mark ad Acapulco (© The Literary Estate of Lucia Berlin) 

Rileggete il dolore di mia madre Lucia Berlin

Un memoir inedito della scrittrice, che inizia dall’infanzia desolata, è arricchito dal figlio Jeff con foto e lettere mai viste. Lo abbiamo intervistato in esclusiva. Scoprendo che...
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"La casa puzzava di zolfo, di biancheria sporca e bagnata, di sigarette, whiskey, insetticida Flit, cibo andato a male. Il nonno puzzava di Camel e dopobarba e Jack Daniels. Mia madre puzzava di Camel e Jack Daniels. Lo zio John puzzava di sigarette Delicado e tequila". Così, con poche parole affilate, più efficaci di qualsiasi narrazione, Lucia Berlin descrive la desolazione della propria infanzia: l'odore marcio dell'alcolismo e del degrado familiare. Le radici di una vita che, in un viavai di aspettative e delusioni, diventerà inimitabile. La linfa di una scrittrice che - alcolista e sobria che fosse, indigente o benestante, centralinista, infermiera, donna delle pulizie, docente universitaria (Lucia ha fatto di tutto per arrivare a fine mese) - è sempre rimasta una fuoriclasse.

Sono tratte da Welcome Home quelle parole potenti: dal memoir inedito di Lucia Berlin che ora Bollati Boringhieri manda in libreria. Il ricordo delle mille cas…
"La casa puzzava di zolfo, di biancheria sporca e bagnata, di sigarette, whiskey, insetticida Flit, cibo andato a male. Il nonno puzzava di Camel e dopobarba e Jack Daniels. Mia madre puzzava di Camel e Jack Daniels. Lo zio John puzzava di sigarette Delicado e tequila". Così, con poche parole affilate, più efficaci di qualsiasi narrazione, Lucia Berlin descrive la desolazione della propria infanzia: l'odore marcio dell'alcolismo e del degrado familiare. Le radici di una vita che, in un viavai di aspettative e delusioni, diventerà inimitabile. La linfa di una scrittrice che - alcolista e sobria che fosse, indigente o benestante, centralinista, infermiera, donna delle pulizie, docente universitaria (Lucia ha fatto di tutto per arrivare a fine mese) - è sempre rimasta una fuoriclasse.

Sono tratte da Welcome Home quelle parole potenti: dal memoir inedito di Lucia Berlin che ora Bollati Boringhieri manda in libreria. Il ricordo delle mille case, città, Paesi, in cui quest'autrice ormai di culto visse nei primi trent'anni della sua vita, fino al 1965, quando già si lasciava alle spalle tre mariti, tre divorzi e una ventina di traslochi dall'Alaska al Montana al Texas al Cile al Messico... Sempre in fuga da qualcosa e alla rincorsa di qualcos'altro. Sempre stretta ai suoi quattro figli. Sostenuta (e usata) da un'infinità di amanti. La stesura di Welcome Home, che iniziò quando Lucia andò in pensione, si interruppe con la morte nel 2004. Ma ora il figlio Jeff Berlin arricchisce il testo con altro materiale inedito legato ai primi trent'anni di vita della madre: foto di famiglia e lettere scritte a parenti e amici. Soprattutto al poeta Edward Dorn (e a sua moglie), figura chiave nella vita di Lucia: il mentore che la incoraggiò a scrivere e l'aiutò a pubblicare racconti in riviste letterarie dell'epoca. Contenitori di qualità, destinati però a un pubblico ristretto.

Perché il successo internazionale di Lucia Berlin, delle sue raccolte di storie brevi, La donna che scriveva racconti e Sera in paradiso (centinaia di migliaia di copie vendute in decine di lingue) è postumo, recente, inaspettato. Scatta nel 2015, quando la prima selezione di short stories, da cui nessuno si aspettava granché, svetta nelle classifiche del New York Times. I gusti ormai sono cambiati da quegli Anni 60-70 in cui "quasi ogni sera, dopo cena, lei si piazzava al tavolo della cucina con un bicchiere di bourbon e si metteva a scrivere, spesso fino a notte fonda" ricorda Jeff, suo secondogenito. A quei tempi alcolismo, infedeltà, fatica di vivere in un mondo spietato - descritti senza paura e riserbo - erano temi della scrittura maschile. Oggi anche le donne possono rivelare trasgressione e sfacelo. E Lucia lo fa con una curiosità e un'empatia per chi è ritenuto invisibile che hanno un'impronta inconfondibilmente femminile. Il suo occhio è implacabile. Il suo stile secco; e nel memoir, dove è più impulsivo, non ancora limato per la stampa, diventa addirittura una raffica di parole nello stomaco.

