Intervista al Nobel per la fisica
di Luca FraioliDidier Queloz ha vinto il premio 2019 per aver individuato con Michel Mayor il primo pianeta fuori dal sistema solare. E qui ci parla del suo sogno
Mi piace la notte. Mi sento bene all’aperto, sotto il cielo stellato». Didier Queloz è un animale notturno atipico: solare e allegro nel raccontare il suo lavoro di scienziato, che però si svolge perlopiù al buio. Guarda la volta celeste e sogna: «Prima di finire la mia carriera vorrei scoprire un pianeta gemello della Terra, un mondo lontano ma con caratteristiche simili al nostro». Per la pensione in effetti c’è tempo: aveva appena 29 anni quando, insieme al suo professore, Michel Mayor, rivelò il primo pianeta extrasolare mai osservato. Oggi ne ha 53 e per quella scoperta ha appena vinto il Nobel per la fisica 2019, insieme a Mayor e a James Peebles, premiato per il suo contributo alla comprensione dell’origine dell’universo. Svizzero come Mayor, Queloz oggi insegna all’Università di Cambridge, da dove dirige una serie di esperimenti il cui obiettivo è proprio trovare un gemello della T…
Mi piace la notte. Mi sento bene all’aperto, sotto il cielo stellato». Didier Queloz è un animale notturno atipico: solare e allegro nel raccontare il suo lavoro di scienziato, che però si svolge perlopiù al buio. Guarda la volta celeste e sogna: «Prima di finire la mia carriera vorrei scoprire un pianeta gemello della Terra, un mondo lontano ma con caratteristiche simili al nostro». Per la pensione in effetti c’è tempo: aveva appena 29 anni quando, insieme al suo professore, Michel Mayor, rivelò il primo pianeta extrasolare mai osservato. Oggi ne ha 53 e per quella scoperta ha appena vinto il Nobel per la fisica 2019, insieme a Mayor e a James Peebles, premiato per il suo contributo alla comprensione dell’origine dell’universo. Svizzero come Mayor, Queloz oggi insegna all’Università di Cambridge, da dove dirige una serie di esperimenti il cui obiettivo è proprio trovare un gemello della Terra.
Quando ha deciso di diventare un cacciatore di pianeti?
«Non l’ho deciso. È successo proprio dopo la scoperta del primo pianeta extrasolare, 51 Pegasi B. Fino ad allora il mio obiettivo come studente di dottorato era sviluppare un software che analizzasse i dati e contribuire alla costruzione della strumentazione per osservare le stelle. Ricordo che nel 1994 Michel Mayor mi disse: “Non troveremo mai dei pianeti, ma è importante iniziare la ricerca”. Risposi che ero d’accordo e che ero onorato di partecipare all’avvio del progetto».
E cosa successe dopo?
«Michel mi diede le chiavi del laboratorio dell’Osservatorio dell’Alta Provenza e partì per il suo anno sabbatico. Io mi misi al telescopio e cominciai: quando trovai il pianeta fu una cosa del tutto inaspettata. Naturalmente, a quel punto ho continuato in questo campo, avevo voglia di capire di più».
Qual è stato il cielo della sua infanzia?
«Sono cresciuto vicino a Ginevra e con la famiglia andavamo spesso sulle montagne della Svizzera. Ma il cielo più stellato che ricordo da bambino è quello dei monti greci dove viveva mio nonno. Non avevano nemmeno l’elettricità, quindi non c’era il problema dell’inquinamento luminoso».
Però all’università non ha scelto astronomia.
«Infatti, sono un fisico, mi piace capire come funzionano le cose. Ma poi ho fatto una scelta: erano gli anni delle grandi scoperte al Cern, del premio Nobel a Carlo Rubbia, e tutti erano attratti dalla fisica delle alte energie. Io però non mi ci vedevo a lavorare in un tunnel sotterraneo o in un laboratorio. Mi piaceva l’idea di stare all’aperto, sulla cima di un vulcano o in un deserto ad alta quota, dove sorgono i più potenti telescopi».
