Intervista al Nobel per la medicina
Giuliano Aluffi , di Giuliano AluffiIntervista a William Kaelin, premiato per le scoperte su come le cellule rimediano alla scarsità di ossigeno: "Devo molto alle giornate passate a pescare. E a una stroncatura"
Sembra un giovane brillante, ma il suo futuro non è certamente nella ricerca": così nei primi anni Ottanta un professore stroncò William Kaelin Jr., oggi ricercatore al Dana-Farber Cancer Institute e docente di medicina all'Harvard Medical School, appena incoronato premio Nobel per aver scoperto, insieme al connazionale Gregg Semenza e all'inglese Peter John Ratcliffe, il modo in cui le cellule si adattano alla carenza di ossigeno. Una scoperta che ha ricadute in diversi campi della medicina, come il trattamento dei tumori, delle anemie e dell'insufficienza renale, e che ha portato a farmaci oggi alle ultime fasi di sperimentazione.
Possiamo proprio dire che quel suo professore si sbagliava...
"Ero alla mia prima esperienza di laboratorio. Mi avevano assegnato un progetto che aveva tre particolarità: era infattibile, poco importante e poco interessante. Non me resi conto in tempo, lo accettai e fu un mezzo disastro. Quel primo insucce…
Possiamo proprio dire che quel suo professore si sbagliava...
"Ero alla mia prima esperienza di laboratorio. Mi avevano assegnato un progetto che aveva tre particolarità: era infattibile, poco importante e poco interessante. Non me resi conto in tempo, lo accettai e fu un mezzo disastro. Quel primo insucce…
Sembra un giovane brillante, ma il suo futuro non è certamente nella ricerca": così nei primi anni Ottanta un professore stroncò William Kaelin Jr., oggi ricercatore al Dana-Farber Cancer Institute e docente di medicina all'Harvard Medical School, appena incoronato premio Nobel per aver scoperto, insieme al connazionale Gregg Semenza e all'inglese Peter John Ratcliffe, il modo in cui le cellule si adattano alla carenza di ossigeno. Una scoperta che ha ricadute in diversi campi della medicina, come il trattamento dei tumori, delle anemie e dell'insufficienza renale, e che ha portato a farmaci oggi alle ultime fasi di sperimentazione.
Possiamo proprio dire che quel suo professore si sbagliava...
"Ero alla mia prima esperienza di laboratorio. Mi avevano assegnato un progetto che aveva tre particolarità: era infattibile, poco importante e poco interessante. Non me resi conto in tempo, lo accettai e fu un mezzo disastro. Quel primo insuccesso nella ricerca di base, insieme al desiderio di rendermi utile al prossimo, mi convinse a diventare medico. Però oggi posso dire che, se non fossi stato giudicato in quel modo e non avessi poi abbracciato la professione medica, oggi non sarei un Nobel".
Per quale motivo?
"Fu proprio trattando i malati di cancro negli anni Ottanta che toccai con mano l'inadeguatezza delle cure esistenti e capii che, per contribuire al loro miglioramento, avrei dovuto approfittare della rivoluzione che stava avvenendo nella biologia molecolare. Tornai quindi alla ricerca, e questa volta per sempre, trovando uno straordinario mentore in David Livingston al Dana-Farber Cancer Institute di Boston".
Lì avviò nel 1992 un laboratorio tutto suo e iniziò la ricerca che ha condotto al Nobel.
"Scelsi subito di studiare i geni soppressori dei tumori. Penso che la cosa più importante per uno scienziato sia saper scegliere le domande da farsi. Io l'ho imparato dalle giornate di pesca insieme a mio padre, a Fairfield, nel Connecticut: una buona pesca dipende dal posto giusto e dal tipo di esca. Ciò equivale, nella scienza, a scegliere l'indagine giusta e il tipo di esperimenti utili a risolverla. Io capii che avrei avuto più probabilità di migliorare la vita delle persone studiando i geni che impediscono ai tumori di svilupparsi, e le loro disfunzioni che lasciano il cancro libero di proliferare".
In particolare si focalizzò su uno di questi geni, il Vhl.