"Mamma descrive ciò che le accade senza inventare nulla" aggiunge Jeff Berlin al telefono dalla California, dove lavora come grafico di una compagnia teatrale. "Welcome Home ne è la conferma: in questi ricordi di vita si rintracciano gli spunti autobiografici dei suoi racconti". E, a sfogliare il libro, sembra quasi di scorrere l'album delle foto di famiglia insieme a lei, che ad ogni immagine ricorda: "Greenwich Street, New York. Niente riscaldamento nei fine settimana. I bambini dormivano con i paraorecchi e le muffole. Io scrivevo accanto al forno indossando i guanti". "Albuquerque, New Mexico. Mi hanno arrestata per ubriachezza e ho passato la notte in prigione. Sono uscita pagando una mazzetta. Non volevano lasciarmi andare a meno che non me li fossi fatti, allora ho buttato in piedi una lite tremenda che ha aggravato le mie accuse". Quanto pesa, Jeff, ritrovare sulla pagina i momenti più amari della sua infanzia? "Era durissimo un tempo, da adolescente, quando mamma ci leggeva le storie che scriveva. Ora è meno straziante".

Le prime case descritte nel memoir sono quelle di Lucia bambina, quando la famiglia seguiva il papà, ingegnere minerario, di miniera in miniera. In villaggi desolati: "Un negozio di alimentari e un ufficio postale, la prigione e il barbiere, un emporio e tre bar". Tanti bar: "Durante la settimana gli uomini erano così stanchi che la sera mangiavano senza parlare e si buttavano a letto. Al sabato bevevano tutti bourbon e ridevano". Dopo l'attacco di Pearl Harbor il padre parte per la guerra. Lucia, mamma e sorella vanno a stare in Texas dal nonno, dentista alcolizzato: "Scarafaggi, corridoio buio, tre alcolisti cattivi" ricorda Lucia. Sono il nonno, lo zio e la mamma. Ma, al ritorno del padre, si trasferiscono a Santiago del Cile e la vita si fa agiata: college d'élite, tennis, golf, feste... La mamma vive in camera da letto con la bottiglia. Il papà chiede a Lucia adolescente di fare da padrona di casa. È così che viene sedotta (e aridamente violata) da un riccone dell'età di suo padre.

E per scappare di casa sposa Paul Suttman, artista prevaricatore che vive in New Mexico: "Mi metteva in soggezione. Tenevo la parte bollente della tazza e gli porgevo il manico. Gli stiravo gli slip per farglieli trovare caldi. Mi vestivo come voleva lui: sempre di nero e di bianco. Diceva che sorridevo troppo e che facevo troppo rumore durante il sesso". Nel 1956 nasce Mark e pochi mesi dopo, quando Lucia è incinta di Jeff, Paul taglia la corda (per questo anni dopo i figli prenderanno il cognome del terzo marito della madre, Buddy Berlin).

In seconde nozze Lucia sposa Race Newton, pianista jazz, che li porta a vivere in campagna (senz'acqua, fornelli, gabinetto), poi a New York. Race suona nei locali, ma a sbarcare il lunario è Lucia, cucendo vestitini per neonati. "Credevo che lui fosse mio padre" racconta oggi Jeff. "Lavorava di notte, dormiva di giorno, parlava di rado. Fu allora che mamma iniziò a scrivere. Batteva sui tasti la sera, mentre noi bambini andavamo in triciclo nella nostra soffitta del Greenwich Village".

Ad accompagnare Race con il sassofono è Buddy Berlin, che va anche a trovare Lucia e i bambini quando lui non c'è. "Un giorno si presentò con quattro biglietti per Acapulco" continua Jeff. "E dall'oggi al domani ci ritrovammo in Messico, con un nuovo uomo da chiamare papà. Dopo un po' nacquero altri due fratelli. Certo, quello con Buddy fu il periodo più bello: era affettuoso, coinvolgente, ci portava a pesca, in canoa, pilotava l'aereo". Jeff è troppo piccolo per rendersi conto che Buddy si fa di eroina e che i continui traslochi di Paese in Paese sono un tentativo di sfuggire alla dipendenza e agli spacciatori. Implacabili.

Il memoir si ferma prima che la droga faccia naufragare anche il terzo matrimonio. E Lucia si inabissi nell'alcol. "Un tunnel durato vent'anni" ricorda Jeff. "Mamma ne parla nei suoi racconti, ma la realtà era più atroce: i picchi di autodistruzione che distilla sulla pagina non erano tragedie isolate, ma incubi quotidiani per noi". L'àncora è scrivere. Benché nelle lettere all'amico Edward Dorn emerga un'insospettabile insicurezza: "So che la mia scrittura è pessima, che non ce la sto facendo... ma potrei farcela... anche solo perché ho un sacco di cose che voglio dire".

Jeff giustifica così tanto dolore: "Scriveva per riflettere sulla sua vita caotica e darle un senso. Senza quel caos non sarebbe stata così grande".

Sul Venerdì del 15 novembre 2019