Torniamo alla scoperta del 1995: perché lei e Mayor sceglieste proprio la stella 51 Pegasi B tra quelle intorno alle quali cercare un esopianeta?
«Non la scegliemmo. Avevamo una lista di cento stelle molto brillanti. Decisi di cominciare dalle prime venti e 51 Pegasi B era tra queste. Tutti i team che facevano questo tipo di ricerche guardavano le stesse stelle: l’eventuale presenza di un pianeta sarebbe stata più facile da osservare. Noi lo trovammo subito, perché avevamo una strumentazione migliore e il software che avevo messo a punto elaborava i dati in 10-15 minuti. Ed è esattamente quello che successe: osservai 51 Pegasi B e subito mi accorsi che c’era qualcosa che non andava. La radiazione elettromagnetica che ci arrivava da quella stella era disturbata,come se intorno a lei orbitasse un pianeta».
Cos’è cambiato nei successivi 24 anni?
«La differenza principale è che dopo la prima rivelazione molte persone iniziarono a essere interessate a questo settore. Noi eravamo praticamente da soli, oggi ci sono migliaia di scienziati in tutto il mondo che cercano pianeti extrasolari. E quando ci sono più persone ci sono più idee, più strumentazioni, più telescopi, perfino missioni spaziali come Kepler. Così tanti mezzi ci hanno permesso di scoprire tanti nuovi pianeti e di capire molto sulla loro struttura».
Ma perché è cosi importante?
«La parola chiave è “origine”. Qual è l’origine del Sistema solare? E qual è l’origine della vita? Non lo sappiamo ancora. Lo studio di sistemi planetari diversi dal nostro può aiutarci a trovare una risposta. Per scoprire come è nata la vita sulla Terra dovremmo tornare indietro nel tempo, e non è facile. Mentre può essere di aiuto trovare un pianeta che sia una sorta di Terra primordiale. Ma questa ricerca è importante anche perché ci aiuta a riflettere sul nostro ruolo di specie umana e sulle azioni che mettono a rischio la nostra esistenza, come il riscaldamento globale».
Di che cosa si sta occupando adesso?
«Il mio impegno principale riguarda il telescopio spaziale Cheops, al quale lavoro con colleghi italiani delle Università di Padova e Palermo: verrà messo in orbita il prossimo 16 dicembre. Farà misure molto precise del raggio degli esopianeti. Un altro progetto che seguo è la ricerca di pianeti gemelli della Terra, basata sulla stessa tecnica che ci ha fatto scoprire il primo: si chiama The Terra Hunting Experiment. Un altro è l’esperimento Speculus: anche questo cerca pianeti in orbita intorno a stelle solitarie».
Secondo lei scopriremo forme di vite aliene? E, se sì, dove?
«Penso che si debba continuare a cercare su Marte, o sulle lune di Saturno e Giove come Encelado e Europa. Ma l’eventuale scoperta della vita nel Sistema solare non darebbe una risposta al problema delle origini. Se trovassimo su Marte tracce di vita simile alla vita terrestre cosa potremmo dedurre? Che la vita sulla Terra è arrivata dal Pianeta rosso? Che è successo il contrario? Che le due forme di vita sono indipendenti l’una dall’altra? Una scoperta del genere non ci direbbe niente di decisivo. Se invece trovassimo pianeti gemelli della Terra e scoprissimo che la composizione chimica delle loro atmosfere è simile alla nostra, saremmo autorizzati a pensare che la vita possa nascere ed evolversi in modo indipendente».
C’è un Didier Queloz su qualche pianeta extrasolare che sta puntando i suoi strumenti verso il nostro Sole nella speranza di scoprire se ci sono pianeti abitabili?