"Chi ha un difetto in questo gene è soggetto a tumori che, come quelli del rene, sono ricchi di vasi sanguigni e tendono a far produrre al malato globuli rossi in eccesso. Notai che questo effetto è lo stesso che si ha quando un tessuto è deprivato di ossigeno: le cellule hanno bisogno di questo gene per stabilire quando manca l'ossigeno e bisogna assicurarne l'arrivo aumentando l'afflusso di sangue e di globuli rossi. Le cellule cancerose, con la loro crescita disordinata, spesso si trovano a corto di ossigeno e usano questo sistema per produrre nuovi vasi sanguigni. Così un farmaco capace di "ingannarle", convincendole che invece c'è abbondanza di ossigeno, può far sì che le cellule non creino nuovi vasi sanguigni per alimentarsi, e quindi muoiano".
Da questa intuizione sono poi nate delle cure?
"Farmaci basati su questo approccio sono in fase avanzata di test. Le anemie, gli infarti e l'ictus, dove il problema è l'opposto, ossia la carenza di ossigeno per le cellule sane, possono invece beneficiare di farmaci che, sempre agendo sul meccanismo da noi scoperto, aumentino l'afflusso di sangue. Il primo farmaco di questo tipo, un antianemico, esiste già, è il Roxadustat".
Com'è entrata la scienza nella sua vita?
"Mio padre era avvocato, mia madre casalinga e nella nostra famiglia non c'era mai stato uno scienziato. Ma sono nato nel 1957, l'anno dello Sputnik e dell'inizio della conquista dello spazio. Negli anni Sessanta ho vissuto in una vera esplosione di interesse verso la scienza e l'ingegneria, spinta dalla sfida di mandare un uomo sulla Luna. Negli Stati Uniti tutto ciò si è riverberato nelle scuole, nelle università. Ma anche nelle case: come molti altri bambini avevo a casa un Piccolo chimico e un microscopio".
Cosa consiglierebbe oggi al ragazzino che era?
"Di iniziare a studiare subito. Pur essendo portato per la matematica, a scuola non mi applicavo molto. Fino ai 17 anni, quando raccolsi da un cestino un volantino della Florida Atlantic University: offrivano un programma estivo per studenti dotati in matematica. Ci andai, e lì mi accorsi di essere quello che aveva i voti più bassi di tutti, perché gli altri non erano solo intelligenti, ma anche diligenti. Questo mi insegnò il valore del sacrificio, l'utilità di circondarmi di persone più brave di me, e che nella vita serve un giusto equilibrio tra autostima e insicurezza".
Ha degli hobby?
"Amo passeggiare e leggere. Poco prima che assegnassero il Nobel ho letto il libro Brave Genius di Sean Carroll. Parla proprio di due premi Nobel, che si incontrarono durante l'occupazione tedesca della Francia. Uno è Albert Camus, l'altro è il biologo molecolare Jacques Monod. Mentre leggevo, ero in uno stato di totale ammirazione nei loro confronti. "Ecco come sono i veri geni" ho pensato".
Poi è arrivata anche per lei la chiamata da Stoccolma. Com'è andata?
"Sapevo di avere una piccola chance di vincere, quindi quella notte ho tenuto il telefono acceso sul comodino. Ho sognato che mi svegliavo, guardavo il display, ed era già passata l'ora delle chiamate da Nobel. Poi però mi sono svegliato davvero ed erano soltanto le 2.30. Quindi c'era ancora speranza, e sono tornato a dormire. Alle 4.40 il telefono ha squillato sul serio. Frastornato, ho visto un numero composto da molte cifre. Non poteva che essere una chiamata dall'estero. Ho risposto col cuore che batteva forte: era Thomas Perlmann del Karolinska Institutet".
Sul Venerdì del 15 novembre 2019
Possiamo proprio dire che quel suo professore si sbagliava...
"Ero alla mia prima esperienza di laboratorio. Mi avevano assegnato un progetto che aveva tre particolarità: era infattibile, poco importante e poco interessante. Non me resi conto in tempo, lo accettai e fu un mezzo disastro. Quel primo insuccesso nella ricerca di base, insieme al desiderio di rendermi utile al prossimo, mi convinse a diventare medico. Però oggi posso dire che, se non fossi stato giudicato in quel modo e non avessi poi abbracciato la professione medica, oggi non sarei un Nobel".
Per quale motivo?
"Fu proprio trattando i malati di cancro negli anni Ottanta che toccai con mano l'inadeguatezza delle cure esistenti e capii che, per contribuire al loro miglioramento, avrei dovuto approfittare della rivoluzione che stava avvenendo nella biologia molecolare. Tornai quindi alla ricerca, e questa volta per sempre, trovando uno straordinario mentore in David Livingston al Dana-Farber Cancer Institute di Boston".
Lì avviò nel 1992 un laboratorio tutto suo e iniziò la ricerca che ha condotto al Nobel.