«Lo spero (ride). Ma non posso saperlo. Quello di cui sono convinto però è che le leggi della chimica sono le stesse in tutto l’Universo e che se ci sono le giuste condizioni chimiche la vita può nascere. La domanda è: quanto sono comuni queste condizioni nell’universo? Noi oggi non abbiamo una risposta. Per questo dobbiamo studiare un gran numero di pianeti. Poi ci sono altre domande: l’evoluzione della vita porta sempre alla comparsa di animali? E di animali pericolosi per la propria specie come gli esseri umani?».
Il Nobel cambierà la sua vita?
«L’ha già cambiata. Promuovere la scienza tra l’opinione pubblica penso sia tra i compiti essenziali di uno scienziato. Anche perché trovo scioccante che ci siano posizioni come quelle di chi nega il cambiamento climatico. Ma questo vuol dire anche che noi non stiamo facendo abbastanza per coinvolgere le persone nella ricerca e condividere con loro l’avventura scientifica e l’entusiasmo che genera».
Il giorno dell’annuncio del Nobel le è stato chiesto cosa avrebbe fatto con i soldi. Lei ha risposto: “Comprerò una bici nuova per muovermi a Cambridge”. L’ha poi acquistata?
«No, perché non mi sono ancora arrivati i soldi del premio».
Sul Venerdì del 15 novembre 2019
Quando ha deciso di diventare un cacciatore di pianeti?
«Non l’ho deciso. È successo proprio dopo la scoperta del primo pianeta extrasolare, 51 Pegasi B. Fino ad allora il mio obiettivo come studente di dottorato era sviluppare un software che analizzasse i dati e contribuire alla costruzione della strumentazione per osservare le stelle. Ricordo che nel 1994 Michel Mayor mi disse: “Non troveremo mai dei pianeti, ma è importante iniziare la ricerca”. Risposi che ero d’accordo e che ero onorato di partecipare all’avvio del progetto».
E cosa successe dopo?
«Michel mi diede le chiavi del laboratorio dell’Osservatorio dell’Alta Provenza e partì per il suo anno sabbatico. Io mi misi al telescopio e cominciai: quando trovai il pianeta fu una cosa del tutto inaspettata. Naturalmente, a quel punto ho continuato in questo campo, avevo voglia di capire di più».
Qual è stato il cielo della sua infanzia?
«Sono cresciuto vicino a Ginevra e con la famiglia andavamo spesso sulle montagne della Svizzera. Ma il cielo più stellato che ricordo da bambino è quello dei monti greci dove viveva mio nonno. Non avevano nemmeno l’elettricità, quindi non c’era il problema dell’inquinamento luminoso».
Però all’università non ha scelto astronomia.
«Infatti, sono un fisico, mi piace capire come funzionano le cose. Ma poi ho fatto una scelta: erano gli anni delle grandi scoperte al Cern, del premio Nobel a Carlo Rubbia, e tutti erano attratti dalla fisica delle alte energie. Io però non mi ci vedevo a lavorare in un tunnel sotterraneo o in un laboratorio. Mi piaceva l’idea di stare all’aperto, sulla cima di un vulcano o in un deserto ad alta quota, dove sorgono i più potenti telescopi».
Torniamo alla scoperta del 1995: perché lei e Mayor sceglieste proprio la stella 51 Pegasi B tra quelle intorno alle quali cercare un esopianeta?
«Non la scegliemmo. Avevamo una lista di cento stelle molto brillanti. Decisi di cominciare dalle prime venti e 51 Pegasi B era tra queste. Tutti i team che facevano questo tipo di ricerche guardavano le stesse stelle: l’eventuale presenza di un pianeta sarebbe stata più facile da osservare. Noi lo trovammo subito, perché avevamo una strumentazione migliore e il software che avevo messo a punto elaborava i dati in 10-15 minuti. Ed è esattamente quello che successe: osservai 51 Pegasi B e subito mi accorsi che c’era qualcosa che non andava. La radiazione elettromagnetica che ci arrivava da quella stella era disturbata,come se intorno a lei orbitasse un pianeta».
Cos’è cambiato nei successivi 24 anni?
«La differenza principale è che dopo la prima rivelazione molte persone iniziarono a essere interessate a questo settore. Noi eravamo praticamente da soli, oggi ci sono migliaia di scienziati in tutto il mondo che cercano pianeti extrasolari. E quando ci sono più persone ci sono più idee, più strumentazioni, più telescopi, perfino missioni spaziali come Kepler. Così tanti mezzi ci hanno permesso di scoprire tanti nuovi pianeti e di capire molto sulla loro struttura».
Ma perché è cosi importante?
«La parola chiave è “origine”. Qual è l’origine del Sistema solare? E qual è l’origine della vita? Non lo sappiamo ancora. Lo studio di sistemi planetari diversi dal nostro può aiutarci a trovare una risposta. Per scoprire come è nata la vita sulla Terra dovremmo tornare indietro nel tempo, e non è facile. Mentre può essere di aiuto trovare un pianeta che sia una sorta di Terra primordiale. Ma questa ricerca è importante anche perché ci aiuta a riflettere sul nostro ruolo di specie umana e sulle azioni che mettono a rischio la nostra esistenza, come il riscaldamento globale».
Di che cosa si sta occupando adesso?
«Il mio impegno principale riguarda il telescopio spaziale Cheops, al quale lavoro con colleghi italiani delle Università di Padova e Palermo: verrà messo in orbita il prossimo 16 dicembre. Farà misure molto precise del raggio degli esopianeti. Un altro progetto che seguo è la ricerca di pianeti gemelli della Terra, basata sulla stessa tecnica che ci ha fatto scoprire il primo: si chiama The Terra Hunting Experiment. Un altro è l’esperimento Speculus: anche questo cerca pianeti in orbita intorno a stelle solitarie».
Secondo lei scopriremo forme di vite aliene? E, se sì, dove?
«Penso che si debba continuare a cercare su Marte, o sulle lune di Saturno e Giove come Encelado e Europa. Ma l’eventuale scoperta della vita nel Sistema solare non darebbe una risposta al problema delle origini. Se trovassimo su Marte tracce di vita simile alla vita terrestre cosa potremmo dedurre? Che la vita sulla Terra è arrivata dal Pianeta rosso? Che è successo il contrario? Che le due forme di vita sono indipendenti l’una dall’altra? Una scoperta del genere non ci direbbe niente di decisivo. Se invece trovassimo pianeti gemelli della Terra e scoprissimo che la composizione chimica delle loro atmosfere è simile alla nostra, saremmo autorizzati a pensare che la vita possa nascere ed evolversi in modo indipendente».
C’è un Didier Queloz su qualche pianeta extrasolare che sta puntando i suoi strumenti verso il nostro Sole nella speranza di scoprire se ci sono pianeti abitabili?
«Lo spero (ride). Ma non posso saperlo. Quello di cui sono convinto però è che le leggi della chimica sono le stesse in tutto l’Universo e che se ci sono le giuste condizioni chimiche la vita può nascere. La domanda è: quanto sono comuni queste condizioni nell’universo? Noi oggi non abbiamo una risposta. Per questo dobbiamo studiare un gran numero di pianeti. Poi ci sono altre domande: l’evoluzione della vita porta sempre alla comparsa di animali? E di animali pericolosi per la propria specie come gli esseri umani?».
Il Nobel cambierà la sua vita?
«L’ha già cambiata. Promuovere la scienza tra l’opinione pubblica penso sia tra i compiti essenziali di uno scienziato. Anche perché trovo scioccante che ci siano posizioni come quelle di chi nega il cambiamento climatico. Ma questo vuol dire anche che noi non stiamo facendo abbastanza per coinvolgere le persone nella ricerca e condividere con loro l’avventura scientifica e l’entusiasmo che genera».
Il giorno dell’annuncio del Nobel le è stato chiesto cosa avrebbe fatto con i soldi. Lei ha risposto: “Comprerò una bici nuova per muovermi a Cambridge”. L’ha poi acquistata?
«No, perché non mi sono ancora arrivati i soldi del premio».
Sul Venerdì del 15 novembre 2019