"Scelsi subito di studiare i geni soppressori dei tumori. Penso che la cosa più importante per uno scienziato sia saper scegliere le domande da farsi. Io l'ho imparato dalle giornate di pesca insieme a mio padre, a Fairfield, nel Connecticut: una buona pesca dipende dal posto giusto e dal tipo di esca. Ciò equivale, nella scienza, a scegliere l'indagine giusta e il tipo di esperimenti utili a risolverla. Io capii che avrei avuto più probabilità di migliorare la vita delle persone studiando i geni che impediscono ai tumori di svilupparsi, e le loro disfunzioni che lasciano il cancro libero di proliferare".
In particolare si focalizzò su uno di questi geni, il Vhl.
"Chi ha un difetto in questo gene è soggetto a tumori che, come quelli del rene, sono ricchi di vasi sanguigni e tendono a far produrre al malato globuli rossi in eccesso. Notai che questo effetto è lo stesso che si ha quando un tessuto è deprivato di ossigeno: le cellule hanno bisogno di questo gene per stabilire quando manca l'ossigeno e bisogna assicurarne l'arrivo aumentando l'afflusso di sangue e di globuli rossi. Le cellule cancerose, con la loro crescita disordinata, spesso si trovano a corto di ossigeno e usano questo sistema per produrre nuovi vasi sanguigni. Così un farmaco capace di "ingannarle", convincendole che invece c'è abbondanza di ossigeno, può far sì che le cellule non creino nuovi vasi sanguigni per alimentarsi, e quindi muoiano".
Da questa intuizione sono poi nate delle cure?
"Farmaci basati su questo approccio sono in fase avanzata di test. Le anemie, gli infarti e l'ictus, dove il problema è l'opposto, ossia la carenza di ossigeno per le cellule sane, possono invece beneficiare di farmaci che, sempre agendo sul meccanismo da noi scoperto, aumentino l'afflusso di sangue. Il primo farmaco di questo tipo, un antianemico, esiste già, è il Roxadustat".
Com'è entrata la scienza nella sua vita?
"Mio padre era avvocato, mia madre casalinga e nella nostra famiglia non c'era mai stato uno scienziato. Ma sono nato nel 1957, l'anno dello Sputnik e dell'inizio della conquista dello spazio. Negli anni Sessanta ho vissuto in una vera esplosione di interesse verso la scienza e l'ingegneria, spinta dalla sfida di mandare un uomo sulla Luna. Negli Stati Uniti tutto ciò si è riverberato nelle scuole, nelle università. Ma anche nelle case: come molti altri bambini avevo a casa un Piccolo chimico e un microscopio".
Cosa consiglierebbe oggi al ragazzino che era?
"Di iniziare a studiare subito. Pur essendo portato per la matematica, a scuola non mi applicavo molto. Fino ai 17 anni, quando raccolsi da un cestino un volantino della Florida Atlantic University: offrivano un programma estivo per studenti dotati in matematica. Ci andai, e lì mi accorsi di essere quello che aveva i voti più bassi di tutti, perché gli altri non erano solo intelligenti, ma anche diligenti. Questo mi insegnò il valore del sacrificio, l'utilità di circondarmi di persone più brave di me, e che nella vita serve un giusto equilibrio tra autostima e insicurezza".
Ha degli hobby?
"Amo passeggiare e leggere. Poco prima che assegnassero il Nobel ho letto il libro Brave Genius di Sean Carroll. Parla proprio di due premi Nobel, che si incontrarono durante l'occupazione tedesca della Francia. Uno è Albert Camus, l'altro è il biologo molecolare Jacques Monod. Mentre leggevo, ero in uno stato di totale ammirazione nei loro confronti. "Ecco come sono i veri geni" ho pensato".
Poi è arrivata anche per lei la chiamata da Stoccolma. Com'è andata?
"Sapevo di avere una piccola chance di vincere, quindi quella notte ho tenuto il telefono acceso sul comodino. Ho sognato che mi svegliavo, guardavo il display, ed era già passata l'ora delle chiamate da Nobel. Poi però mi sono svegliato davvero ed erano soltanto le 2.30. Quindi c'era ancora speranza, e sono tornato a dormire. Alle 4.40 il telefono ha squillato sul serio. Frastornato, ho visto un numero composto da molte cifre. Non poteva che essere una chiamata dall'estero. Ho risposto col cuore che batteva forte: era Thomas Perlmann del Karolinska Institutet".
Sul Venerdì del 15 novembre 2019